Da 'verità e fede'
a 'la voce alessandrina'
Una piccola storia
‘Verità e Fede’: le origini
Tra il vecchio e il nuovo secolo
L’avvento di Carlo Torriani
Una presenza significativa
Le testate
I direttori
‘Verità e Fede’: le origini
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E’ il 9 gennaio 1879 quando
il settimanale cattolico della diocesi di Alessandria, dal titolo significativo
‘Verità e Fede’, comincia le sue pubblicazioni.
A sollecitare la sua presenza
è il vescovo della diocesi, monsignor Pietro Giocondo Salvaj, molto attento al contributo
del movimento sociale cattolico. Quali sono gli inizi della nuova testata, in quale
contesto ‘Verità e Fede’ comincia le sue pubblicazioni? Il contesto, culturale e
politico, è difficilissimo. Ce lo ricorda don Stefano Berta, già vice parroco del
duomo, che nei suoi ‘Cenni’ ci parla di una Alessandria dove “il culto della materia,
la deificazione del piacere, l’avversione al sacrificio, l’individualismo sotto
il manto della consorteria” la fanno da padroni.
Come se non bastasse, ‘Verità
e Fede’ trova la sua opposizione più dura nell’ambiente liberale-massonico della
città: si parla di ‘giornale pretino’, cioè fortemente clericale, si ironizza su
chi potrà comprarlo (“le dame di Maria, le paolotte e i picchiapetti”); si sottolinea
la scelta non felice di Salvaj.
Ma per don Giuseppe Prelli,
che segue il giornale, tutto questo livore è buon segno: “certamente meglio dell’indifferenza”,
va ripetendo.
In un contesto di forte
e acceso anticlericalismo (nell’aprile del 1879, i liberali arrivano a scrivere
che la “consacrazione del nuovo duomo è un pretesto per far bottega”), il giornale
porta avanti, in modo talvolta coraggioso, le problematiche del periodo. Dal punto
di vista politico, comunque, si fa ancora notevolmente sentire la scelta del ‘non
expedit’ del 1874 in base al quale i cattolici non possono essere né eletti né elettori.
Ma i temi sui quali spaziare non mancano. Due per tutti: la scuola e il pericolo
di una sua progressiva laicizzazione, da una parte, il tentativo di sottrarre la
classe operaia dalla soggezione comunista, dall’altra. E poi, la riflessione sociale:
‘Verità e Fede’ pubblica integralmente la
‘Rerum novarum’. Una nuova fase si apre.
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Tra il vecchio e il nuovo secolo
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Negli ultimi anni del secolo
il giornale cattolico cambia testata: prima ‘La Sveglia’ che giunge alla diffusione
di quasi duemila copie settimanali, successivamente, dal giugno 1895, ‘L’unione’,
infine, dalla primavera del 1897 ‘La Nuova Sveglia’. Perché tutti questi cambiamenti?
Monsignor Luigi Riccardi parla di un’instabilità dovuta “all’incertezza personale
degli uomini propria di fine XIX secolo, soggetti alle ripercussioni degli aspetti
positivi e negativi di carattere riformistico che serpeggiavano in quegli anni anche
nell’ambiente ecclesiastico”.
Lo stesso Lanzavecchia,
nel suo saggio su Salvaj, ci presenta la Chiesa alessandrina del periodo come sostanzialmente
divisa tra intransigentismo e transigentismo, moderalismo e conciliatorismo. E’
comunque anche questo un periodo di ricchezza: i cattolici tornano politicamente
a dire la loro (elezioni amministrative del 1895) e figure di primo piano come Alberto
Buffa, Giulio di Gropello e grandi religiose come
madre Teresa Michel (è del 1899 la fondazione della congregazione delle
Piccole Suore della Divina Provvidenza) e
madre Carolina Beltrami tengono viva la fede della comunità.
