La 'Salve'

nella sua cappella

in cattedrale

 

Il cardinale Ratzinger

alla processione

della 'Salve'

 

La 'Salve'

in processione...

 

...seguita dai fedeli

 

Preparativi per la

solenne ostensione

 

Inizia la discesa...

 

...sull'antica macchina

 

La 'Salve' Clementissima Patrona

 

Da sempre Patrona

L'ottavario    
       
La cappella in cattedrale O Regina dell'Empireo    
       
La custodia del simulacro Liturgia delle Ore    
La reliquia della Santa Croce      
La reliquia della Sacra Spina La Madonna pellegrina    
  (Lettera Pastorale    
Un saggio del can. Amato del vescovo G. Gagnor)    

 

DA SEMPRE PATRONA (torna su)

Un fatto molto significativo da ricordare nella storia di Alessandria è la scelta della Madonna della Salve a patrona della diocesi. Scelta che avvenne subito fin dalle origini. Gli alessandrini scelsero infatti un simulacro ligneo raffigurante la Madonna addolorata sorretta da san Giovanni ai piedi della Croce, che si venerava nella chiesa del castello di Rovereto, uno dei borghi che contribuirono alla fondazione della città. Non appena venne ultimata la cattedrale nel centro cittadino (1178) curarono il trasporto del simulacro, sistemandolo decorosamente in una cappella apposita. A quelli di Rovereto si concesse la facoltà di esporne uno consimile nella loro chiesa: l’esemplare eseguito in pietra esiste tuttora nella chiesa di santa Maria di Castello. Il simulacro trasferito in cattedrale portava da principio il titolo di ‘Madonna dello spasimo’. Questo venne modificato dal 1489 in poi per un importante e prodigioso avvenimento. Ogni anno, il 24 aprile, si celebrava come giorno dedicato al martire san Giorgio e come anniversario (così infatti si riteneva) della fondazione di Alessandria. I festeggiamenti civili si abbinavano a quelli religiosi per cui in cattedrale veniva esposto solennemente anche il simulacro della Madonna. Ora avvenne che il 24 aprile 1489 i fedeli raccolti in preghiera nel tempio, videro grondare miracolosamente dal volto della Madonna un copioso sudore. In un attimo la notizia si sparse: la città ne rimase tutta vivissimamente commossa ed in massa vi accorse per ammirare il prodigio che fu accompagnato da altri miracoli e grazie. Diversi storici alessandrini tra cui Schiavina, Ghilini, Burgonzio, Chenna e Gasparolo riferiscono la prodigiosa ‘manifestazione’ della Madonna e narrano del richiamo che essa suscitò non solo nella città, ma nelle vicine borgate, poi in tutta la Lombardia, ed infine tra la maggior parte dei popoli dell’alta Italia. Da quell’anno il capitolo della cattedrale, tra le iniziative, per ricordare questa ‘Manifestazione della Madonna’ dispose di andare a cantare ogni sabato innanzi al simulacro la ‘Salve Regina’. Per questo particolare atto di pietà e di omaggio, la Madonna di Alessandria divenne per antonomasia la ‘Madonna della Salve’. La tradizione ha poi aggiunto un particolare curioso, facendo di 'Salve' l'acrostico della giaculatoria 'Sempre Alessandria La Vergine Esaudisce'. (torna su)

 

LA CAPPELLA IN CATTEDRALE (torna su)

