Betania, 13 marzo 2014

Ritiro spirituale per i sacerdoti

Don Claudio Doglio

(Trascrizione dal parlato non rivisto dal relatore)

 

Vi propongo semplicemente tre idee traendole dai tre grandi vangeli di San Giovanni che il tempo di quaresima, anno A, ci propone: la samaritana, il cieco nato e Lazzaro.

Partiamo da una frase splendida del Dies irae: “Quaerens me sedisti lassus, redemisti crucem passus: tantus labor non sit cassus”. Il poeta medioevale ha una notevole capacità di comprensione del testo biblico, molto meglio di tanti commentatori moderni, e sa cogliere un elemento essenziale in quel racconto dell’incontro di Gesù con la donna di Samaria.

“Cercando me ti sei seduto stanco; stavi cercando me quel giorno, a mezzogiorno, all’ora sesta quando ti sei seduto sul pozzo di Sicar”. Il viaggio di Gesù è il viaggio alla ricerca dell’uomo, ma non in genere; sta cercando me, io sono parte di quella storia, il discorso mi riguarda in prima persona e io mi pongo di fronte a lui e, dialogando da amico ad amico, riconoscendo che era stanco perché cercava me, difficile da trovare.

Ti sei seduto stanco: è una delle poche volte in cui gli evangelisti sottolineano l’atteggiamento fisico di Gesù, e questa stanchezza è un particolare che Giovanni non presenta come nota di cronaca, ma con una particolare sottolineatura teologica: la stanchezza di Gesù in quel viaggio è l’immagine della sua sofferenza, della sua umanità, della sua partecipazione alla nostra condizione faticosa di vita.

“Ti sei seduto stanco e mi hai redento soffrendo la croce”. Notiamo come il poeta abbia messo insieme questi due aspetti: il riferimento al fatto che Gesù si sieda stanco chiaramente rimanda all’episodio di Giovanni 4; il collegamento con la croce, non così scontato, invece è importante riconoscerlo. L’evangelista sottolinea che Gesù è seduto sul pozzo all’ora sesta; nel racconto della passione ci sarà di nuovo un’ora sesta, in cui Giovanni presenta Gesù seduto sul bema di Pilato; Pilato lo fece sedere sul seggio come se fosse in un tribunale; lo prende in giro indicandolo come il re. Di fatto è vero: Gesù è il re e siede in giudizio: “Ora è il giudizio di questo mondo”. Il mondo lo deride ma lui è veramente il giudice, ed è seduto, stanco, all’ora sesta. C’è un collegamento importante fra i due momenti: Giovanni intende tenere insieme i due episodi e il poeta medioevale lo ha capito e lo ha trasfigurato, nella sua forma poetica: “Cercando me ti sei seduto stanco, mi hai redento soffrendo la croce”: ecco la stanchezza è la sofferenza umana di Cristo.

“Tantus labor non sit cassus” ; il labor, in latino, non è il lavoro ma la stanchezza, la fatica. Tanta fatica, tanto impegno, tutta la passione che ci hai messo non vada sprecata; il rischio, infatti, è che questa fatica di Cristo sia vana. “Labor cassus”: per nulla ho lavorato, invano ho sprecato le mie forze, così si lamenta il servo del Signore, ed è la voce di Cristo che, di fronte alla difficoltà di salvarci, di salvare me, ha l’impressione che sia stato tempo perso, fatica sprecata.

Quante volte noi abbiamo questa impressione con la nostra azione pastorale, abbiamo l’impressione seria di perdere tempo, che quello che facciamo non serva a niente, che la fatica che ci costa la nostra azione pastorale sia inutile.

“Tantus labor sit cassus”. Entriamo in comunione spirituale con il Signore Gesù e condividiamo questa sensazione: noi abbiamo l’impressione di sprecare tempo con la nostra gente, ma dall’altra parte anche Gesù dice: “Anch’io ho l’impressione di sprecare tempo con te; ho l’impressione che tutta la mia fatica non serva a niente; continuo a cercarti e non riesco a tirarti fuori, non riesco a rendere attiva quella azione della grazia che ti ho portato per cambiare la tua vita”.

