RITIRO SACERDOTI BETANIA

DIOCESI DI ALESSANDRIA

Giovedì, 19 febbraio 2015

 

Salta agli occhi il contrasto tra l'austerità del cammino penitenziale che la chiesa si impone con la Quaresima e l’atteggiamento di levità con la quale Gesù insegna a compiere le opere penitenziali, come attesta la liturgia del mercoledì delle ceneri: “non assumete aria malinconica ... tu invece profumati la testa e lavati il volto ...”.

Perché questo contrasto? Come decifrarlo? La domanda per il cuore suona: di che genere devono essere le opere penitenziali? Oppure in termini più brutali: che ricompensa ci aspettiamo dalle opere di penitenza?

Delle tre opere penitenziali richieste (preghiera, digiuno, elemosina, che rispondono ai tre orizzonti nei quali ci giochiamo il senso della nostra esistenza: Dio, noi stessi, prossimo o mondo) la caratteristica che le accomuna quanto al frutto risponde al disporsi nelle condizioni che rendono bella e feconda una relazione. Senza questo frutto le opere giocherebbero a nostro sfavore. Sarebbe assai meglio non farle. In gioco è il contrasto tra la visione evangelica e la visione mondana della vita e della stessa pratica religiosa. Non va dimenticato che la potenza di rivelazione delle parole e dell’agire di Gesù non riguarda la denuncia del mondo nella sua ostilità a Dio (sarebbe scontato!) ma lo smascheramento della modalità mondana nel vivere la sua sequela.

Detto in altri termini, il contrasto è tra la penitenza secondo gli uomini e la conversione secondo Dio. Penitenza richiama appunto una tristezza malinconica, una scena in cui muoversi e attirare gli sguardi, non solo degli altri ma anche nostri; conversione richiama invece orizzonte luminoso, visione nuova, gusti nuovi, le cui caratteristiche sono appunto levità, freschezza, gioia.

Qual è la ragione? La conversione è il ritorno ad un’intimità, a un percepire sempre più intensamente la presenza di quel Dio che ci ha amati e che ci chiama al Suo amore; è un imparare a vedere le cose a partire da questa intimità con Dio che possiamo vivere seguendo Gesù. Scompare la scena sia esteriore che interiore. C'è scena dove non c'è intimità e tale scena può essere giocata all'esterno per farsi vedere fisicamente dagli uomini, ma soprattutto all'interno, rispetto a noi stessi.

C'è una telecamera segreta dentro di noi che ci riprende e non ci abbandona mai. Sono i nostri ideali di perfezione, le immagini che di noi difendiamo, quel dannato senso di importanza che a tutti i costi vogliamo mantenere, quell’ottuso bisogno di affermazione presso gli altri che ci divora, ecc.

Ad esempio, non siamo quasi più capaci di leggere il nostro cuore in base alla parola evangelica ma ci limitiamo a cercare di operare facendo della parola evangelica il nostro ideale.

Così facendo però non riusciamo mai ad entrare nella camera segreta, a stare in compagnia di Dio senza servirci di tale presunta compagnia per altri scopi. Le opere penitenziali hanno proprio lo scopo di toglierci da questa scena, di toglierci questa scena. La penitenza che non raggiunge il segreto e sana le radici del cuore, là dove abita la Presenza, la Shekina, fallisce il suo scopo.

Prendiamo il rito delle ceneri, austero e solenne insieme. Abbiamo proprio bisogno di essere convinti che dovremo morire? Certamente ognuno di noi tende a sentirsi e a comportarsi come immortale e non è male che in qualche occasione ci si ricordi che la realtà non segue i nostri sogni.

Ma il senso del rito celebrato in chiesa ha tutta un'altra portata. Rammentiamo il racconto della creazione di Adamo, quando Dio prese della polvere della terra, la plasmò e con il suo soffio la rese essere vivente. Nel salmo 51, v. 19 recitiamo: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi”. In quel versetto risuona il passo di Is 66,2: “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito”, insieme alla parola di Gesù in Mt 11,29: “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore”.