L’attuale cappella risale ai restauri del 1874-1879. Sullo stesso luogo per circa una sessantina di anni vi fu la bellissima cappella ideata dall’Arch. Cristoforo Valizzone e minutamente descritta dall’Ansaldi. Le decorazioni originali (maggio-ottobre 1877) erano di Carlo Costa e le figure del cav. Gamba; vi provvidero le gentildonne alessandrine riunitesi in Comitato per il restauro della cappella stessa e per la lotteria a favore di tutti i lavori della Cattedrale. Per opera del cav. Gussoni di Torino, la cappella venne rivestita in marmo bianco da terra al cornicione e di marmo venne fatto il pavimento e l’Altare. Questo, di stile bramantesco, fu consacrato il 26 aprile 1879 dal vescovo di Cuneo monsignor Andrea Formica; sul fianco dell’altare una iscrizione ricorda il donatore, Conte Giulio di Groppello: “AD. ARAM. VIRGINIS. ET. INSTAURANDUM. TEMPLI. A. MDCCCLXXIX JULIUS. GROPPELLI. COMES CONTULIT. LIBELLAS. ITAL. DECEM. MILLIA M.E.P.”. L’incorniciatura della nicchia è in legno scolpito e dorato, su disegno del conte Mella. Nel 1930 a completamento dei restauri generali del Duomo, venne affidata al prof. Boasso il rifacimento della decorazione, con la clausola di conservare della precedente la linea e la impostazione. Nella cupola si hanno otto figure allusive ad altrettanti episodi della vita di Maria e cioè: lo Sposalizio, l’Annunciazione, la Visita ad Elisabetta, la nascita di Gesù, il riposo in Egitto, Maria sul Calvario, l’assunzione al Cielo, Maria SS. Immacolata. Ai lati delle finestre sono dipinti otto angeli in atteggiamenti corrispondenti a ciascuno dei misteri sopra rappresentati. Così sotto la scena della nascita di Gesù, due angeli stanno suonando; sotto il Calvario i due angeli sono immersi in profondo dolore; sotto l’Assunzione vediamo due angeli festosi e sotto l’Incoronazione di Maria, i due angeli sono in atteggiamento di venerazione. Nei quattro paducci della cupola abbiamo Davide e Daniele, Isaia e Geremia che ebbero accenni profetici sulla Madre dell’Uomo-Dio. Nonostante le condizioni stabilite, il prof. Boasso modificò alquanto la precedente decorazione del Costa, ed il prof. Morgari nel rinfrescare i dipinti del Gamba tolse tutti i fondi panoramici, sostituendoli con un informe fondo oro a mosaico. Nell’icona di questa cappella si custodisce il miracoloso simulacro che rappresenta la Vergine sostenuta da san Giovanni Evangelista ai piedi della Croce. (torna su)

 

LA CUSTODIA DEL SIMULACRO (torna su)

Dapprima era in legno, ricca di intagli, di dorature e di cristalli. Nel 1761, poichè “non pareva più corrispondere all’intensità dell’affetto, all’altezza della riconoscenza che gli alessandrini nutrivano verso la pietosa loro Madre Divina”, si pose mano alla costruzione di una cassa, tutta di finissimo argento disteso in lamine e con vaghissima arte, in varie parti dorata, la quale riuscì un vero capolavoro d’opera d’oreficeria. Era di stile barocco, lavorato a volute, a fiorami, a modiglioni, a scanalature, con una precisione e maestria veramente meravigliosa, uscita dall’officina dell’ing, Ceresa di Alessandria. Al globo d’argento dorato che sovrastava la cassa fu, nel 1792, sostituita da una corona reale, rialzata su vaghe modanature, alla quale, quasi a sostenerla, s’aggiunsero ai lati, nel 1828, due grossi putti d’argento massiccio. Questo prezioso e ricchissimo lavoro fu gravemente danneggiato dall’incendio del 1876. Scoppiò nella notte tra il 29 e il 30 aprile, durante l’ottavario solenne della B.V. della Salve che si svolgeva nella chiesa della SS. Trinità. Il fuoco appiccatosi alla immensa quantità di cera offerta dai fedeli, alla circostante balaustra di legno, ad un vicino confessionale, al pulpito, alla tappezzeria, avviluppò tra i suoi vortici la preziosa immagine. Per vero miracolo, il simulacro di legno antichissimo, fra il liquefarsi dei cristalli ed il disfarsi della stessa cassa rivestita d’argento, che la chiudeva, si conservò in modo che i guasti patiti poterono essere agevolmente riparati. Il 18 maggio seguente, il celebre statuario savonese cav. Antonio Brilla ridonava agli alessandrini l’effigie della Salve compietosamente restaurata. La ricostruzione della cassa venne invece affidata all’orefice alessandrino Antonio Testore il quale, basandosi sugli antichi modelli la rifece rendendola ancor più squisitamente artistica: fu ultimata nel 1877 e venne a costare £. 21.000. Degne di nota sono le lampade che stanno ai lati del simulacro. Le due in argento, stile impero, fatte da Maurizio Ceresa su disegno dell’arch. Valizzone, furono donate dal Municipio nel 1837 in esecuzione del voto della città per la grazia ottenuto della preservazione dal colera nel 1835. Sono a forma di vaso antico su base triangolare e poggiate su tre grifi collegati dallo stemma della città. Le altre due lampade d’argento appese a catenelle, furono offerte da re Carlo Alberto per la solenne imposizione della corona vaticana alla B.V. della Salve fatta dal vescovo Andrea Pasio il 28 maggio 1843; alle grandiosi feste partecipò lo stesso re con la sua famiglia. Su ogni lampada si notano tre scudetti con le seguenti lettere incrociate: CCR - DDD - BMV. In questa cappella sono conservate anche due insigni reliquie della Passione di Gesù Cristo.

