La diocesi di Alessandria nel Cinquecento

 

 

Maurilio Guasco – Roberto Livraghi

 

 

 

 

Una piccola diocesi “lombarda” nella grande storia

 

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a diocesi di Alessandria si affaccia al Cinquecento con le speranze e le instabilità proprie di un organismo giovane. Caratterizzata da una religiosità popolare vivace e diffusa, la comunità dei fedeli deve confrontarsi con un quadro istituzionale difficile sul piano civile come su quello ecclesiastico. All’inizio del secolo si può dire infatti che la diocesi sia ancora una realtà di formazione relativamente recente: se la data di nascita deve farsi risalire al 1175, e quindi agli anni della fondazione della città e dell’affermazione dell’autonomia comunale, di fatto è solo dal 1405 che se ne riavvia la ricostruzione ad opera del vescovo Bartolomeo Beccari. È in quel momento, infatti, che si conclude il lungo periodo dell’unione con la diocesi acquese, unione che aveva provocato la supremazia dell’ordinario di quella città, l’assenza della sede vescovile da Alessandria per circa duecento anni e un’azione di supplenza svolta dal collegio canonicale del Capitolo della cattedrale.

Ma la diocesi così giovane, riorganizzata solo un secolo prima, è anche uno spazio territoriale di piccole dimensioni. Ricavata a forza, sottraendo pievi e parrocchie alle vicine, più antiche e prestigiose sedi vescovili di Tortona, Acqui Terme, Asti, Vercelli e Pavia, fin dal nascere la diocesi alessandrina suscita con la sua sola esistenza problemi e tensioni nel tessuto della giurisdizione ecclesiastica locale, con la conseguenza di avere confini estremamente contenuti, poche parrocchie, oltre che nel capoluogo, nei centri di Castellazzo, Solero, Oviglio e Quargnento. Di tutto ciò rende testimonianza l’erudizione settecentesca che, in particolare attraverso la Storia del Vescovato del vicario Giuseppe Antonio Chenna (1728-1794), ricostruisce le principali vicende dei vescovi, delle chiese e del clero alessandrini.

La realtà diocesana di questi anni è anche povera di mezzi economici: dopo il 1405 i vescovi hanno impegnato molte delle loro energie per procedere al consolidamento della mensa vescovile, ma i risultati di tale lavoro vengono conseguiti con esiti contrastanti ed eccessiva lentezza. Solo l’abbazia di San Pietro a Borgoglio – quartiere che in epoca altomedievale rappresentava una vera e propria enclave dell’arcivescovo di Milano – costituisce un bene rilevante tra quelli in dotazione al vescovado. Fondamentale per acquisire le risorse necessarie al rafforzamento dei cespiti di reddito sembra essere l’alleanza col potere politico, con la compagine signorile degli Sforza, all’interno dei cui domini si collocano politicamente e geograficamente la città e il contado di Alessandria. Emblematico sotto questo profilo è il legame tra Francesco II Sforza e Marco Cattaneo, vescovo che porta la diocesi alessandrina a un rapporto di piena collaborazione col governo ducale.

Infine, quella alessandrina è anche una realtà di confine, saldamente collocata all’interno della zona di influenza del ducato milanese, ma inevitabilmente posta sul limitare di altri Stati: quello Sabaudo in formazione ad ovest, quello paleologo forte nell’area del Monferrato, quello genovese a sud.  Se militarmente questa posizione si rivela strategica – e sarà una caratteristica dell’area per i sette secoli che vanno dalla fondazione di Alessandria all’Unità d’Italia – dal punto di vista economico, sociale e anche religioso essa sarà causa di una sostanziale marginalità. La città rappresenta un punto nevralgico si piano difensivo (“chiave di tutto lo Stato di Milano”, la dirà a metà Seicento l’annalista locale Girolamo Ghilini), ma dagli arcivescovi milanesi e dal potere ducale la diocesi sembra essere considerata come una sede periferica, di piccola dimensione, di tenue reddito, a cui destinare personale non di primo piano.

 

 

Testimonianze di vita religiosa

 

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ul terreno più propriamente religioso, e in un sostanziale silenzio delle fonti circa lo stato del clero, il periodo a cavaliere tra Quattro e Cinquecento vede attuarsi ad Alessandria le strategie di presenza e penetrazione messe in opera nel lungo periodo dai vari ordini regolari.