Un’armonica che percorre tutte le Scritture.

Il termine contrito, dal latino conterere, allude proprio al rendere polvere il cuore. E quando il cuore è reso come polvere? Quando ci sentiamo afflitti, quando subiamo un'offesa, un'ingiustizia, quando subiamo una prova, senza ribellarci o adirarci, è come se il nostro cuore venisse pestato fino ad essere ridotto in polvere. È reso polvere quando non ha più diritti da avanzare, da rivendicare.

Allora, offerto al Signore come polvere della terra, lo può plasmare di nuovo ed il nostro cuore rinasce come essere nuovo, capace di sentimenti nuovi, più umani e divini allo stesso tempo, come quelli di Gesù. Sarebbe il senso appunto della penitenza quaresimale: riconsegnare il nostro cuore a Dio perché possa essere di nuovo modellato da Lui. La conseguenza sarà che, se impariamo a percepire il senso del mistero che viviamo, il cuore scoprirà nuove energie per viverlo fino in fondo e troverà finalmente quella gioia che cerca, nonostante non manchino i tormenti.

È caratteristico che nelle preghiere antiche la richiesta ultima, la più essenziale nel senso dell’urgenza per il nostro cuore, non è la richiesta dell’amore, come saremmo portati sentimentalmente a fare, ma della capacità del pentimento. Caratteristica la preghiera di s. Efrem, preghiera che nella quaresima viene recitata nove volte al giorno nelle chiese di tradizione bizantina: Signore e Sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di pigrizia, di dissipazione, di predominio e di loquacità. Dona invece al tuo servo uno spirito di purità, di umiltà, di pazienza e di carità. Sì, Re e Signore, fa’ che io riconosca i miei peccati e non giudichi il mio fratello, poiché tu sei benedetto nei secoli. Amen.

Tutte le opere penitenziali puntano a ottenerci il godimento della beatitudine promessa dal salmo 32,1-2: “Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato. Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto e nel cui spirito non è inganno”. Perché? “Ho detto: ‘confesserò al Signore le mie iniquità’ e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato” (v. 5). La versione letterale dell’ebraico e le versioni antiche illustrano più a fondo la dinamica dello sprigionamento della beatitudine.

L’ebraico: “Dissi: Confesserò le mie colpe a Adonaj e tu hai rimesso l’iniquità del mio peccato”. Aggiunge la sfumatura che il mio peccato deriva dall’iniquità, cioè  dall’abbandono dell’alleanza col mio Dio. E veniamo guariti non nel fatto di non fare più peccati, ma nel fatto di essere riportati nell’intimità dell’alleanza con Dio. La Volgata: “Dixi: confitebor adversum me iniustitiam meam Domino et tu remisisti impietatem peccati mei”. Aggiunge la sfumatura che confessare il peccato significa non addurre alcuna giustificazione e proprio perché non lo copro io, lo copre Dio e viene così tolta la menzogna dell’idolatria (impietatem) per tornare alla verità della sua alleanza. La LXX: “Ho detto: confesserò contro di me la mia iniquità al Signore e tu hai rimesso l’empietà del mio cuore”. Aggiunge la sfumatura che è il nostro cuore ad essere guarito, nel profondo, là dove pescano il nostro sentire e il nostro volere e il nostro comprendere. Si è rinnovati nell’intelligenza del cuore.

 

LE TENTAZIONI DI GESU’ NEL DESERTO

Se la figura del cammino quaresimale è contrassegnata dalle tentazioni di Gesù nel deserto, la comprensione della posta in gioco, per noi, risalta dal leggere le sue tre tentazioni in rapporto ai tre annunci della passione che scandiscono il racconto evangelico prima della Pasqua. Possiamo così formulare le tre grandi questioni dell’uomo nel suo desiderio di agire bene:

1) A quale potere serviamo? In altre parole, la questione della libertà tra illusione e verità.

2) Per quale grandezza?

3) In vista di quale gloria?