Da tutto il lungo episodio della samaritana, ricavo dunque semplicemente questa idea della stanchezza, della fatica e mi soffermo sull’ultima parte dell’episodio; c’è infatti una particolare inclusione e questa seconda parte, in genere, passa inosservata. Ci soffermiamo sempre di più sul dialogo di Gesù con la donna di Samaria, ma si dimentica che l’episodio è complesso e verso la fine c’è un altro dialogo, quello di Gesù con i suoi discepoli.

Entriamo noi in questo dialogo con il Signore.

La donna ha lasciato l’anfora ed è corsa nel villaggio, nel frattempo arrivano i discepoli che erano andati a comperare da mangiare e gli dicono: “Rabbì, mangia”. Ed egli risponde: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. E quelli non capiscono come non aveva capito la donna.

La donna è lontana, appartiene al gruppo dei samaritani, è una peccatrice dalla vita immorale, ha cambiato già cinque mariti, adesso convive con un sesto e non capisce, questo ci sembra normale; ma i discepoli che sono gli amici di Gesù, stanno con lui, sono vicini, sono preparati, sono giudei osservanti, sono amici del maestro, non capiscono allo stesso modo della donna lontana.

“Ho un cibo che voi non conoscete”; e quelli pensano: “Si vede che qualcuno gli ha portato da mangiare. Non aveva niente e adesso lui dice che ha da mangiare, glielo avrà portato qualcuno. Forse è quella donna che glielo ha portato”. Si meravigliano che stesse a discorrere con una donna, ma non hanno il coraggio di dirgli: “Che desideri? Perché parli con lei?”. Non condividono quello che sta facendo, non capiscono il suo stile, non capiscono quello che dice. È un sistema tipicamente giovanneo con cui l’evangelista vuole alzare il livello: “Ho un cibo che voi non conoscete”. E quelli rimangono terra terra e pensano ad un pranzo portato da qualcuno, probabilmente da quella donna. Allora Gesù deve spiegare, alza il livello e adopera una immagine metaforica.

Come prima ha parlato dell’acqua alludendo allo Spirito, adesso dice: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato a compiere, portare a compimento la sua opera”. Il cibo di Gesù è fare la volontà del Padre; il nutrimento sta insieme all’acqua, l’acqua è il dono dello spirito e il cibo, il pane, è la volontà del Padre. C’è un discorso fortemente trinitario di collegamento interpersonale: “Il mio cibo, il mio desiderio profondo, ciò che nutre la mia vita è il progetto di Dio da realizzare; mi ha dato un incarico, io devo compierlo e portarlo a compimento; devo raggiungere il ‘telos’, la sua opera mi sta a cuore, mi interessa”. Questo interpella noi presbiteri perché non abbiamo un nostro compito personale da compiere, non abbiamo la nostra opera. L’opera che ci sta a cuore è quella del Padre e di colui che ci ha mandato. Non facciamo cose nostre; niente nella nostra realtà pastorale può essere detto nostro. Il rischio è che, di fatto, ci sono tutte le mie cose, c’è la mia parrocchia, le mie iniziative, le cose che mi stanno a cuore, la mia gente; sembra un discorso di servizio, ma in realtà vi si nasconde un idea di possesso.

Riconoscere come cibo il compiere l’opera del Padre è un passo in avanti notevole, è il modo di comprendere il progetto di Dio per uscire da noi stessi.

Celebriamo oggi il primo anniversario dell’elezione di Papa Francesco e se c’è una parola che ci ha colpito, in questo anno, è sicuramente l’imperativo ad uscire: uscire da noi stessi, dai nostri schemi, dalle nostre abitudini, dalla conservazione dei nostri piccoli ambienti dove c’è la nostra opera. “Mio cibo è portare a compimento l’opera del Padre, questo mi interessa e mi sta a cuore”: un conto è dirlo, un conto è sentirlo veramente. Allora diventa importante, nella nostra riflessione e nella nostra preghiera, passare dalla teoria alla autentica condivisione di questo stile del Cristo.

Poi Gesù parla, con un linguaggio figurato, della mietitura e cita un proverbio che evidentemente doveva essere diffuso: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”; è uno dei tanti modi di dire e che gli agricoltori e la gente di campagna adopera a seconda delle varie stagioni sapendo riconoscere i tempi e i lavori che ci sono da fare.