Il 1° ottobre 1898, il giornale
cattolico alessandrino assume, anche su sollecitazione del vescovo, monsignor Giuseppe
Capecci, una nuova testata,
‘L’Ordine’. A dirigerlo, tra il 1898 e il 1903, è l’arciprete di san Lorenzo,
Giuseppe Boccassi, tra il 1903 e il 1912 don Dalmazzo Cuttica, e successivamente
il prevosto Biagio Boidi. Una copia costa 5 centesimi (l’aumento da 5 a 10 centesimi
non sarà gradito dai lettori), l’abbonamento annuo 6 lire.
A dominare in città sono
adesso le forze socialiste: e il giornale cattolico deve fare i conti con i nuovi
padroni. Ma, tutto sommato, la fa discretamente. Sulla questione dell’insegnamento
religioso raccoglie tremila firme, contro la cacciata delle suore dall’orfanotrofio
addirittura dodicimila, sulla proposta di togliere i crocifissi dalle scuole e di
‘sclericalizzare’ le strutture ospedaliere la battaglia è durissima.
Unico problema: la questione
politica. Tanti articoli interessanti ma, aggiunge acidamente Torriani, si lascia
che operino, in nome dei cattolici, i “cosiddetti liberali moderati”. E anche di
fronte al Patto Gentiloni, i giovani esponenti del movimento cattolico alessandrino
non sono teneri: non si fidano di certi ‘massoni’ che nei giorni preelettorali diventano
‘bigotti’.
Nel 1917, ‘L’Ordine’ si
riduce a quattro facciate, l’anno seguente il giornale sospende le pubblicazioni:
forse, precisa monsignor Riccardi, aveva nuociuto, tra le altre cose, la previsione,
avanzata all’inizio del 1917, che quello sarebbe stato l’ultimo anno di guerra.
C’è comunque il tempo per salutare, con un numero unico e davvero ‘speciale’, la
fine della guerra.
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L’avvento di Carlo Torriani
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All’inizio di ottobre del
1919 monsignor Giosuè Signori, entrato in diocesi qualche mese prima, chiama alla
direzione del giornale un giovane avvocato trentenne, Carlo Torriani. Formatosi,
ad Alessandria e a Torino, nell’associazionismo cattolico, Torriani si era già distinto
per la sensibilità sociale e l’impegno politico. Aveva fondato nel 1918 i primi
nuclei di sindacati liberi e nel gennaio 1919,
chiamato da don Luigi Sturzo, aveva partecipato alla fondazione del Partito Popolare,
di cui sarà segretario provinciale sino al 1924.
La nuova impostazione (un
laico a dirigere il giornale cattolico) è evidente: ‘L’Ordine’, da settimanale religioso,
si trasforma in settimanale con un taglio decisamente sociale e politico. E’ lo
stesso Torriani a promuovere la nuova testata:
‘La Libertà’ comincia le sue pubblicazioni nel gennaio del 1920.
Sul piano politico, il giornale
diventa praticamente organo del Partito Popolare: pieno sostegno a Sturzo, anche
quando quest’ultimo prenderà le distanze dalla collaborazione governativa con Mussolini.
Sul piano locale, ‘La Libertà’ si fa rispettare: memorabili le battaglie dialettiche
con “La Lega Liberale’, con ‘L’Idea Nuova’, settimanale socialista, e ‘L’Idea Comunista’,
fondata da Ambrogio Belloni nel 1921. Non solo verbali, purtroppo, le polemiche
con i fascisti locali: nel settembre del 1922, Torriani viene schiaffeggiato da
Edoardo Torre in corso Roma. Ma il giornale va avanti, almeno sino a quando il regime
glielo consente: nel 1923, il nuovo vescovo, monsignor Nicolao Milone, cedendo probabilmente,
così almeno suggerisce Maurilio Guasco, alle richieste dell’autorità fascista, ‘rimuove’
Torriani. Al suo posto nuovamente un prete: don Carlo Danielli. Il giornale riprende
una veste soprattutto religiosa, veste che, comunque, anche sotto la direzione di
Torriani, non aveva mai perso. Il problema, però, adesso è un altro: quale atteggiamento
avere nei confronti del regime? La Conciliazione viene vista molto positivamente,
ma i fatti del 1931, con la chiusura di almeno 300 circoli cattolici maschili e
femminili in provincia di Alessandria, sollecitano le prime preoccupazioni. Sono
difficili gli anni Trenta e non sempre il giornale riesce a individuare la posizione
più giusta.