Prima però consideriamo brevemente il racconto di Lc 4,1-13. Per coglierne il dramma possiamo farci questa domanda: quale potere comporta la verità dell’essere Figlio di Dio? Il diavolo riconosce a Gesù questa verità. Ne può però comprendere la reale portata? In effetti, le tentazioni seguono l’esperienza di una pienezza, quella del battesimo, con la manifestazione dello Spirito che riposa su Gesù, come se lo zelo per il Signore che muove Gesù nel suo compito messianico potesse risultare equivoco.

Il perno dell’equivoco tra Gesù e il diavolo è proprio il potere. L’offerta del diavolo è un’offerta di potere: conquistare gli uomini, ma assoggettandoli; servirsi di Dio piuttosto che servire Dio; conquistarli facendoli strabiliare. Il diavolo riconosce che Gesù è Figlio di Dio. “Se tu sei Figlio di Dio” significa: dato che tu sei Figlio di Dio, allora puoi … hai il potere di .... Quando gli offre la gloria del mondo, è consapevole che Gesù è inviato al mondo, ma il diavolo non conosce i segreti di Dio né desidera averne parte, per cui tratta Gesù da par suo ed è disposto a passare in sordina davanti al mondo, per bearsi del fatto che chi conquista il mondo riconosca che lo deve alla sua nefasta liberalità.

La quaresima è iniziata ieri, il mercoledì delle ceneri, con l’invito di Dio ai suoi figli:

“Ritornate a me con tutto il cuore” (Gl 2,12). Ritornate, cioè, a vivere la vostra vita in alleanza con me, accogliendola nella Provvidenza mia per voi perché il vostro cuore viva e conosca l’amore che l’ha voluto.

Le risposte di Gesù frantumano l'illusione con la quale il diavolo irretisce per impedirci di essere liberi e veritieri. Gesù si fida di Dio e non dei suoi poteri, come maliziosamente il diavolo gli riconosce. Dio si adora per nessun altro motivo che per lui stesso, non in vista di qualcos’altro.

Evidentemente, come fa supporre il diavolo, chi cerca potere e gloria non adora Dio. La fiducia in Dio è proclamata senza bisogno alcuno di certificazione di nessun genere. Non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno, se stesso compreso, chi si fida del suo Dio. La testimonianza suprema di questa fiducia di Gesù risalterà nella sua passione quando tutti dovranno sapere come lui ama il Padre e come sia grande l’amore del Padre per gli uomini.

Essere figli non comporta titolo alcuno di pretesa; significa solo condividere con Dio il suo amore per gli uomini. Quando con la colletta preghiamo: “O Dio, nostro Padre … concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita”, è come domandassimo: concedici di entrare in quella intimità di sentire e volere del tuo Figlio con il tuo amore per noi da trovarvi le radici del nostro vivere.

Possiamo anche leggere le tentazioni nell’insieme della rivelazione evangelica. Così, la prima risposta di Gesù richiama due altre sue affermazioni: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua [= di Dio] giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33); “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro, è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32).

Deduzione: ogni bisogno, nobile o ignobile che sia, che non attinga la sua verità da dentro quella misura suprema del regno di Dio e della misericordia salvatrice di Dio, risulterà distruttivo. Non esiste un idolo liberatore o salvatore.

La seconda tentazione può essere accostata alla dichiarazione di Gesù: “E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?” (Gv 5,44). Le azioni che non procedono dall’adorazione di Dio sono vincolate alla gloria del mondo, il cui detentore è il maligno. Con azioni del genere non si svilupperà nel cuore né la gratitudine né la libertà. E l’uomo resterà irretito nell’illusione.