Mentre si consolidano gli insediamenti dei Francescani, Carmelitani, Domenicani, Serviti, Minori conventuali – presenti in diocesi già dal XIII e XIV secolo – la fine del Quattrocento registra la fervida attività degli Agostiniani in San Martino e dei Regolari Lateranensi in santa Maria di Castello. Sembra conoscere una fase di ripiegamento solo l’ordine degli Umiliati, che pure aveva caratterizzato con la sua presenza la fase fondativa della città e aveva raggiunto grande importanza anche sul piano politico-amministrativo. Il ramo maschile degli Umiliati, come è noto, sarà definitivamente soppresso proprio dal Pontefice Pio V nel 1571, dopo un clamoroso tentativo di attentare alla vita del card. Carlo Borromeo.

La spiritualità cittadina è fondata sui pilastri della predicazione degli ordini mendicanti: un disegno di rinascita religiosa, con una forte aspirazione alla riscoperta dei valori evangelici di povertà, preghiera e vita in comune. Monasteri e conventi si presentano come sedi privilegiate per realizzare un programma di santità che investe non solo i monaci ma l’intera comunità dei fedeli.

Più critiche, forse, le condizioni spirituali del clero secolare: discutibili modalità di formazione e reclutamento, costumi non sempre irreprensibili, dissidi sui benefici, discordie con i regolari circa questioni di precedenza nelle processioni o di competenza territoriale, emergono direttamente o indirettamente dai documenti. Limitato è peraltro il numero delle fonti che ci consentono una conoscenza diretta di queste problematiche: due di esse hanno natura ecclesiastica locale (e sono l’archivio storico del Capitolo della Cattedrale e l’archivio della parrocchia di santa Maria di Castello), mentre una terza – sondata ai primi del Novecento dallo storico e paleografo alessandrino, can. Francesco Gasparolo – è rappresentata dai fondi ducali dell’Archivio di Stato di Milano. La testimonianza più eloquente della religiosità alessandrina è forse il culto per la  Madonna detta “della Salve” e la devozione per il suo simulacro, di antica origine e custodito in cattedrale, che proprio nel 1489 divenne protagonista di una prodigiosa sudorazione capace di richiamare folle di fedeli da tutta la Lombardia.

 

 

Dall’orbita Sforzesca alle guerre Franco-Spagnole

 

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l XVI secolo si può agevolmente dividere in due parti, con una cesura che si colloca evidentemente intorno al sesto-settimo decennio in coincidenza con lo svolgimento del Concilio di Trento e la conseguente ripresa caratterizzata dal riformismo borromaico. La presenza di un pontefice di origine locale enfatizzerà le conseguenze della politica religiosa di San Carlo, ma per comprendere meglio la portata di quelle innovazioni è utile ripercorrere la prima, travagliatissima, metà del secolo,

Il Cinquecento si presenta subito come un’epoca difficile: nel 1449, con quello che viene considerato un atto di tradimento, gli Sforza abbandonano la città di Alessandria nelle mani dei francesi. Nei venticinque anni successivi, almeno fino alla battaglia di Pavia, il territorio dell’Alessandrino si trasforma in un ampio campo di battaglia, ripetutamente conteso dagli eserciti francese e spagnolo. Le continue guerre daranno un colpo di grazia a quel barlume di crescita economica che aveva caratterizzato l’ultimo quarto del Quattrocento sotto il governo di Ludovico il Moro. Le aristocrazie cittadine, già impegnate a combattersi per la conquista del potere locale, trovano un innesco alle loro discordie, rinverdendo i fasti dell’antica contrapposizione tra guelfi e ghibellini.

I momenti peggiori sono vissuti nel 1512, in occasione dell’occupazione della città da parte degli svizzeri di Massimiliano Sforza, e del saccheggio operato nel 1524 dopo la disfatta sulle rive del Sesia.

 

 

Il Capitolo della Cattedrale

 

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el 1500 il vescovo Gian Antonio Sangiorgio, assai considerato dal Papa Alessandro VI che lo aveva creato cardinale, lascia la sede di Alessandria che, peraltro, aveva frequentato poco. Si apre così anche una fase in cui il potere vescovile viene esercitato soprattutto attraverso le figure dei vicari.