Nel 1938, il giornale diocesano
passa sotto la direzione dell’arciprete della cattedrale, Giuseppe Amato. Due anni
dopo, il giornale cambia nuovamente testata, o meglio: per l’intervento delle autorità
fasciste,
‘La Libertà’ deve cessare le pubblicazioni. Dal 25 aprile 1940 la nuova
testata è
‘La Voce Alessandrina’. Ma le difficoltà sono ben lungi dall’essere finite.
Anzi. Alla fine del 1941, il prefetto Soprano sospende le pubblicazioni del giornale
perché aveva ‘osato’ riportare il messaggio natalizio di Pio XII. Ma, pur con due
sole facciate, ‘La Voce’ riprende le pubblicazioni e le continua sino alla conclusione
del secondo conflitto mondiale: alla fine di aprile del 1945, un moto di gioia,
di entusiasmo e di speranza saluta la liberazione della città, alla quale concorrono
anche esponenti del clero alessandrino, la liberazione dell’Italia e la fine della
guerra.
L’anno seguente, appena
entrato in diocesi, il nuovo vescovo,
monsignor Giuseppe Pietro Gagnor, richiama Torriani, nel frattempo divenuto
sacerdote, alla direzione del giornale. E a questo posto, negli anni difficili della
ricostruzione morale e politica del Paese, Torriani rimarrà sino al giorno della
sua morte, il 17 aprile 1958.
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Una presenza significativa
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Successore di don Carlo
Torriani alla direzione del giornale è don Carlo Canestri (dal 1958 al 1963). Sono
gli anni della speranza: il pontificato di Giovanni XXIII, la sensibilità di Kennedy,
i pochi ma significativi spiragli che provengono dall’Est. E a sollecitare e a concretizzare
questa speranza, il giornale contribuisce in modo chiaro e preciso.
Nel 1963 diventa direttore
de ‘La Voce Alessandrina’ don Luigi Riccardi. Il giornale, piano piano, assume una
sua struttura e una sua fisionomia redazionale. Sul piano locale le battaglie non
mancano: a eccezione di qualche anno di centro-sinistra. Alessandria è governata
da giunte di sinistra. Sul piano religioso, c’è da accompagnare il cammino di crescita
della comunità diocesana: e il giornale lo fa nel migliore dei modi.
Nel 1992, l’eredità di don
Luigi Riccardi, quanto mai difficile e impegnativa, è raccolta da Marco Caramagna.
L’obiettivo è quello di continuare nella tradizione ‘centenaria’ del giornale cattolico:
da una parte, farne uno strumento culturalmente valido per la comunità diocesana,
dall’altra, aprirlo in uno spirito di evangelizzazione e di dialogo, alla ‘comunità
degli uomini’.
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Le testate
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Verità e Fede (1879-1893)
(il
primo numero)
La Sveglia (1893 – 1895)
L’Unione (1895-1897)
La Nuova Sveglia (1897-1898)
L’Ordine (1898-1920) (il
primo numero)
La Libertà (1920-1940) (il
primo numero -
l'ultimo numero)
La Voce Alessandrina (dal
1940) (il
primo numero)
I direttori
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su)
Don Giuseppe Prelli (1879-1989)
Don Giuseppe Boccassi (1898-1903)
Don Dalmazzo Cuttica (1903-1912)
Don Biagio Boidi (1912-1919)
Carlo Torriani (1919-1923)
Don Carlo Danielli (1923-1938)
Don Giuseppe Amato (1938-1946)
Don Carlo Torriani (1946-1958)
Don Carlo Canestri (1958-1963)
Don Luigi Riccardi (1963-1992)
Marco Caramagna (dal 1992)