Le parole di satana nella terza tentazione sono rivelate in tutta la loro portata nel momento cruciale della vita di Gesù allorché, appeso in croce, si sente apostrofare: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!” (Mt 27, 42-43). Vi sono racchiuse in sintesi tutte e tre le tentazioni. Nella logica del maligno, di cui gli uomini fanno le spese nella loro vita, veramente Gesù non può salvare se stesso (non si sfama con un miracolo), non viene liberato dalla morte (adora davvero Dio solo), non può dimostrare nulla (non si butta dal pinnacolo). Eppure, proprio quel non salvare se stesso, non essere liberato dalla morte, non voler dimostrare nulla, comporterà la rivelazione del vero amore di Dio che riempie la sua vita e che riverbererà sul cuore degli uomini che non vorranno più illudersi.

La cosa però strana è che noi, pur rifiutando l’azione del male, non riusciamo a vincere la sua seduzione perché non rinunciamo alla visione mondana sottostante, alla visione del maligno, vale a dire: immaginiamo che Dio debba servire ai nostri scopi o interessi. La vittoria di Gesù sul maligno dice altro, dice che stare dalla parte di Dio significa servire l’uomo nella verità del suo amore per lui.

 

TENTAZIONI E ANNUNCI DELLA PASSIONE

Il primo annuncio della passione lo leggiamo in Mc 8,27-35. Siamo al centro della

narrazione di Marco. L’evangelista presenta Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme. Aveva operato segni straordinari e il suo dire, il suo raccontare in parabole, aveva catturato il cuore di tanti.

Era giunto il momento di traghettare i discepoli ad una comprensione più profonda e veritiera della sua persona. La domanda a proposito della sua identità sottende la stessa problematica di Giovanni Battista: è lui o dobbiamo aspettare un altro? “La gente, chi dice che io sia?”; “Ma voi, chi dite che io sia?”. La gente pensa che lui sia stato mandato a preparare la via al Messia (Erode pensava che Gesù fosse il Battista redivivo, i discepoli in generale pensavano che fosse l’Elia che doveva venire o uno dei profeti, come Geremia, il modello profetico più consono alla figura di Gesù) mentre Pietro confessa invece che proprio lui è il Messia. Gesù prende così sul serio la risposta di Pietro che apertamente svela il suo futuro di passione, annunciato dal terzo canto del Servo del Signore di Is 50,5-9.

Da notare subito: il testo sottolinea che Gesù insegnava che doveva soffrire molto. I due termini indicano che l’uomo non avrebbe mai potuto arrivare al mistero della persona di Gesù dal basso; vi si giunge per rivelazione, dall’alto. Non solo, ma che “dall’alto” corrisponde allo “star dietro” a Gesù. In effetti, il rimprovero di Gesù a Pietro che, rifiutando la sua rivelazione, vuole mettersi davanti a lui, collega i due movimenti: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Gesù riprende la testimonianza di Es 33,20-23, là dove Dio dice a Mosè che potrà vederlo solo di spalle. Il che significa: solo accettando di camminare per dove Dio indica lo si potrà vedere in verità. E ancora: solo disponendoci a praticare la sua parola si può scoprire la verità della promessa di vita che la sua parola comporta. Solo stando dietro il Maestro si potrà scoprire il Volto di Dio in verità nel suo amore per gli uomini.

Quando Gesù invita i discepoli a rinnegare se stessi, prendere la croce e seguirlo, non fa che estendere a tutti il rimprovero rivolto a Pietro. Potremmo intendere le cose così. Pietro, nel rimproverare Gesù, aveva probabilmente temuto per sé. Se Gesù, il Messia, avesse dovuto subire tutti quei tormenti, certamente sarebbe svanito il prestigio dell’essere ‘compagno’ del Messia. E allora che ne sarebbe stato di lui? Il ‘rinnegare se stessi’ vale in rapporto al mistero di Dio che in Gesù si fa prossimo agli uomini per la potenza del suo amore tanto da far scaturire la vita proprio là dove gli uomini mai la cercherebbero. Se gli uomini pensano in prospettiva mondana come potranno vedere i segreti di Dio? La rinuncia a ogni prospettiva mondana è la condizione per accogliere il mistero di Gesù che sulla croce rivela lo splendore dell’amore, motivo di ogni rinuncia a qualsiasi cosa che non sia collegabile o derivante da quell’amore. D’altronde qui risiede tutta la dignità della vita. Ma, per quanto desiderabile, come resta velata ai nostri occhi! Siamo sempre nella condizione di dover essere istruiti dall’alto per afferrare la verità dell’umanità di Gesù

