LA NUOVA CATTEDRALE DEI VALIZZONE 1803-1805


G. Ieni,

Alessandria, 1988

Conformemente alla richieste avanzate dalla Municipalità, a seguito della delibera del Consiglio de 4 ventoso anno XI (23 febbraio 1803) (1), un decreto imperiale del 29 termidoro anno XIII (17 agosto 1805) concedeva finalmente – in sostituzione della cattedrale demolita due anni prima – la chiesa di S. Marco perché fosse riadattata e riaperta al culto come “Chiesa maggiore della città”.

Essa sorgeva sul sedime corrispondente a quello della cattedrale odierna e apparteneva al convento soppresso dei PP. Domenicani, assegnato allora all’artiglieria e al Genio, ma parzialmente occupato dalle prigioni correzionali. La chiesa, peraltro, non versava in buone condizioni, risultando “rovinata in parte, e quasi distrutta dai profani usi, a quali le calamità della guerra l’hanno necessitata”, giusta una testimonianza dell’epoca. (2)

Il vasto edificio era di origine medievale, (3) ricostruito probabilmente nel XIII-XIV secolo e più volte rinnovato in seguito: ad esempio, già verso il 1624. (4) Sappiamo da indizi frammentari che la faccia era di forme barocche (5) e l’interno anch’esso barocchizzato, ma si trattava evidentemente d’interventi in superficie, dal momento che tutte le strutture erano ancora quelle gotiche. Di fatto, le due piante superstiti del S. Marco di allora (6) mostrano una chiesa a tre navate, alquanto allungata e terminata da un’abside centrale poligonale, con una serie di cappelle di varia grandezza allineate solamente lungo il suo fianco settentrionale. La forma e la posizione dei sostegni interni, inoltre, consente di risalire alle coperture originarie della chiesa gotica: come avveniva solitamente per le chiese conventuali, nella nave di mezzo le campate quadrate presbiterali, definite da piastroni a fascio, erano sovrastate da alte crociere archiacute, mentre il restante del corpo, scandito da pilastri cilindrici a interassi ravvicinati, era invece coperto mediante un’ossatura di capriate lignee, impostate ad una quota inferiore, sostituita in seguito – nel XVI-XVII secolo – da una volta a botte continua, rimasta anch’essa più bassa. Su un assetto siffatto della fabbrica preesistente si sarebbero innestate, di lì a non molto, le opere essenziali di ricostruzione e di restauro per adattarla alla nuova destinazione.

A questo scopo, sul principio del 1807, il maire Giulio Baiocchi – con l’assenso del prefetto del dipartimento di Marengo Robert d’intesa col vicario vescovile Nicolao Benevolo, in sostituzione del titolare latitante mons. Villaret – aveva istituito una “Commissione officiosa pel ristabilimento della chiesa di S. Marco”, formata da “persone scelte ne’ diversi ceti di cittadini, non che nell’ordine ecclesiastico, alla cura delle quali tutte le opere necessarie al ristoro di questa chiesa, onde quanto prima ridonarla al divin culto con quella particolare decenza, che alla di lei primazia ben si conviene, commesse fossero, e caldamente raccomandate. Già già la commissione in particolari assemblee adunatasi, la traccia formossi del di lei pio lavoro; già ella approvò il piano di riforma da abile architetto di lei ordine formato, e riportonne l’assenso de’ sign. Canonici fabbricieri, e deputati della nuova collegiale; già ella è pronta a dar mano all’opra”. (7)

Chi fosse quell’architetto, incaricato allora della ristrutturazione del S. Marco e che già aveva elaborato il suo progetto, ci è noto attraverso vari disegni di quegli anni, alcuni firmati e altri attribuiti alla medesima mano: si trattava del “capomastro” Cristoforo Valizzone, (8) al quale solo – e non, come abitualmente si crede, al figlio Leopoldo, allora troppo giovane (1792-1874) – va il merito della sistemazione iniziale della nuova cattedrale. In particolare, il “piano di riforma” accennato sopra dovrebbe coincidere con la “Pianta, ossia progetto in occasione delle riparazioni …” (9) del 13 maggio 1807, sottoscritta dal Valizzone, nonché da tutti i membri della “Commissione officiosa” per l’accettazione e l’approvazione di rito.

In essa – dove le parti nuove da costruire sono rappresentate in sovrapposizione a quelle esistenti da mantenere o abbattere – appaiono infatti chiaramente espressi tutti gli espedienti adottati dall’architetto per ottenere un duplice risultato nella riorganizzazione rigorosamente simmetrica del tempio: da un lato, quello di conservare al massimo le strutture precedenti per ovvie ragioni di economia, dall’altro, quello di normalizzare, rettificandoli, coordinandoli e uniformandoli, quei corpi come le cappelle, che nell’edificio gotico risultavano disomogenei.