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LA RELIQUIA DELLA SANTA CROCE (torna su)

Questa insigne reliquia (un grosso frammento della Santa Croce) è contenuta in un magnifico reliquario in argento cesellato di fattura milanese, alto m. 0,83, largo m. 0,46. La forma è quadrata; ci sono inoltre varie figure di angeli che recano gli strumenti della Passione: la colonna, la croce, il velo, la corona di spine, i chiodi. Al di sopra, il busto del Padre Eterno, con ai fianchi due Angeli adagiati presso due palmette. Le notizie storiche concernenti la reliquia si possono dedurre da una iscrizione incisa sul tergo del reliquario stesso. Qui si legge che il legno della SS. Vera Croce di N. S. Gesù Cristo fu donato con strumento notarile da Opizio De Reversatis  alla città di Alessandria nella persona del podestà Alberto Fontana l’11 dicembre 1208. Nello stesso giorno furono estratti i nomi di quelle nobili famiglie (due per ogni contrada), alle quali sarebbe stata affidata la cura e la custodia. La sorte designò le seguenti: Trotti, Pettenari, Calcamuggi, Ghilini, Plana, Robutti, Squarciafichi, Colli. Furono queste famiglie (alla famiglia Plana era succeduta quella degli Arnuzzi) che nel 1619 curarono l’esecuzione dell’attuale reliquiario. L’affresco che occupa la lunetta sul fronte della cappella della Salve e che rappresenta, a sinistra i crociati, il podestà di Alessandria Alberto Fontana e Opizio De Reversatis in atto di regalare la reliquia di Santa Croce, unisce insieme i due fatti del 1208 e 1619. (torna su)

 

LA RELIQUIA DELLA SACRA SPINA (torna su)

Questa eccezionale reliquia è rinchiusa in un reliquiario d’argento, alto cm. 36, fatto a forma di ostensorio ambrosiano con cilindro di cristallo; è un bel lavoro di cesello del XVI secolo. Storicamente sappiamo che questa Sacra Spina fu acquistata dal nobile alessandrino Castellino Colli, a caro prezzo, da un soldato che l’aveva salvata dal sacco di Roma del 1527. Il Colli l’aveva poi lasciata per testamento a san Pietro di Borgoglio, nella cui collegiata la sua famiglia godeva il patronato dell’arcipresbiterato, ma il vescovo Ottaviano Guasco nel 1542, la fece trasportare in cattedrale perchè fosse conservata e venerata con il Sacro Legno della Croce. La Sacra Spina, della lunghezza di circa cm. 6, è di colore cenerognolo; alla punta è di colore piuttosto scuro ed appartiene al genere rhamnus. Nella lunghezza si scorgono della piccola epidermide cenerognola che lascia intravedere il legno. (torna su)

 

L'OTTAVARIO (torna su)

La Santa Sede decorò il simulacro della corona aurea vaticana e concesse ufficio e messa propri. La solennità della Madonna della Salve si celebra il sabato antecedente la III domenica di Pasqua con solenne ottavario e si chiude la domenica successiva con la solenne processione per le vie della città. Il giorno dopo viene celebrata la Messa 'della reposizione' alla quale prendono parte numerosissimi fedeli; è questa l'unica occasione in cui è possibile assistere al funzionamento della antica macchina utilizzata per spostare il simulacro dalla sede che abitualmente lo ospita (i preparativi per l'esposizione vengono generalmente effettuati a porte chiuse). (torna su)

 

O REGINA DELL’EMPIREO (torna su)

Alla 'Clementissima Patrona' è dedicato 'O Regina dell'Empireo', uno degli inni più popolari della tradizione liturgica alessandrina, 'il' canto mariano diocesano per eccellenza le cui prime due strofe chiudono quasi tutte le celebrazioni liturgiche celebrate in cattedrale. La versione completa pubblicata di seguito è quella utilizzata nella Liturgia delle Ore per la celebrazione dei primi e secondi vespri.