consegnata agli uomini e scoprire vero per noi e per tutti lo splendore dell’amore. Così il portare la croce non si riferisce primariamente alla fatica del vivere, ma alla condizione perché la fatica del vivere risulti fruttuosa: la rinuncia ad ogni prospettiva mondana ci apre alla rivelazione dell’amore di Dio nella nostra vita, amore che possiamo cogliere in tutto il suo splendore proprio nella croce di Gesù. Seguire Gesù significa essere partecipi di questa rivelazione fino a viverla nel concreto della propria vita per dare spazio alla stessa dinamica di amore.

Come sottolinea una preghiera dopo la comunione: ‘La potenza di questo sacramento, o Padre, ci pervada corpo e anima, perché non prevalga in noi il nostro sentimento, ma l’azione del tuo santo Spirito’. Nella consapevolezza che l’azione dello Spirito induce a vivere in pienezza quella vocazione all’umanità che resta inscritta nei nostri cuori. E sarà proprio la potenza della visione del Signore trafitto che diventerà fonte di vita perché apre alla conoscenza dell’amore.

È per quella visione e dentro quella potenza che san Paolo, nella sua lettera ai Galati, ripresa dal canto al vangelo, proclama: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Come a dire: rispetto a quell’amore, rivelato dall’alto e colto nel seguire il Signore Gesù, di cui ho avuto la visione nel guardarlo trafitto in croce, non c’è nulla nel mondo che meriti la preferenza e non c’è nulla in me che può trovare adeguato compimento a partire dal mondo. La preghiera della chiesa tende a rendere vivace per il nostro cuore tale verità.

Il secondo annuncio lo leggiamo in Mc 9,30-37. La liturgia della domenica XXV, TO,B, ci introduce nei sentimenti di Gesù e dei discepoli con la lettura di Sap 2,17-20. Il brano non va letto solo come un annuncio profetico della passione di Gesù, ma per la prospettiva nella quale la profezia dona la sua luce. Il brano riporta il discorso degli empi introducendolo con le parole: “Dicono fra loro sragionando …” e concludendolo: “Non conoscono i segreti di Dio”. Ecco, la rivelazione di Gesù consiste nell’essere messi a parte dei segreti di Dio, che sono appunto i misteri del regno dei cieli. E l’annuncio della passione rivela quanto i segreti di Dio siano lontani dalla mente degli uomini, eppur così essenziali alla vita dei loro cuori.

Se guardiamo all’istruzione che segue l’annuncio, l’incomprensione dei discepoli è svelata proprio dall’oggetto del loro discutere (non semplicemente del loro parlarsi, ma della contesa della discussione): “Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande”. Gesù non rimprovera direttamente il loro desiderio di grandezza; accetta che l’uomo desideri essere grande.

La sfida è appunto questa: quale grandezza cercare? Come ottenerla? Così, al desiderio di grandezza dell’uomo segue l’indicazione della sapienza dall’alto che indica la strada e la natura della grandezza secondo Dio, come fa pregare la colletta: “ O Dio, Padre di tutti gli uomini … donaci la sapienza dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve”. La qualità della grandezza gradita a Dio è nell’ordine della comunione, della gioia per l’altro, della gioia condivisa con il Maestro. Quando Gesù dice: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”, pone se stesso a modello della grandezza. Di sé dice: “Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,26). Dopo aver lavato i piedi agli apostoli dice: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (Gv 13,14-17). Voler essere il servo di tutti significa voler essere trovato in Cristo.