Rivisto ulteriormente con qualche ritocco limitato, questo progetto appare definitivo – quale cioè verrà realizzato di lì a poco – su una tavola successiva intitolata “S. Marco” e sfortunatamente non datata (assegnabile forse ancora al 1807, ma comunque non molto più tarda del 1810): (10) la futura cattedrale si articola nelle prevedibili tre navate e in una successione di sette cappelle per fianco, precedute da un corridoio di disimpegno che le separa dalle rispettive navatelle. Alle campate maggiori presbiterali corrispondono evidentemente cappelle di equivalente ampiezza – e saranno le più illustri, dedicate a S. Baudolino e a S. Giuseppe quelle settentrionali, a S. Pio V e alla Beata Vergine della Salve quelle meridionali – mentre alle altre cinque campatelle del corpo longitudinale fanno riscontro altrettante cappelle minori per parte.

Se, in fondo, il nuovo impianto doveva riuscire felicemente risolto nonostante tutti i vincoli di sedime, di tracciati murari e di sostegni della chiesa più antica, l’alzato presentò invece, fin dall’inizio, il difetto della scarsissima luminosità, indotta soltanto dalle finestre delle cappelle e dell’abside, visto che la particolare tettonica delle tre navate cieche escludeva ogni possibilità di illuminazione diretta dall’esterno. Di qui le numerose iniziative future e i progetti irrealizzati per dotare la chiesa di una qualche cupola; di qui le osservazioni , a distanza di mezzo secolo, di Leopoldo Valizzone: (11) “La cattedrale di Alessandria non presenta colla di lei vastità quell’armonia nella sue parti, che l’arte richiederebbe, ed è cosa notoria, che lo stato in cui trovasi è il risultato di ristauri, ed ampliazioni operate, da oltre cinquant’anni a questa parte, all’antica chiesa di S. Marco, di cui ne venne conservata l’originaria pianta colla distribuzione primaria, e massime la nave di mezzo, che è l’unica parte antica che siasi conservata, la quale non puol ricevere né luce né aria, che dalle cappelle laterali, le quali sono molto basse, ed a troppo forte distanza dal centro della chiesa”.

I lavori di demolizione delle strutture fatiscenti o sacrificate al nuovo progetto ebbero inizio all’evidenza sullo scorcio del 1807, tanto che già nel gennaio dell’anno successivo Cristoforo Valizzone si vedeva impegnato a escogitare qualche sistema poco dispendioso perché l’interno della chiesa e parte del sagrato antistante venissero sbarazzati dall’ingombro delle macerie. (12) Le opere di ricostruzione, quindi, furono avviate subito dopo, nella primavera del 1808 e proseguite tra alterne fortune per i due anni seguenti. Non sembra il caso di soffermarci ora su una minuziosa cronologia degli interventi, che pure i preventivi di spesa, i mandati e le quietanze di pagamento per approvvigionamenti di materiali e di manodopera – fortunatamente conservati senza eccessive lacune (13) – permetterebbero invece di ricostruire nei particolari. Basti ricordare qui come gran parte delle nuove strutture murarie risultasse innalzata entro il 1808; come, nel corso dell’anno seguente, venisse già stuccata e dipinta la nave centrale e si procedesse alacremente alla ricca decorazione della cappella della Salve, che il Valizzone aveva espressamente curato già in fase di ideazione, conferendole una specifica nobiltà formale a confronto delle restanti cappelle maggiori; (14) come infine, nel 1810, si formassero ancora talune membrature e modanature in stucco, si completasse di tutta fretta l’arricciatura e l’intonacatura di navate laterali e di cappelle, si posasse in ultimo il nuovo pavimento.