 

O Regina dell’Empireo,

tutta pura, tutta bella:

salve, Figlia, Sposa, Ancella,

salve Madre al Redentor.

 

                        Salve, salve,

                        o d’Alessandria,

                        Clementissima Patrona.

                        Se peccammo, deh perdona.

                        Deh, c’infiamma

                        del tuo amor.

 

Nel mirarti in quell’immagine

mesta ai piedi della Croce,

un rimorso giusto, atroce,

ci ripiomba in mezzo al cor.

                   

Qual un dì mite e propizia

ti mostrasti agli avi nostri

tal propizia a noi ti mostri

fra le angustie e il dolor.

 

A te Padre Onnipotente

ed al Figlio Redentor,

al divino, eterno Amore

gloria, lode e sommo onor. Amen

(torna su)

 

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Il Ven. Simulacro della B. V. della Salve

Brevi note critiche sull’origine del Ven. Simulacro

redatte dall'arciprete Giuseppe Amato nel 1952

 

A quale epoca risale il Ven. Simulacro della Salve?

Tutti gli storici della Madonna della Salve, specialmente il Burgonzio, l’Ansaldi, il Gasparolo, si sono limitati ad affermare che il Ven. Simulacro della B. V. della Salve già esisteva prima della fondazione di Alessandria (1168).

Nessuno, per quanto mi consta, ha fatto studi più particolari al riguardo oppure ha cercato di indagare oltre quella data.

Animato pertanto dal desiderio di rendere ognora più ampie le cognizioni sulla Madonna patrona di Alessandria, ho affrontato questo problema, pervenendo ad alcune conclusioni, che senza la pretesa di avere raggiunto una soluzione certa e definitiva, sottopongo al giudizio degli studiosi.

I criteri seguiti nell’indagine sono stati due: comparazione del culto della Madonna della Salve con il culto mariano in generale; studio critico sullo stile e sulla struttura dello stesso Ven. Simulacro.

 

Sviluppo del culto della Madonna in genere

Il culto della Madonna che ha il suo fondamento nello stesso Vangelo, ebbe nello sviluppo una graduale trasformazione prima di arrivare a quella pienezza di forma che oggi si riscontra nella Chiesa cattolica.

Naturalmente anche l’arte seguì le stesse vicende per cui culto mariano e arte mariana si illustrano a vicenda.

Da principio questo culto si concentrò nella esaltazione della divina maternità della Vergine e l’arte del tempo si mantenne nel quadro del ciclo cristologico rappresentando sempre Maria col Bambino (Kaufman; vedi pure Bartman, Teologia Dogmatica, vol. II).

Qualche rara volta la Madonna in questo primo tempo viene rappresentata da sola ed allora la si indica con la semplice qualifica di Orante.

Dopo il Concilio di Efeso (431), con la proclamazione di fede della divina Maternità, l’arte per esprimere da dignità della Madre di Dio aggiunge insegne regali, ricchezza e varietà di colori smaglianti (Vedi i mosaici dell’arco trionfale di S. Maria Maggiore in Roma).

Seguono le Madonne bizantine con costumi compassati e ricchi usati alla corte di Bisanzio. Ma anche qui la Madonna continua a presentarsi come il trono vivente dell’Autore della vita; il Santo Bambino però sta sulle sue ginocchia in grave maestà e benedice colla mano destra (G. Nicodemi, La Vergine; A. Venturi, La Madonna).

Dal 700 al 1000 circa, l’arte e quindi anche l’arte mariana, sotto l’impeto travolgente delle orde barbariche, ha un periodo di triste decadenza. Non si sa quasi più rappresentare figure umane e tanto meno figure della Madonna e dei Santi.