La sapienza che viene dall’alto si acquista con la pratica. Qual è la pratica della grandezza? Lo dice il testo di Sap 2,19: “Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione”. Lo dice l’annuncio della passione: quel Figlio, che sarà esaltato, dovrà patire. Da intendere: non certo che il soffrire abbia qualche titolo di merito per ottenere grandezza, ma che è preferibile custodire l’amore per l’altro, comunque; non certo che occorra rassegnarsi al male, ma che si accetta il fatto che il bene sia comunque preferibile e quindi si attraversi il male senza perdere il bene. E perché è necessario percorrere questa via? L’esempio dei bambini ce lo illustra. Il brano di Marco dice soltanto: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Il passo parallelo di Mt 18,3-4: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” aggiunge l’idea di ‘farsi piccolo come un bambino’. Il significato è questo: farsi piccolo come un bambino significa perdere ogni titolo di gloria, di importanza, di merito e farsi accogliere solamente in ragione della benevolenza di Dio che in Gesù mi viene incontro piena, totale, messianica. Ma farsi accogliere solamente in ragione di tale benevolenza significa ritornare a quella ‘umanità’ che vale al di là di ogni titolo particolare, legato alle condizioni di vita, alle qualità, alla storia, ai meriti, alle appartenenze; significa sentirsi uomini semplicemente piuttosto che uomini fatti così e così. Gesù, che ha rinunciato ad ogni titolo di gloria (cfr. Fil 2), ha fatto risplendere davanti a Dio e agli uomini il valore di quell’umanità che ha assunto, umanità che risplende in ciascuno, al di là di tutte le differenziazioni e discriminazioni in cui l’ha condannata il peccato. E noi vediamo risplendere quell’umanità proprio nel suo portare i tormenti inflittigli senza che venga meno il suo splendore. Quando accogliamo un uomo senza altra qualificazione se non quella della sua ‘umanità’, senza altro titolo di importanza o di merito o di demerito, allora accogliamo Gesù. E lo possiamo fare perché già abbiamo imparato a godere dell’intimità con il Padre, che in quella ‘umanità’ ha posto la sua compiacenza e di cui abbiamo potuto fare esperienza credendo al Figlio dell’uomo dato per noi. Così diventare come bambini comporta l’esperienza di una umanità che non ha bisogno di altri titoli di gloria, proprio come davanti ai bambini non si guarda ad altro se non che sono bambini. Ma diventare come bambini significa entrare nel Regno di Dio perché siamo messi in presenza del mistero stesso di quel Figlio dell’uomo che rivela l’amore di Dio per gli uomini. E sarà solo a partire da quell’amore che potremo accogliere tutti come fratelli, destinati allo stesso Regno.

Sempre il confronto tra Marco e Matteo segnala profondità insospettate. In Marco Gesù risponde direttamente sul contenzioso tra i discepoli. Volete essere grandi? Rinunciate a ogni senso di importanza, di potere, di prestigio, valevole in questo mondo. Tutto si gioca sulla contrapposizione primo/ultimo: primo in questo mondo, ultimo nel regno dei cieli e viceversa. Ma Marco specifica la natura di quell’ ultimo, cioè servitore di tutti. Voler essere il primo significa allora voler essere come colui che è il Primo (cf Lc 7,28), il quale si è fatto servo di tutti fino a morire sulla croce, perché tutti potessero conoscere quanto è grande l’amore di Dio per gli uomini.

Gesù parla della grandezza per il regno dei cieli, che è grandezza di rivelazione dell’amore di Dio per gli uomini. Essere ultimo non significa essere dietro a tutti gli altri, ma solo servo di tutti perché l’amore di Dio risplenda e questo comporta che non ci sia cosa o persona più significative per il nostro cuore da indurlo a preferirle contro l’amore di Dio. Con l’esempio dei bambini dà la ragione della grandezza per il regno dei cieli. Servitore di tutti, perciò dei bambini, vale a dire, in questo contesto, di quanti, discepoli del Signore, sono senza alcuna importanza, deboli, peccatori, proprio quelli che Gesù ha cercato e coi quali si identifica, tanto che chi accoglie uno di loro, accoglie lui. Aver coscienza di questa identificazione significa condividere i segreti di Dio, cioè conoscere il suo amore per gli uomini tanto da non vivere d’altro.