D’altronde, s’imponeva allora con una certa urgenza la già prefissata apertura pubblica della chiesa maggiore finalmente “ristabilita” anche se le parti dell’edificio non completate erano senz’altro di qualche conto: in primo luogo, le cappelle minori, (15) quindi il prospetto principale, a quell’epoca neppure principiato. Tuttavia, il 16 novembre 1810 il “Jury de Médecine du département de Marengo”, dietro domanda ufficiale, aveva rassicurato il maire Baiocchi sotto il profilo sanitario, dichiarando la relativa salubrità degli spazi in terni della fabbrica, “malgré que les ouvrages en chaux soient fraises, et la saison soit avvancée vers l’hiver (…) Nous sommes d’avis qu’il n’y a rien à craindre sur la santé publique pour le concurs du peuple dans la dite eglise, ni à cause des ouvrages encore nouveaux, ni de la saison, et qu’en conséquence la dite eglise peut être ouverte, et libre aux fonctions ecclesiastiques à l’époque susenoncée” (16) Ottenuto così il nulla osta, la nuova cattedrale di Alessandria poté essere inaugurata solennemente il sabato 1 dicembre successivo dal Vicario generale Francesco Maria Salina, che la benedisse e dedicò al titolare tradizionale S. Pietro, mentre per la pioggia torrenziale fu spostata al giorno dopo la traslazione processionale – organizzata con grande pompa dalla sede provvisoria di S. Alessandro – del santissimo, del simulacro della Madonna della Salve e dei corpi santi. (17)

Della veste neoclassica conferita allora all’interno della cattedrale possiamo giudicare ora soltanto sulla base di alcuni disegni pervenutici, (18) dal momento che nulla di essa è scampato alle velleità neoquattrocentistiche della più tarda riplasmazione di Edoardo Arborio Mella. In realtà, gli stessi accenti neoclassici dell’intervento valizzoniano dovevano tuttavia risultare alquanto mitigati dalla rigida griglia dell’ossatura preesistente. Epperò, la fasciatura dei sostegni antichi avevano almeno consentito di ricavare un ordine principale di paraste corinzie lungo l’intera nave mediana, che, dopo il ritmo incalzante delle cinque campate collegate dalla trabeazione, si vedeva dilatato in quelle presbiteriali “di transetto” prima di raggiungere il circuito serrato dell’abside. I piastroni centrali esibivano inoltre un ordine secondario, sempre corinzio, che, esteso anche alle corrispondenti cappelle laterali di S. Giuseppe e della Salve, fungeva da nesso coordinante per quelle espansioni trasversali, altrimenti disgiunte dal corpo.

Quanto ai lavori di facciata – rimasta lungamente in opera rustica – essi sarebbero stati dilazionati ancora per qualche lustro, ritardati o impediti dalle con sapute ristrettezze finanziarie. Un primo progetto, il “Projet pour la façade de l’église cathédrale de St. Marc à Alexandrie”, assegnabile certamente a Cristoforo Valizzone (20) e redatto tuttavia intorno al 1810, interessava congiuntamente sia il fronte del duomo, sia quello della casa parrocchiale contigua, che verrà infatti realizzato più tardi proprio secondo quelle linee progettuali. Non così la facciata della cattedrale, che anche in altre proposte successive avrebbe mostrato di soffrire dell’eccessivo squilibrio proporzionale tra la larghezza esorbitante e un’altezza limitata, per quanto accresciuta all’uopo da voluminosi attici sovrastanti. In questo caso, comunque, il Valizzone aveva mirato a recuperare formalmente il corpo centrale – corrispondente al complesso delle tre navate – concependo un ampio vestibolo antistante: dominato questo dalla soluzione tetrastila del campo mediano, coronato da un frontone triangolare, mentre lasciava correre ai lati la relativa trabeazione, che risvoltava perfino sui fianchi delle due cappelle di estremità e, prolungata, costituiva addirittura il cornicione superiore della casa parrocchiale.

In un interessante progetto successivo – questa volta sottoscritto e datato 10 luglio 1814 (21) – Cristoforo Valizzone doveva abbandonare l’idea del pronao avanzato a favore di una diversa soluzione di facciata, mossa soltanto dalle membrature dell’ordine corinzio che la percorrono da un estremo all’altro, colonne al centro e paraste ai lati: mentre così il corpo principale veniva mantenuto sostanzialmente simile al precedente – benché reso più semplice con l’abolizione dell’ordine secondario – a conferire il ricercato slancio all’insieme vediamo introdotti due giganteschi campanili, alti oltre 45 metri, eretti in corrispondenza delle cappelle esterne. Si tratta di un inserimento singolare, se vogliamo anche condivisibile limitatamente alla quota delle celle campanarie, ma francamente esorbitante nel disegno e nel volume delle guglie ipertrofiche – riecheggianti perfino insospettate suggestioni “piranesiane” – che da sole avrebbero misurato, fino al triregno di coronamento, ben 19,90 metri contro l’altezza di 13,60 metri della facciata, attico compreso.