Di solito si tratta di esponenti di famiglie patrizie locali, inseriti nelle politiche di consolidamento dei rispettivi gruppi di provenienza: sovente, però, questi personaggi (i vari Trotti, Panizzoni, Arnuzzi, Marchelli, Opizzoni, Inviziati, Boidi) sono dotati di buona cultura, senso delle istituzioni, capacità ed equilibrio, e risultano efficaci interpreti della comunità locale.

I vicari sono anche espressione del Capitolo della Cattedrale, un organismo presente in modo continuativo dal 1175, che tende a costruire un sistema di prerogative molto vasto, fino al tentativo di arrogarsi il diritto di elezione del vescovo. La “politica” del Capitolo conosce dunque un andamento oscillante: nei momenti in cui il potere centrale (ducale e arcivescovile) è forte, l’istituzione è allineata e collaborativa. Quando invece, e capita sovente, si aprono dei vuoti di potere, hanno inizio le strategie per affermare scelte di maggiore autonomia, spesso in sintonia con gli indirizzi di questa o quella famiglia del patriziato. Ed è proprio per sostenere l’autonomia del Capitolo con il prestigio della documentazione storico-giuridica che nasce all’interno di quella stessa istituzione una vera e propria scuola storica, che ha nel canonico Guglielmo Schiavina (1541-1606) il primo esponente di cui abbiamo documentazione e che troverà contiuità nei secoli successivi con i nomi di Lorenzo Burgonzio, Giuseppe Antonio Chenna, Giampaolo Pittatone e, più vicino a noi, Francesco Gasparolo e Giuseppe Amato.

Ma anche nelle complesse circostanze della guerra interna, Alessandria e il suo territorio non sembrano perdere mai l’importante funzione di cerniera e collegamento tra Lombardia e Piemonte, funzione propria – anche sul piano culturale – di una realtà di confine.

 

 

La Chiesa alessandrina prima del Concilio di Trento

 

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nche il governo della diocesi partecipa al clima turbolento dei primi decenni del XVI secolo. Il vescovo Alessandro Guasco (sulla cattedra dal 1500 al 1517), esponente di una importante famiglia del patriziato cittadino particolarmente radicata in Borgoglio, rappresenta un caso esemplare di commistione tra logiche secolari e principi religiosi. Caro al Pontefice Leone X, ebbe modo di partecipare al Concilio Lateranense V, ma, pur essendo originario della città, non poté occuparsi troppo della diocesi, impegnandosi invece nelle questioni del governo civile e militare dello Stato pontificio. E morì di morte violenta, mentre era in carica a Forlì come governatore di Romagna.

Con la sede vacante, il Capitolo cercò di ripristinare le antiche prerogative e propose alla carica vescovile un proprio membro, il canonico Giovanni Luchino Arnuzzi, arciprete della Cattedrale. Fu invece prescelto un esponente della aristocrazia milanese, il giovanissimo – appena ventenne – Pallavicino Visconti (1517-1534). Costantemente assente dalla diocesi e impegnato nelle vicende della politica nel pieno del periodo dell’alternanza tra Sforza e francesi al governo di Milano, Visconti si schierò con la fazione filofrancese e, dopo aver organizzato un attentato contro Francesco II Sforza, fu incarcerato per diversi anni. Ed anche nel quinquennio del suo mandato il Capitolo dovette svolgere sostanziali funzioni di supplenza, approfittando per consolidare il proprio ruolo in sede locale.

Le cose non migliorarono molto neppure con il terzo dei vescovi pretridentini, l’alessandrino Ottaviano Guasco, che, designato nel 1534, fu consacrato solo sedici annui dopo, nel 1550. Uomo d’armi e di ambiente curiale, il Guasco fu lungamente a Roma presso la corte pontificia negli anni di Clemente VII. Chiamato ventenne alla carica di abate della chiesa di San Pietro in Borgoglio, combatté in prima persona a fianco dei francesi e spagnoli, riuscendo comunque a gestire il difficile momento della presa di potere da parte di questi ultimi e arrivando a conseguire la cattedra vescovile in concomitanza con il consolidamento dello Stato spagnolo nel Nord dell’Italia. Il vescovo Guasco si interessò soprattutto alle difficoltà economiche della diocesi e, a fronte di particolari ostacoli incontrati nel suo programma, meditò ripetutamente la rinuncia al vescovado. La morte lo colse nel 1564, e dunque già in pieno clima conciliare: ma egli, quasi emblematicamente, non poté partecipare ai lavori conciliari perché impedito dalla malattia.