“Voi conoscete bene i vostri tempi, i tempi della campagna, guardate, alzate gli occhi, vi accorgete che la mietitura c’è già, i campi già biondeggiamo per la mietitura”. Proviamo ad immaginare la scena: dal villaggio stanno arrivando i samaritani attirati da quella donna che era andata a chiamarli; Gesù e i discepoli sono vicini al pozzo in un ambiente fuori dal villaggio. Gesù mostra i campi ma, di fatto, mostra quella gente che sta arrivando: “Guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura”: quello è il grano che sta arrivando, voi siete mandati a mietere. La messe di cui parlano i sinottici è proprio il grano da mietere: “Voi discepoli siete i mietitori, ma quel grano non lo avete seminato voi, un altro ha faticato”. Di nuovo torna lo stesso verbo. In italiano si nota poco perché la prima volta è reso con stanco, la seconda volta con faticare e lavorare; ma nell’originale vi è lo stesso termine. Gesù ha lavorato, è stanco perché ha fatto questo lavoro di semina; i discepoli mietono.

Ricordate il principio paolino: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere”, l’immagine è abbastanza simile anche se non identica. In Giovanni è Gesù colui che semina, è lui che fatica perché ci sia una messe; i discepoli subentrano al suo lavoro e hanno il compito di raccogliere e hanno loro la ricompensa: “Altri hanno faticato e voi siete subentrati  al loro lavoro”. Possiamo riflettere su questo lavoro pastorale che ci ha preceduto: noi non siamo padroni della messe, non siamo padroni dell’opera, siamo stati mandati a compiere un’opera che altri hanno iniziato. Credo che sia molto importante, nella nostra realtà pastorale, imparare a valorizzare il lavoro di chi ci ha preceduto. Se abbiamo la fortuna di succedere a qualcuno che ha lavorato bene, noi ne godiamo i frutti, se abbiamo la sfortuna di succedere a chi ha lavorato male, noi ne portiamo le conseguenze. Non è sempre vero che chi ci ha preceduto ha lavorato bene, è anche possibile trovare dei campi abbandonati, degli orti massacrati, e diventa molto difficile ricominciare il lavoro. Allora facciamo un salto nella nostra riflessione, non fermiamoci a giudicare quello che hanno fatto quelli che ci hanno preceduto, pensiamo al nostro lavoro per quelli che ci sostituiranno in futuro. Non lavoriamo per noi, ma per il Signore, e lasciamo il terreno per altri che subentrano a noi. Qualche volta sulle canoniche o sugli episcopi si trova la scritta: “Non sibi sed venturis”: chi ha costruito un grande edificio, modestamente dice: “Non l’ho fatto per me ma per quelli che verranno dopo di me”; ed è vero perché lo lascia, e altri lo godono.

Allora proviamo a riflettere su questo: che cosa lasciamo noi a quelli che verranno dopo? La nostra fatica può essere sprecata, ma altri potranno godere del nostro lavoro, potranno mietere? Diventa importante valorizzare la fatica che facciamo insieme al Signore, perché ci possa essere una mietitura; non lavoriamo per una nostra privata soddisfazione adesso, ma lavoriamo per il Signore pensando in prospettiva futura; siamo degli anziani che piantano ulivi o noci, alberi che impiegano tanto tempo per essere fruttuosi; non lo facciamo per noi ma lo facciamo nella prospettiva del Regno di Dio.

Alcune volte capita di sentire: “Per adesso è così, poi chi verrà si arrangerà”; “Ho l’impressione che vada male, pazienza, tanto, per gli anni che ci sto ancora, va avanti così e poi si arrangeranno”. È tragico quando pensiamo che gli altri si dovranno arrangiare, o immaginando che avranno del filo da torcere. La carità pastorale è la fatica di assumere la responsabilità del futuro: oggi è già domani, quello che sarà domani dipende da oggi. È il Signore che lavora, ma il Signore ha chiesto a noi di lavorare, diversamente sarebbe uno scaricabarile; se lasciamo che faccia tutto lui, perché noi facciamo i preti? Se ci ha chiesto di collaborare è perché la nostra mediazione serve, ed è importante valorizzare anche quella fatica che stiamo facendo mettendola insieme alla sua fatica, anche noi, seduti e stanchi sul pozzo, solidali con lui che cerca noi. Sappiamo che quella fatica non è sprecata, è il Signore che fa crescere, ha messo il seme, a noi il compito di coltivarlo e farlo crescere.