Viene però la rinascita. Verso la metà del sec. XI la nuova arte riceve dalla Chiesa il compito della educazione morale del popolo. Le storie dei due Testamenti, le vite dei Santi, le figurazioni mariane riaffiorano acquistando di mano in mano, anima e sentimento. La crocifissione e la deposizione dalla croce, soggetti mai trattati direttamente prima, incominciano ad apparire nelle illustrazioni dei manoscritti, quindi diventano soggetto di viva rappresentazione da parte dei pittori e degli scultori.

Il culto mariano allarga così il suo campo esaltando non soltanto la Madre di Dio, ma commemorando anche i dolori della Vergine corredentrice del genere umano. Questa devozione soltanto nel sec. XIII, per opera specialmente dell’Ordine dei Servi di Maria, sarà grandemente sviluppata ed affiancata nel campo dell’arte da un sempre maggior numero di artisti (Giotto, Duccio, N. Pisano, B. Angelico, Andrea del Castagno, Mantenga, il Ciambellano, Giovanni Bellini, ecc. – Vedi: Pazzaglia, La Donna del dolore).

 

Il culto della B. V. della Salve non può essere anteriore al 1000

Tenendo presente questo sviluppo del culto mariano, esaminiamo ora il Ven. Simulacro della Salve.

L’Ansaldi scrive: “Rappresenta Maria SS. Addolorata senza le spade dei dolori (l’uso di rappresentare la Madonna col cuore trafitto da sette spade si inizia nei Paesi Bassi nel sec. XV) quasi appoggiata ad una croce nuda avente al sinistro lato S. Giovanni Evangelista in atto di sorreggerla”.

È evidente che la Madonna della Salve, detta prima semplicemente Santa Maria, quindi fino al 1489 Madonna dello Spasimo, rappresenta in realtà la Madonna Addolorata. Ma poiché, secondo le vicende del culto mariano attraverso i secoli, il culto alla Madonna considerata nei suoi dolori, si presenta soltanto verso il 1000, e sapendo, attraverso gli storici, che la nostra Madonna era già venerata nel 1168, logicamente si arriva a questa prima conclusione: il ven. Simulacro della Salve fu scolpito tra il 1000 ed il 1168.

 

Due importanti pregiudiziali

Tale tesi viene confermata dallo studio critico dello stesso Simulacro.

Per chiarezza però è bene premettere due pregiudiziali.

1 - Il Simulacro come si presenta oggi non dà la possibilità di un preciso esame critico. Infatti, come è noto, dopo l’incendio del 1876, l’effigie viene restaurata dallo scultore savonese Antonio Brilla e ciò con grave danno del suo carattere anteriore.

Ricordo di aver sentito da vecchi alessandrini il loro disappunto perché dopo il restauro del Brilla il volto, per esempio della Madonna non fosse più di colore nero come in precedenza.

Questo studio dovrà perciò basarsi specialmente sulle incisioni riproducenti la statua prima dell’incendio.

2 – L’indagine si riferisce al solo gruppo statuario. La bella e ricca custodia di schietto stile barocco fu eseguita nel 1761 e rinnovata, sullo stesso disegno, dopo l’incendio del 1876: esula quindi dal nostro esame.

Della custodia precedente il 1761, che era una “cassa di legno intagliato e dorato, aperta ai 4 lati, munita di cristalli” purtroppo non ne è rimasta alcuna riproduzione.

 

Esame estetico del ven. Simulacro

Riesaminiamo ora il ven. Simulacro, incominciando a rileggere la descrizione che ne fa l’Ansaldi: “È scolpita in duro legno, a detta degli intelligenti, straniero a questi paesi e parrebbe della qualità dei legni che usansi nelle regioni orientali … Nero è il colore della statua della B. V. al che sembra aver più di tutto contribuito il tempo. La statua di S. Giovanni appare meno oscura, ed è rossa la sua tonaca sul petto. Scultore di questo augusto Simulacro, alcuni, a detta del Borgonzio, hanno creduto che fosse S. Luca; in realtà però è incognito. Sotto il rapporto di scultura è opera pregevole. Questo Simulacro era venerato nell’antica chiesa di Rovereto, e così qui esisteva prima della fondazione di Alessandria, avvenuta nel 1168. Divenuto Rovereto quartiere della nuova città, e fabbricatasi la prima chiesa Cattedrale, in questa trasportato si volle il ven. Simulacro della Salve; facoltà però fatta a que’ di Rovereto, di esporne altro consimile nella loro chiesa; il che avvenne; ma quel simulacro è più piccolo di quello della Salve, ed è scolpito in pietra, come tuttora si vede in S. Maria di Castello, non più come ai tempi del Borgonzio nella cappella degli Inviziati, ma in una piccola nicchia sotto l’organo”.