A fianco di queste contraddizioni, la Chiesa alessandrina seppe però contrapporre una costante attenzione al sentimento religioso e alla pietà, con quella particolare vocazione – vero tratto distintivo della devozione lombarda – verso l’operosità sociale. Una testimonianza di ciò è fornita dalla rete delle Confraternite, numerosissime in questi anni, caratterizzate da una forte carica di socialità e rivolte all’esercizio della devozione attraverso le opere prima che attraverso la preghiera.

 

 

L’applicazione del Concilio in diocesi

 

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er la Chiesa alessandrina gli anni centrali del secolo sono di preparazione al grande processo di cambiamento che si concretizzerà prima nel Concilio di Trento e poi nell’azione per promuovere in diocesi l’applicazione dei decreti tridentini.

In realtà, i semi del cambiamento vengono gettati lontano dal Piemonte. Mentre negli anni Cinquanta il vescovo è assente, un cardinale alessandrino già esercita la propria influenza alla corte pontificia: è Giacomo Dal Pozzo, che per il suo impegno come membro dell’Inquisizione ottiene la porpora nel 1551.

Nel 1560 a Roma anche il giovanissimo Carlo Borromeo, appena ordinato vescovo, viene subito elevato alla porpora cardinalizia insieme con la nomina ad arcivescovo di Milano. Dal 1562 al 1563 egli partecipa all’ultima sessione del Concilio con la carica di Segretario di Stato, mentre nel 1565, alla morte del pontefice Pio IV, sui zio, si trasferisce a Milano, Chiesa metropolitana cui è soggetta anche la diocesi alessandrina.

Negli stessi anni la traiettoria del card. Dal Pozzo è seguita da un altro alessandrino, Antonio Ghislieri. Nato a Bosco, piccolo centro della diocesi di Tortona a pochi chilometri da Alessandria, il frate domenicano che ha assunto il nome di Michele in breve tempo diventa uomo di punta dell’Inquisizione e attira su di sé l’attenzione del card. Carafa, destinato a divenire papa col nome di Paolo IV. Nel 1551 Ghislieri è Commissario Generale del Sant’Uffizio; papa Carafa lo consacra vescovo nel 1556 e lo eleva al cardinalato l’anno successivo. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dunque, i tre cardinali “lombardi”, Dal Pozzo, Borromeo e Ghislieri, forse anche in nome di una comune formazione all’ateneo pavese, si frequentano, si stimano, si scrivono, sono protagonisti della fase conclusiva del Concilio tridentino (1562-1563). La loro visione di Chiesa è innovativa, fortemente orientata all’evoluzione culturale del clero, dolorosamente segnata dalle critiche riformate. La risposta alla tempesta suscitata da Lutero passa per loro attraverso una radicale riforma dello spirito di chiesa, la riscoperta del rigore evangelico, la riproposizione dell’autorità pontificia e la lotta all’eresia, la cura nella formazione e nel reclutamento del clero, l’attenzione rinnovata ai sacramenti e alla liturgia, il rispetto dei vincoli di residenza in diocesi, la forte azione nei confronti dei molti segmenti deboli della societas christiana.

 

 

Un pontefice alessandrino

 

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uando il collegio cardinalizio dovrà indicare il nome del successore di Pio IV, sarà proprio Carlo Borromeo, con l’appoggio determinante della corona spagnola, a proporre Michele Ghislieri.

La nomina di questo pontefice è dunque da considerarsi come uno dei passaggi cruciali dell’età borromaica ed è fondamentale, per motivi cronologici, anche sul piano dell’applicazione dei decreti conciliari, come avremo modo di vedere proseguendo nel nostro lavoro.

Nel settimo decennio del secolo per la diocesi alessandrina questo fenomeno è particolarmente forte: a Milano l’arcivescovo è l’ispiratore del movimento di riforma cattolica, mentre a Roma uno dei figli di questa terra – che porta il nome di cardinale alessandrino – è chiamato alla guida della Chiesa universale.