 

La seconda idea che vi propongo come meditazione la traggo dall’episodio del cieco nato al capitolo 9. Anche questo è un episodio molto complesso, lungo, ben articolato, costruito con un centro: il centro riguarda i genitori del cieco; particolare strano eppure molto importante, tant’è vero che è il centro del racconto.

Giovanni ha l’abilità di rendere attuali per il suo tempo i racconti che sta facendo. Racconta episodi della vita di Gesù, capitati negli anni 30 – lui sta scrivendo negli anni 90 – ma li racconta con tono di attualità per il suo tempo per la situazione della comunità cristiana di Efeso degli anni 90. L’episodio della Samaria, per esempio, riguarda l’evangelizzazione di quella regione che fu fatta dagli apostoli. L’arrivo di Gesù in Samaria avvenne con Filippo, uno dei sette; poi scesero Pietro e Giovanni e “confermarono l’opera”, è in quella occasione che i Samaritani credettero in Gesù. Però l’evangelizzazione della Samaria avvenne in forza della passione di Cristo: la sua fatica, la sua morte fece fiorire la messe in Samaria, raccolta dagli apostoli. Non sono loro che sono morti per i Samaritani, ma, in forza della morte di Gesù, i discepoli si accorgono che quei “bastardi” di samaritani accettano il discorso evangelico, e nascono alla fede.

È l’esperienza della evangelizzazione dei lontani che continua a trarre vigore dalla fatica di Cristo. Così l’episodio del cieco nato mette in evidenza, nella scena dei genitori, il problema di quei giudei che avevano paura di riconoscere Gesù come il messia, o che, nella situazione difficile che si era venuta a creare con la riforma della sinagoga dopo gli anni ’70, avevano ritrattato e si erano girati indietro.

I farisei non credono che quell’uomo sia stato cieco, immaginano un trucco e quindi vogliono fare una indagine per accertarsi e convocano i genitori. Dato che era un cieco dalla nascita chi meglio dei genitori può testimoniare? E quelli dicono: “Sappiamo che è nostro figlio, sappiamo che è nato cieco, ma come ora ci veda non lo sappiamo. Chiedetelo a lui, ha l’età, risponderà lui di se stesso. Noi non c’entriamo, s’arrangi”. Il narratore interviene nel testo e precisa: “Questo dissero i suoi genitori perché avevano paura dei giudei. Infatti i giudei avevano già stabilito che se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo venisse espulso dalla sinagoga”.

Giovanni adopera proprio il termine “aposunagogos”, termine tecnico per indicare lo scomunicato dalla sinagoga, quello mandato via; ma una scomunica del genere non fu emanata negli anni 30, ma negli anni ’80; e quindi è una situazione di attualità per la comunità cristiana a cui l’evangelista si rivolge. E nella struttura narrativa del segno compiuto da Gesù, c’è un legame forte con la situazione concreta di quelli che non vogliono compromettersi e che hanno paura di rischiare.

Per questo i suoi genitori dissero: “Ha l’età chiedetelo a lui”. È un aspetto importante della nostra situazione pastorale: il rischio di non coinvolgerci, di rimanere all’esterno. Ecco lo schema metaforico del rimanere alla finestra a guardare: è molto più facile giudicare e criticare che impegnarsi e coinvolgersi seriamente. Sappiamo dire quello che non va e lo vediamo abitualmente; gli esami della situazione per evidenziare le cose negative sono la nostra specializzazione. Siamo capaci a demolire, molto meno a costruire.

Io che cosa faccio per ricostruire questa situazione, per coinvolgermi seriamente in un progetto pastorale, in un impegno cristiano e portare a compimento l’opera che il Padre mi ha dato da compiere? Devo decidere e scegliere. Non si tratta di essere separati dal mondo come persone estranee; non si tratta di essere amalgamati nel mondo al punto di essere confusi con la realtà; si tratta di avere una personalità che aderisce al Signore Gesù, che vuole bene concretamente a quella umanità con cui vive, assumendone le responsabilità.