Sembra peraltro che già allora venisse prevista anche una variante di minor impegno, di cui non conosciamo altro riscontro grafico, se non le piante dell’epoca, che mostrano un profilo di facciata senz’altro semplificato – che tuttavia avrà la meglio, per i suoi costi ridotti, sulle altre proposte magniloquenti e sofisticate, tanto da venire definitivamente prescelto e realizzato – con le colonne corinzie abbinate a delimitare la svecchiatura centrale e i binati di paraste a chiudere le due estremità del fronte, cappelle escluse. Ed è infatti sulla base di siffatta configurazione del prospetto che, a partire dal 1820, la “Commissione officiosa” avrebbe cominciato a richiedere, da fornitori locali e milanesi, i diversi preventivi di spesa per l’esecuzione di colonne, lesene e relative basi in miarolo rosso, di capitelli e riquadri delle porte in pietra di Viggiù, di lastre di rivestimento esterno in miagolo bianco o pietra di Beola, e via dicendo. (22)

In quegli stessi anni, nei lavori di manutenzione ordinaria della cattedrale e in qualche altra occupazione all’interno di una fabbrica, che sappiamo ancora non rifinita del tutto, (23) nonché nei vari contenziosi con i confinanti, così come nei rapporti con le maestranze, troviamo gradualmente, benché sempre più spesso, il giovane Leopoldo Valizzone, ormai divenuto “architetto patentato e piazzato”, affiancare il padre Cristoforo: a quanto pare, almeno da quando, il 12 luglio 1814, egli era stato dichiarato – su istanza e pressioni paterne – “architetto, e perito di questa città in rimpiazzamento di suo padre”. (24)

Di fatto, un suo esordio di un certo impegno era avvenuto nel 1817, anno in cui un fulmine aveva leso la guglia del campanile gotico del S. Marco, minacciando la stessa stabilità delle strutture della torre e, di conseguenza, quelle della chiesa. È quanto emerge, perlomeno, dalla perizia al riguardo redatta congiuntamente da Pietro Canalini e Cristoforo Valizzone il 14 luglio 1817, (25) che suggerivano anche i possibili rimedi: “Considerando la facilità con cui viene questa guglia colpita dal fulmine, ciò che dà luogo a credere vi sia in essa materie attraenti l’elettrico, siamo di avviso, che non sii più prudente sostenerla, e che convenga demolirla; e mediante l’otturamento de’ fenestroni al piano delle campane si elevi un campanile in forma più soda, e togliere così in avvenire ogni timore”.

A queste considerazioni doveva seguire, di lì a qualche giorno, il progetto elaborato in piena sintonia da Leopoldo, che conosciamo da una tavola presentata il 21 luglio seguente: (26) in essa vediamo mantenuta la vecchia cella campanaria, con le sue doppie bifore gotiche ora tamponate, mentre la guglia originaria risulta abbattuta e sostituita da una nuova cella, con ampie arcate affiancate da paraste tuscaniche, sormontata poi da un coronamento che riprende, con gusto più contenuto, la forma introdotta da Cristoforo nel disegno dei campanili in facciata di tre anni prima.

E saranno sempre i due Valizzone a seguire d’intesa, nel 1822-1823, i lavori di erezione del prospetto principale neoclassico – quello giunto fino a noi – con la posa delle colonne dai fusti slanciatissimi (27) (alti insolitamente assai più di otto diametri e mezzo) e dai capitelli corinzi modellati su quelli del Pantheon. (28) Quindi, avviata ancora una nuova sottoscrizione volontaria per il proseguimento dei lavori, (29) la facciata poté dirsi definitivamente ultimata solo nel 1827, con il collocamento delle statue dei quattro evangelisti – opera dello scultore milanese Bernardo Argenti (30) – issate sui rispettivi piedistalli dell’attico dal “mastro muratore” Paolo Roncati (31) e collaudate il 10 giugno di quell’anno da Leopoldo Valizzone; (32) a distanza di due anni, nel 1829, sarà infine la volta della statua centrale del Redentore, anche per la quale – come nel caso delle precedenti – si era dovuto ricorrere all’Intendenza generale onde ottenere almeno la franchigia del dazio al momento dell’importazione. (31)

A dispetto di tutti gli sforzi e i sacrifici affrontati, tuttavia, la nuova cattedrale non riuscì a suscitare consensi unanimi, né approvazioni incondizionate per i troppi problemi irrisolti che la riplasmazione aveva necessariamente comportato sotto l’aspetto funzionale. Tant’è vero che, ancora nel 1832, era in atto un tentativo, rapidamente rientrato, di riportare addirittura la cattedrale in piazza Reale, abbandonando quella appena compiuta e costruendo una nuova chiesa sull’area demaniale del Corpo di guardia, corrispondente all’isolato attuale della Banca d’Italia. Già l’amministratore diocesano aveva inoltrato al Guardasigilli la richiesta per ottenere il sedime, già si avanzavano pretese per l’utilizzazione dei “mattoni provenienti dalle demolite fortificazioni” e di altri materiali ancora sepolti nei terreni non coltivati, quando giunse l’avviso della disponibilità regia a concedere il sito, purché fosse reperito un fondo di almeno 300.000 Lire per l’erigenda fabbrica: (34) con che gli entusiasmi vennero smorzati e il progetto fu accantonato.