Quando gli amministratori comunali della città mandano una delegazione a Roma in segno di giubilo per la sua elezione, il pontefice Pio V Ghislieri, profondamente legato alla patria d’origine, sa di dover riservare attenzioni specifiche alle diocesi della sua terra. E, nonostante i pressanti impegni di pastore della chiesa di Roma, egli effettivamente si pone il problema di un appoggio particolare: lo fa, prima di tutto, inserendo la diocesi di Alessandria come punta avanzata del suo programma di riforma religiosa post-conciliare, poi scegliendo la località di Bosco per la fondazione di un grande convento domenicano, intitolato alla santa Croce e destinato ad appoggiare in modo sostanziale le linee d’azione controriformistiche e, infine, individuando nella persona di Michele Monelli un referente locale di fiducia e destinato a succedergli presto nella carica quasi istituzionalizzata di “Cardinale Alessandrino”.

 

 

I vescovi post-tridentini: Galarati e Baglione …

 

Gli effetti di queste scelte si fanno presto sentire. Già designato dal 1560, il milanese Gerolamo Gallarati, nipote del card. Morone, viene consacrato vescovo di Alessandria nel 1565. Protagonista del Concilio (con ferma presa di posizione circa l’obbligo di residenza da parte dei vescovi) e fedele interprete dei dettami tridentini, Gallarati resse la diocesi con autorità e determinazione, meritando di essere considerato il primo vescovo della riforma cattolica. I punti del suo programma furono caratterizzati da trasparente efficacia: pubblicazione dei decreti conciliari (1564), avvio della visita pastorale pochi giorni dopo l’ingresso in diocesi (1565), riorganizzazione del tessuto parrocchiale, moralizzazione della vita del clero e della società cittadina, fondazione del seminario per la formazione dei chierici (1566) con esplicito richiamo alla ratio studiorum del card. Borromeo e alla sua severa ispirazione classico teologica, partecipazione a Milano al primo concilio provinciale applicandone subito i deliberati in materia di sepolture nelle chiese.

Nel breve triennio del suo episcopato (1565-1568) riuscì ad essere così vicino alla realtà sociale e civile della città da avanzare persino una proposta di cambiamento del regime comunale. Al momento della improvvisa scomparsa di Gallarati, il pontefice alessandrino dovette compiere una difficile scelta per individuare la persona adatta a reggere la diocesi. E forse il prevalere di ragioni sentimentali rischiò di compromettere il processo di riforma avviato in diocesi.

La scelta di Pio V cadde su Agostino Baglione, suo quasi concittadino (nativo di Frugarolo, borgo limitrofo a quello ghisleriano del Bosco), e suo medico personale. Baglione, uomo di cultura e di sensibilità, ma inesperto di governo ecclesiastico, nonostante la breve durata del suo mandato (1569-1571), dovette misurarsi con difficoltà che si rivelarono presto insuperabili. Rispettoso dell’obbligo della residenza, consapevole del doversi impegnare nella visita pastorale, intraprese anche una lotta durissima contro gli abusi del clero e presto venne a scontrarsi con i membri del Capitolo.

 

 

… Trotti e Paravicini

 

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u perciò necessario attendere il secondo vescovo di nomina ghisleriana, l’alessandrino Guarnero Trotti (in carica dal 1572 al 1584) per registrare una energica e condivisa azione condotta in nome dello spirito riformatore. Formatosi a Roma sotto la protezione del Pontefice (Trotti passò dalla condizione laicale a quella di vescovo nella sola estate del 1571), era dotato di buona conoscenza della Chiesa e di ottimi strumenti culturali.

Stimato dal card. Borromeo, intervenne subito a mediare con il Capitolo, procedette alla visita pastorale, fu assiduo nella partecipazione ai concili provinciali, ove assorbì perfettamente gli indirizzi pastorali borromaici in tema di formazione e di spiritualità.

Promosse un’efficace azione di difesa sociale della donna chiamando in Alessandria le suore Orsoline, dando via ad un orfanotrofio femminile e costituendo un ricovero per le convertite. Ma mons. Trotti operò anche per consolidare la presenza e il prestigio dell’istituzione episcopale, sostenendo i diritti della giurisdizione ecclesiastica fino ad arrivare alla scomunica del podestà cittadino, acquisendo un importante palazzo dalla famiglia Inviziati per farne la sede vescovile, ed infine celebrando il Giubileo.