I genitori non si assumono quella responsabilità, ed è una reazione molto strana. Immaginate il dramma per dei genitori avere un figlio che nasce cieco, costretto poi ad essere un povero mendicante, un emarginato dalla società. Nel momento in cui trovano uno che lo rende normale, che gli dà la possibilità di vedere, dovrebbero essere entusiasti, scoppiare di gioia: “Finalmente abbiamo trovato colui che ci ha cambiato la vita, siamo contenti per il figlio”. E invece: “Sappiamo che è nato cieco, sappiamo che è nostro figlio, ma come lui ci veda non lo sappiamo”.

È quello che manca anche a noi: sappiamo quello che non va, ma come possono andare bene le cose, e che cosa sta facendo il Signore in mezzo a noi, questo non lo sappiamo, non ci interessa. Diventa un impegno fondamentale riconoscere ciò che il Signore sta facendo in mezzo a noi, vedere le sue opere nella nostra comunità, non nei grandi santuari dall’altra parte del mondo, ma nella nostra parrocchia e nella nostra comunità; dobbiamo essere i primi a riconoscere i segni dei tempi, i segni che il Signore compie, e prendere a cuore questa realtà.

Ma di più, noi siamo responsabili, siamo in qualche modo genitori della nostra comunità, siamo padri, metaforicamente, meglio sacramentalmente, siamo costituiti per generare alla fede; generiamo dei ciechi e quando ci accorgiamo che Gesù li rende capaci di vedere, ce ne tiriamo fuori. La responsabilità della nostra opera pastorale deve coinvolgerci personalmente; dobbiamo maturare in questo impegno personale: “Se non lo faccio io non lo fa nessuno; quello che devo fare io lo devo fare io e non lo posso lasciare ad altri”.

L’adesione al Cristo chiede un impegno di vita, una solidarietà con i fratelli, un lavoro di annuncio; è faticoso l’annuncio cristiano alla gente lontana, è faticoso parlare di vangelo, arrivare all’annuncio di Gesù con i fidanzati che ci chiedono il matrimonio in chiesa; noi costatiamo, come scriviamo ne processicolo, che sono credenti ma non praticanti. In fondo ci credono e questa potrebbe essere l’occasione buona, ma la usiamo quella occasione? Che contenuto trasmettiamo? Un discorsetto a tavolino o un coinvolgimento personale? Occorre conoscere queste persone, condividere un po’ del loro cammino, permettere a Cristo di parlare loro attraverso di noi; non basta trattarli bene, accoglierli e farli sentire a proprio agio, occorre l’annuncio. E questo è faticoso, non ci riusciamo; dobbiamo ammetterlo, non siamo capaci di un primo annuncio e nemmeno di un secondo; siamo abituati ad una umanità già cristiana che noi, in qualche modo, ritocchiamo, ma partire da zero, annunciare l’essenziale, costruire una vita cristiana, non ce la facciamo; poi non è compito nostro e che cosa c’entriamo noi? Ma di chi è il compito?

È un problema serio: due fidanzati vogliono sposarsi, noi facciamo i documenti e poi si arrangino. Cosa c’entriamo noi? Anche il povero don Abbondio diceva: “Fan tutto da loro e poi vengono da noi poveri curati”. “Hanno l’età, vedano loro”. Forse semplicemente attraverso gli usi, i costumi, le abitudini, il fatto che in chiesa è più bello perché c’è una coreografia migliore, che quei giovani lontani arrivano da noi e sono disposti ad incontrarci. Che beneficio hanno incontrandoci?

I genitori dei bambini del catechismo è bene incontrarli? Ricordo qualche Vescovo fa, nella mia diocesi, che insisteva sul fatto che il parroco deve incontrare più volte i genitori. E io come battuta rispondevo: “Ma è sicuro che il parroco incontrando più volte i genitori questi ne abbiano un beneficio?”. Era una domanda provocatoria. Quando infatti si parla a persone che non si conoscono, si ha grande fiducia e apertura; ma quando si parla a persone conosciute sorgono grossi problemi: si comincia a passare in rassegna diverse cose e che cosa ne ricavano? È facile che si allontanino di più. Questo è un dramma, dobbiamo riconoscerlo. Rischiamo di essere persone che sono fuori, disinteressate: abbiamo generato dei ciechi e se succede qualcosa noi non c’entriamo.