In questa descrizione ci interessano tre cose: la materia, il colore della Madonna, l’attribuzione a S. Luca.

La materia. Nulla di straordinario che il legno della statua possa essere di origine orientale. Fino al sec. XIII infatti invalse l’uso di confezionare le venerate statue della Madonna con legno del Libano. Scrive Paolo Guérin (La Vierge Noire de Boege): “Les plus anciennes statues de ce genre furent apportéès du Liban, dès les premiers siècles du Christianisme, par les pélerins  qui visitaient la Terre Sante : elles avaient vuoé leur travail à la Mère de Dieu”.

Il colore. È noto che i venerati Simulacri delle Madonne Nere divennero frequenti specialmente nel XI secolo. Da qualche critico si volle attribuire al fumo delle lampade e delle candele o all’azione del tempo la nera colorazione. Ma la ragione non tiene. Perché infatti l’azione stessa si limitava al volto e alle mani e non si estendeva a tutta l’effigie?

È più logico invece trovare la spiegazione dell’uso del nero nel famoso versetto “Nigra sum sed formosa, filiae Jerusalem, ideo dilexit me Rex et introduxit me in cubiculum suum” che ai tempi di Gregorio II prima (714 – 731) ed Urbano II dopo (1088 – 1099) si era inserito nel Piccolo Ufficio della B. Vergine.

Attribuzione a S. Luca. Tutte le Madonne Nere vengono attribuite a S. Luca. La critica moderna ha però stabilito che le cosiddette “immagini di S. Luca” sono da porsi tra il IX ed il XIII secolo (Duhr: Le visage de Marie à travers les siècles dans l’art chretiènne – Venturi: La Madonna).

Con ciò non si esclude la possibilità che S. Luca sia stato anche pittore o scultore, e che di fatto abbia eseguito il ritratto di Maria SS. il quale poi sia divenuto il prototipo di quelli successivi (Casagrande: Iconografia cristiana).

 

Confronto con l’esemplare esistente in S. Maria di Castello

Ma un esame più minuzioso del ven. Simulacro ci porta ad altre considerazioni ancora più importanti.

1 – La Madonna della Salve è veramente accasciata sulle ginocchia oppure la si volle riprodurre a tre quarti della persona? Nel primo caso come si spiega la sproporzione di altezza tra Maria SS. (cm 105) e S. Giovanni (cm 125)?

2 – Il soggolo che avvolge collo e capo della Vergine non potrebbe essere un particolare interessante per fissare l’epoca della esecuzione?

 

1 – Il primo interrogativo è determinato da una duplice constatazione: la statua attuale e le incisioni precedenti all’incendio raffigurano la Madonna accasciata sulle ginocchia; nella riproduzione di S. Maria di Castello invece la Madonna è ritta in piedi ed è limitata ai tre quarti della persona.

Ritengo, e lo dimostrerò in seguito, che la Madonna della Salve fu primieramente voluta con le ginocchia piegate. Intanto faccio osservare che la conformazione della statua (è un alto rilievo e non una statua a pieno sviluppo) e la sproporzione di altezza con S. Giovanni, ritto in piedi, sono valide prove per ritenere l’esecuzione della statua poco dopo il mille.

In questo periodo le statue a pieno sviluppo sono rarissime e le proporzioni non sono troppo osservate, poiché la scultura, pur prendendo come guida quella classica romana, risente ancora dell’influenza povera e rozza del periodo barbarico appena superato.

La divergenza del Simulacro con la riproduzione esistente nella chiesa di S. Maria di Castello dopo un attento esame del gruppo statuario si può spiegare nel seguente modo.

Primo tempo. Una riproduzione in pietra è concessa alla chiesa dell’antico Rovereto in seguito al trasporto della Madonna in Cattedrale. Ciò avviene tra il 1178 e il 1208. È da supporre che la riproduzione sia stata più che mai fedele, altrimenti gli abitanti di Rovereto sarebbero rimasti delusi nella concessa sostituzione.