In Matteo 18,1-5 i discepoli espongono una questione generale a Gesù e lui risponde spostando il centro di attenzione. Non serve domandarsi chi sia il più grande nel regno dei cieli, se nemmeno sapete se potete entrarvi. Gesù rivela a quale condizione si può entrare nel regno dei cieli.

L’esempio dei bambini assume così un altro significato: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli”. Purtroppo la traduzione ‘si farà piccolo’ è inconsistente rispetto al contesto di rivelazione dell’annuncio della passione. In effetti, il testo comporta il verbo ‘umiliare’ e la traduzione sarebbe: ‘chi umilierà se stesso come un bambino’. Il significato è più diretto rispetto all’annuncio della passione, perché Gesù è proprio colui che ha umiliato se stesso, facendo risplendere, nella sua umiliazione, tutta la potenza dell’amore di Dio per gli uomini e questo è motivo della sua grandezza. Così sarà per i discepoli.

Solo chi si umilia, cioè chi diventa come i bambini che non ripongono speranza in alcun statuto sociale, chi perde ogni importanza che sappia di questo mondo, può accedere alla rivelazione di Gesù. Gesù ha posto tutta la sua grandezza nell’amore del Padre, i discepoli nell’amore di Gesù e in nient’altro. E se questo comporta ‘debolezza’ secondo gli uomini, secondo Dio invece comporta ‘potenza’, tanto che i segreti di Dio fanno vivere della loro potenza il cuore degli uomini.

Il terzo annuncio lo leggiamo in Mc 10,32-34. Gesù sta salendo a Gerusalemme e gli apostoli sono impauriti per la sua decisione. Per la terza volta annuncia la sua passione descrivendola dettagliatamente, secondo l’annuncio del profeta Isaia nel quarto carme del Servo del Signore (Is 53,2-11). L’annuncio del profeta, però, non va ascoltato nella tragicità degli eventi dolorosi che si intravedono, ma nella logica del salmo 32 che lo commenta, cantato come salmo responsoriale, a partire dal versetto 11: “Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni”. Introducendo il commento alla preghiera del Padre nostro scrive Massimo Confessore: “È probabile che con ‘volontà’ [disegno] di Dio, del Padre, intenda l'ineffabile abbassamento (cfr. Fil 2,7) del Figlio unigenito per la divinizzazione della nostra natura, in ragione della quale ha circoscritto tutti i secoli; e con ‘pensieri’ del suo cuore intenda i principi della Provvidenza e del Giudizio, secondo i quali regola saggiamente la nostra vita presente e quella futura, come differenti generazioni, assegnando a ciascuna il modo conveniente di operare”.

L’abbassamento del Figlio è dunque lo spazio nel quale gli uomini sono collocati per apprendere l’amore del loro Dio, mentre tutti gli eventi della vita sono retti dalla Provvidenza di Dio che ci vuole partecipi del frutto che quell’abbassamento ci ha procurato. Come sempre, Gesù non si irrita davanti alle domande dei suoi discepoli, anche se suonano fuori posto. La richiesta dei figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, di sedere nella gloria del Cristo uno alla destra e uno alla sinistra, si colloca nel contesto della salita di Gesù a Gerusalemme quando, ormai in prossimità della città, ricorda ai discepoli per la terza volta che il Figlio dell’uomo sarà condannato, vilipeso, ucciso e poi risorgerà. Il momento è altamente drammatico. Corrisponde, quella richiesta, forse in maniera più presuntuosa, alla domanda di Pietro: abbiamo lasciato tutto, cosa avremo? É la domanda che accompagna, in sordina, i cuori dei credenti.