Proviamo a chiedere al Signore che ci ispiri propositi santi e ci dia il coraggio di attuarli. È importante vedere ciò che si deve fare e poi avere la forza di farlo: entrambi le cose dobbiamo chiedere come grazia. Vogliamo essere responsabili e non persone che si arrendono e si tirano fuori.

 

Terza idea, la ricavo dal capitolo 11 dove si racconta la rianimazione di Lazzaro. Preferisco non usare la parola ‘risurrezione’ perché è meglio riservarla a Gesù; Gesù che risorge è diverso dal fatto che capita a Lazzaro: questo è un morto che viene rianimato; vi è una morte effettiva, ed è un ritorno indietro, un ritorno alla vita di prima. Lazzaro continuerà a vivere la vita terrena, riprendendo a mangiare, a bere, a dormire e morirà di nuovo: non è una soluzione. Gesù invece risorge perché esce da questa situazione e inizia qualche cosa di nuovo: Cristo risorto non muore più, Lazzaro invece morirà di nuovo.

Da questo episodio ricavo l’immagine del pianto di Gesù. Maria, invitata dalla sorella Marta, esce fuori, c’è una parola splendida che Marta dice alla sorella: “Il maestro è qui che ti chiama”. È una frase ricchissima di significato che avevo fatto scrivere anche sulla cappella del seminario di Savona; entrando in cappella sull’architrave si poteva leggere: “Il Maestro è qui e ti chiama”.

Maria si alza e corre da Gesù, si butta ai piedi, si mette a piangere: “Oh se fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”. Gesù allora “quando la vide piangere e piangere anche i giudei che erano venuti con lei si turbò”. Il greco adopera un verbo strano: “enebrimesato”; è un verbo che indica fremito, un tuono interiore; è un momento di turbamento e non di commozione, è un temporale che scoppia dentro Gesù: “Vedendola piangere e vedendo piangere quelli che c’erano si turbo e disse: Dove l’avete posto? Signore vieni e vedi. Gesù ‘edacrusen’, scoppiò a piangere (aoristo ingressivo)”.

Mi domando: “Perché Gesù piange?”.

I giudei dissero: “Vedi come lo amava”. Piange perché voleva bene a Lazzaro che era morto; è normale, se si vuole bene ad una persona che è morta si piange. Siamo sicuri che sia il motivo per cui Gesù pianse? L’evangelista attribuisce il giudizio ai giudei; questi interpretano il fatto come una dimostrazione di amore: piange Lazzaro perché gli voleva bene. Ma in genere quando l’evangelista attribuisce ai giudei una interpretazione la ritiene sbagliata. Noi ci siamo accodati tranquillamente su questa interpretazione dei giudei. Qualcun altro invece contesta: “Colui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che questi non morisse. Se gli voleva bene perché non ha evitato che morisse?”.

Perché Gesù piange? Anche noi piangiamo di fronte alla morte di qualcuno; abbiamo perso una persona cara, con la morte questa persona è fuori dalla nostra esperienza, non c’è più, non la vediamo più, non possiamo parlare con lei e godere della sua presenza, sentiamo una mancanza, una privazione e una perdita, quindi è normale piangere e piangiamo in proporzione dell’affetto che ci lega alla persona.

Noi siamo un po’ professionisti dei funerali per cui se piangessimo per tutti i morti sarebbe finita; ci prendiamo la mano a trattare con i morti e piangiamo solo per le persone legate a noi.