Secondo tempo. Nel sec. XV la chiesa di S. Maria di Castello si trova in grande decadenza e si dà mano ad importanti restauri che purtroppo trasformano completamente la bella chiesa del sec. XIII: del vecchio rimane soltanto il transetto. A tale restauro non sfugge neppure il gruppo della Madonna. Ormai più nessuno può opporre obiezioni ad una eventuale trasformazione, perciò seguendo l’indirizzo artistico del momento, si incomincia a ricoprire il Simulacro con un leggero strato di stucco formato con bianca polvere di marmo. Su S. Giovanni si modella un manto simile a quello della Madonna ed i capelli si trasformano in grosse trecce abbinate come usatasi in quel tempo: vengono modellate opportune pieghe sulla tonaca della Madonna facendo scomparire la piegatura delle ginocchia e dando alla figura la posizione eretta. La stroncatura ai tre quarti della persona dà così alle due immagini una perfetta proporzione. Infine si colora per la Madonna in bleu il manto, in rosso la tonaca; per S. Giovanni in rosso il manto, in celeste la tonaca. Ne risulta una bella statua di schietto sapore quattrocentesco (confrontare con il gruppo della deposizione di Guido Mazzoni in S. Giovanni di Modena e la Pietà di Giovanni Bellini a Brera).

Terzo tempo. Il gruppo della Madonna della Salve che era stato sistemato nella cappella dell’apodosis in cornu epistolae, vi rimane anche dopo i restauri del sec. XV, quando cioè la cappella molto modificata diventa cappella degli Inviziati. Con la costruzione dell’organo Mentasti (fine 1700) la stessa cappella si annulla e la Madonna rimane al suo vecchio posto sotto l’impalcatura dell’organo fino al 1866.

In quell’anno (Berta, Cenni di cronistoria alessandrina) si rimettono in luce per cura del fabbriciere Giovanni Jachino nella chiesa di S. Maria di Castello le 9 figure in cotto quasi al naturale rappresentanti la deposizione di croce del Redentore. Erano state murate (?) nei restauri del 1844.

Anche la Madonna della Salve ritorna alla luce (la ex cappella degli Inviziati era stata chiusa definitivamente nel 1851), per essere sistemata sulla parete di fondo del transetto. Però la statua, che come abbiamo visto nel sec. XV era stata colorata, per intonarla alla decorazione generale del 1844, viene ricoperta di una uniforme tinta grigia che le ritorna la somiglianza con la pietra.

Così si spiega la divergenza dei due Simulacri, divergenza invero che non infirma per nulla la mia tesi.

 

Una interessante particolarità

2 – Rimane ancora la questione del soggolo: e questo a mio parere apporta un argomento di grande importanza.

L’origine del soggolo, che nelle sue numerose variazioni diventerà parte importante nell’abito religioso femminile, va ricercata nel velum, fazzoletto che serviva da copricapo nei primi tempi alle donne cristiane, assai più agevole che non far passare sul capo, come d’uso presso le matrone romane, un lembo del mantello.

S. Agostino alle prime vergini, che guidate dalla di lui sorella si erano adunate per condurre vita comune, imponeva di coprirsi con il velum in modo da nascondere persino i capelli ed evitare così ogni motivo di vanità (Moroni, Dizionario ecclesiastico).

Più tardi, dopo il periodo barbarico, quando ebbero inizio tra il 1000 e il 1200 le comunità religiose veramente organizzate, il velum di tela bianca, ebbe una precisa funzione: quella di coprire il collo ed inquadrale il viso, mentre un leggero manto posato sul capo, sorretto dalle spalle e talvolta fermato sul petto, scendeva verso terra lasciando scoperta la tunica anteriormente. Il manto si ridusse poi per la praticità ad un semplice copricapo, ed il velum diventò il soggolo.

Ora le due statue della Madonna della Salve, quella autentica e quella riprodotta in S. Maria di Castello, presentano il soggolo. Questo particolare sta ad indicare che la loro esecuzione non poté essere anteriore all’uso di tale indumento monacale. Rimane perciò ancora una volta fissato che il Simulacro della Salve dovete essere scolpito tra il 1000 ed il 1168.

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(Ritornello che nella versione breve viene cantato dopo la prima e la seconda strofa)