Ed anche il suo successore, il romano Ottavio Paravicini, fu figura di altissimo rilievo pastorale ed ecclesiale. Discepolo di San Filippo Neri e del card. Cesare Baronio, egli volle essere consacrato vescovo personalmente dal card. Borromeo. La sua grande personalità si dispiegò proprio nella cura della diocesi alessandrina, suo primo incarico episcopale (1584-1596).

Chiamò Oblati e Somaschi alla predicazione in città e affidò loro la formazione dei chierici; favorì l’ingresso dei Gesuiti che rappresentarono per la città un’occasione di crescita e aggiornamento culturale. Svolse un’accurata visita pastorale (di cui mancano gli atti, ma importanti notizie sulla diocesi si possono desumere dalla visita pastorale svolta da mons. Gerolamo Gonfalonieri negli anni 1593-1594). Prima di lasciare Alessandria a seguito dell’incarico di Nunzio in Svizzera, il futuro card. Paravicini ebbe modo di occuparsi della difesa giurisdizionale dei diritti della Chiesa (bolla In coena Domini), ed anche di catechesi, liturgia, riforma del clero, impegnandosi nella ristrutturazione di diverse chiese cittadine.

 

 

Una chiesa rinnovata

 

Con il vescovo Paravicini la diocesi alessandrina completa dunque un radicale processo di trasformazione che ne fa una realtà molto diversa da quella della prima metà del secolo. Più vicina al Vangelo, più salda e organizzata, più vicina alla gente, nel 1591 la chiesa di Alessandria conta 13 parrocchie, 12 conventi, 5 monasteri, altrettanti ospedali e 23 confraternite, al servizio di una popolazione di circa 25.000 abitanti, di cui 14 mila nel capoluogo, 3 mila nei sobborghi e circa 8 mila nel contado.

I vescovi Gallarati, Trotti e Paravicini – dei quali si conservano presso la Biblioteca ambrosiana i carteggi con San Carlo Borromeo – si possono perciò dire efficaci interpreti dell’idea di Chiesa definita e voluta dal Concilio di Trento.

Una Chiesa riordinata gerarchicamente, con grande rilievo dato all’episcopato; riorganizzata sul territorio con la creazione di vicarie foranee; attenta alla formazione spirituale e culturale del clero mediante l’istituzione del Seminario e del collegio Ghislieri in Pavia, in cui Pio V aveva voluto riservare posti gratuiti per gli studenti poveri di Alessandria e del Bosco; impegnata nello sviluppo della predicazione e nella periodica celebrazione dei sinodi diocesani (che si svolgeranno regolarmente per tutto il secolo successivo).

 

 

Devozione e impegno dei laici

 

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n questa Chiesa è rilevante anche il ruolo dei laici, attivi nelle Confraternite – e che si occupano dell’assistenza agli ammalati e agli indigenti, agli incurabili e ai condannati a morte – nelle Opere Pie, come i Monti di Pietà e i Monti frumentari, nelle varie Compagnie (come quella della Dottrina Cristiana, istituita da Pio V con bolla del 6 ottobre 1571).

Ma è soprattutto il clero secolare a divenire protagonista della vita religiosa della comunità, dalla diffusione dei sacramenti (di cui si iniziano a compilare e conservare i relativi “Libri” nelle singole parrocchie) a quella delle pratiche devote. E si pensi, in questo senso, al culto tipicamente domenicano per la Madonna del Rosario, che conosce una sostanziale svolta proprio negli anni del pontificato ghisleriano con la bolla Consueverunt Romani Pontifices e che presenta una singolare fortuna iconografica nelle chiese della diocesi e del territorio; ma non sono da dimenticare le pratiche legate alla cosiddetta “Invenzione della Santa Croce” né il diffondersi di sacre rappresentazioni dedicate alla Natività o di processioni quale quella del Venerdì santo, in cui la pietà spagnola e quella lombarda sembrano confondersi.

Sono dunque questi i frutti che il Pontefice alessandrino lascia alla propria patria in una stagione piena di fermento quale quella tridentina. E a questa eredità la Chiesa alessandrina saprà richiamarsi ed essere fedele in alcuni dei momenti più difficili della sua storia.