Gesù piange per Lazzaro perché gli voleva bene. Ma Gesù, secondo il racconto di Giovanni, è perfettamente consapevole di quello che sta succedendo: rimane ancora oltre il Giordano quando sa della malattia, si muove solo dopo che è morto e parte con l’intenzione di andarlo a svegliare. C’è, secondo l’intendo dell’evangelista, una piena consapevolezza di Gesù: sa che dopo qualche minuto Lazzaro verrà fuori dalla tomba; quindi non ha senso che pianga. Non ha pianto quando gli hanno detto che era ammalato, non ha pianto quando è morto, adesso non piange perché ha perso l’amico. Difatti l’evangelista sottolinea che, dopo aver sentito ripete la stessa storia: “Se fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”, “Perché non hai impedito che morisse”, “Vedendola piangere e piangere anche i giudei” Gesù si turba e piange anche lui. È un coinvolgimento nella realtà, non è un piangere per la morte, ma un piangere per l’incomprensione; è il turbamento di Gesù che si rende conto della durezza del cuore, della incapacità di comprendere. Non piange su Lazzaro, ma piange su quella situazione umana di teste dure che non capiscono. Da questo punto di vista possiamo sentire quel pianto su di noi; è possibile che qualche volta gli facciamo venire il nervoso. L’espressione “enebrimesato” è quel colpo di nervoso che fa addirittura piangere Gesù.

Potrebbe diventare un discorso da suore per i bambini dell’asilo: “Non fate piangere Gesù”. Cerchiamo di farlo da uomini senza sdolcinature: è possibile che noi facciamo piangere? Lo si dice: è una situazione da piangere; in qualche cosa facciamo ridere e in altre cose, se ci prendiamo sul serio, facciamo piangere; è una situazione in cui c’è da piangere.

Non è un pianto di rabbia ma un pianto di corresponsabilità, e dato che questa realtà di Chiesa ci sta a cuore, vedere che vada male, fa piangere, c’è da piangere.

E allora ecco la domanda spirituale che possiamo farci: qual è l’ultima volta che noi abbiamo pianto per la situazione negativa della Chiesa; non per i nostri problemi o perché ne avevano un danno, ma per qualche aspetto negativo della Chiesa? Quando ci siamo coinvolti al punto da piangere perché le cose che andavano male?

“E se non piangiamo di questo di che pianger suoli?”.

Di che cosa piangiamo? Che cosa ci turba: forse perché ha perso la nostra squadra di calcio? Che cosa ci turba, ci rattrista e ci addolora? Siamo così coinvolti? È nostro cibo fare la volontà del Padre, compiere quest’opera?

È un coinvolgimento passionale che porta a piangere: piangiamo solo per cose che ci riguardano e che ci toccano da vicino. Ma allora la situazione della Chiesa non ci riguarda e non ci tocca da vicino? Dobbiamo ammetterlo: ci abbiamo fatto l’abitudine e non ci lasciamo coinvolgere.

Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più profondo, di questo pianto di Gesù, lo formulo con una frase ad effetto: dare la vita all’amico costa la vita a Gesù. Nella trama del quarto vangelo, richiamare Lazzaro dalla tomba, è la goccia che fa traboccare il vaso. Subito dopo quell’episodio il Sinedrio si riunisce e decide di eliminarlo: “Basta, adesso ha colmato la misura” dicono le autorità giudaiche. Gesù lo sa e lo fa apposta; dare la vita all’amico gli costa la vita.

È possibile che in quel pianto davanti alla tomba di Lazzaro ci sia il corrispondente di quello che Luca chiama l’agonia nel Getzemani o che Marco presenta come: “Cominciò ad avere paura e angoscia”. È un pianto umano di chi si rende conto che quello che sta per fare gli costerà la pelle. Allora non è una rabbia ma una comprensione drammatica del fatto che si sta giocando la vita e ci lascerà la pelle. Dare la vita all’amico gli costerà la vita, è il gesto fondamentale, è la fatica per cui è venuto a fare questo viaggio terreno: dare la vita.

E allora chiede anche a me di piangere di fronte alla paura di dare la vita, ma di seguire la fatica del Cristo. Cercando me ti sei seduto stanco, ma mi hai redento soffrendo la croce; voglio essere solidale con te, voglio che la tua fatica e la mia non siano inutili e sprecate.

 

Soffermiamoci ad interiorizzare e a personalizzare queste tre suggestioni che traiamo dai grandi evangeli della quaresima e che nelle prossime domeniche leggeremo con il nostro popolo; possano diventare uno stimolo per la nostra revisione di vita per potere fare pasqua insieme con il Signore, aprirci all’autentica gioia, superare la fase della fatica e trovare in lui riposo.