La lettura più appropriata del brano evangelico la formula Luca 22,27 quando, dopo l’annuncio del tradimento del Maestro nell’ultima cena, viene riportata la discussione degli apostoli su chi fosse tra loro da considerare più grande. La risposta di Gesù ricalca la risposta ai figli di Zebedeo. Il contesto della cena pasquale, nell’imminenza ormai prossima della passione, è dunque il contesto più appropriato per la comprensione delle parole di Gesù, unitamente al passo di Mt 26,28 con il riferimento al sangue dell’alleanza versato per il perdono dei peccati.

Riprendendo ora il passo di Marco, va subito detto che la richiesta dei due discepoli è seria, non proviene da cuori vanesi o boriosi. É in gioco il senso stesso della loro vita, il senso della loro sequela, il senso di quell’evangelo che li ha toccati profondamente e che nella persona del Maestro ha concentrato le tensioni dei loro cuori. I due discepoli, insieme a Pietro, sono i prescelti per ogni circostanza speciale, dal Tabor al Getsemani. E Gesù riconosce la loro lealtà. Sa che sono disposti a seguirlo fin nella sua passione (Giacomo morì martire verso l’anno 44 a Gerusalemme, secondo At 12,2, mentre la tradizione che fondandosi su questo passo fa martire Giovanni è chiaramente posteriore. Anche in questo risalta la ‘misteriosità’ della parola di Dio: in che senso Giovanni ha bevuto il calice della passione, se non è morto martire?). Eppure, la loro richiesta è inaccoglibile e non certo per evitare la gelosia degli altri. A cosa mirano dunque le parole di Gesù?

Nella sua risposta Gesù svincola la grazia del seguirlo e del soffrire per lui da ogni possibile ‘finalità’ umana: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”. Il mistero del seguire il Signore e del soffrire per lui resta intatto ed assoluto nella sua densità e purità; non è finalizzato a nient’altro. Non è possibile seguire il Signore aspettandosi una ricompensa: ne verrebbe svuotato l’anelito di fondo che spinge i cuori a fare uno spirito solo con il Signore. Gesù rifiuta ogni collegamento tra il desiderio di gloria e la sua sequela. Quel nesso è custodito da Dio solo. Non che non esista, ma guai a volerlo perseguire, perché ne scaturirebbe un fraintendimento colossale per i nostri cuori. La ragione profonda credo risieda nel fatto che ad attirare a Gesù è il Padre: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44). Essere mossi dal Padre significa condividere l’amore di benevolenza che in quel Figlio ci raggiunge e ci fa riposare. Non si può desiderare altro. Volere altro significa uscire da quella dinamica e fallire il compimento dei desideri del cuore. A questa ‘assolutezza’ Gesù richiama e rimanda.

Del resto si concatena bene a questa anche l’altra risposta di Gesù all’irritazione dei discepoli contro i due figli di Zebedeo:“… chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. Perché voler essere grandi comporta dover servire? Di nuovo si è rimandati al mistero del Padre che attira al Figlio. Servire significa compiere quella ‘volontà di benevolenza’ del Padre nei confronti degli uomini che in Gesù si realizza perfettamente. Compiere la volontà di benevolenza significa far risplendere, comunque, in qualsiasi condizione, quell’amore di Dio per gli uomini in cui si radica la loro dignità e la loro libertà. Si tratta di realizzare una grandezza che sa liberare la dignità degli uomini rivelando loro di essere non soltanto oggetto di amore, ma soggetti di amore. Il servire procura questo riscatto: libera la dignità degli uomini e fa risplendere la presenza del Signore.

E se non porta lì, allora vuol dire che il servire messo in atto è ancora un servire troppo umano, sentimentale generosità o semplice incapacità di affermazione. Quando Gesù chiede ai figli di Zebedeo: ‘potete bere il calice che io bevo?’ è come se chiedesse: potete stare solidali con il desiderio di Dio verso gli uomini e contemporaneamente stare solidali con l’umanità di modo che il suo amore risplenda liberatore per voi stessi come per loro? Questa è la posta in gioco del servire. E questa è la posta in gioco della grandezza secondo Dio, che compie, per noi e per tutti, insieme, le attese dei cuori.

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RITIRO SACERDOTI BETANIA - PADRE ELIA