Dagli anni ’30 del secolo, tuttavia Leopoldo Valizzone rimane solo – ritiratosi il padre – a occuparsi delle ricorrenti necessità, grandi e piccole, del nuovo duomo. Così, nel 1835, lo troviamo impegnato in un progetto di ampliamento della cappella della Salve, per il quale avrebbe disegnato numerose varianti e redatto una memoria (35) “sul soggetti di fare nella cappella della B. V. della Salve in questa cattedrale, un opera che valga a maggiormente decorarla, e che in modo particolare presenti un segno di particolare devozione, e gratitudine al benefizio ricevuto di essere stata questa città preservata dal collèra (…)”. Le varie proposte discusse in quei suoi “riflessi” si riconducono sostanzialmente a tre, tutte documentate dalle relative piante. (36) In esse, si prevedeva di mantenere comunque l’opera paterna, che veniva anzi difesa in qualche modo dalle eventuali critiche in atto: “Checché si possa dire sul dissegno dell’attuale cappella, egli è però costante, che da angusta in fuori, massime per le funzioni che in essa si praticano, nel resto non è dispregiabile, sia per la pianta, che per gli ornati, che sono di ottimo gusto, e ben ripartiti, e ciò massime si osserva dall’interno di essa che presenta una forma graziosa e compita, a differenza di quando si esamina il corpo di chiesa, da dove appaiono troppo confuse le colonne che l’adorano (…)”. Nel nuovo progetto, pertanto, essa sarebbe stata adattata a vestibolo – demolitane la parte di fondo – dell’erigenda nuova cappella: ricavata in profondità, al di là dell’arco di separazione previsto fra le coppie di colonne angolari preesistenti. Nella prima variante (37), l’addizione si presenta in forma di rotonda con ambulacro periferico e podio isolato per il simulacro; nella seconda (38) in guisa di coretto, concentrico al vestibolo, con la nicchia terminale per la Madonna, così come nella terza (39) a sviluppo semicircolare; in un’altra, (40) infine – non presentata, né accennata nei “riflessi” – di forma circolare con tribune laterali, proprio alla maniera alfieriana della cappella di S. Evasio nella cattedrale di Casale (1764).

E tuttavia, a quel punto, dopo averle esaminate partitamene, è lo stesso Valizzone a sconsigliare le sue proposte: “(…) non si crederebbe conveniente il seguire alcuno dei sunarrati progetti, ma di appigliarsi in vece ai seguenti altri partiti, li quali potranno essere subordinati ai mezzi pecuniari, che si presenteranno”. Suggerisce pertanto un nuovo altare marmoreo con la relativa ancona, e poi stucchi lucidi alle pareti, dorature non solo ai capitelli bensì anche ai rilievi in stucco, e infine “per il caso che si possa avere a disposizione una ragguardevole somma, di eseguire un’opera che mentre darebbe un maggior risalto alla cappella istessa, concorrerebbe anche a decorare la chiesa, e questa consisterebbe nel formare una cupola nella nave di mezzo di essa chiesa sopra l’arcata corrispondente alle cappelle della Beata Vergine e di S. Giuseppe, operazione, che risanerebbe l’intiera chiesa e darebbe luce a quest’arcata, che ne è quasi priva (…)”. (41) Date le immancabili gravezze finanziarie, si poterono realizzare allora soltanto le opere di abbellimento previste, (42) mentre il desiderio di una cupola restò ancora accarezzato a lungo e si ripropose nuovamente – con un’articolata memoria al riguardo (43) – nel 1863, rimanendo un’altra volta sulla carta, nonostante le buone intenzioni di tutti e lo sforzo progettuale del Valizzone, che così esordiva: “L’ill.mo e reverend.mo sig.r vicario generale capitolare di questa diocesi si compiacque di onorarmi dell’incarico di esaminare questi progetti, e dietro a tutte le cognizioni che io tengo della località per tutti gli anni, che io ne ebbi il carico della vigilanza, compilare un progetto tale a poter essere eseguito, avuto riguardo a tutte le circostanze, di solidità, e di euritmia in correlazione il più possibile coll’insieme della distribuzione attuale delle parti, fra le quali la medesima dovrebbe essere stabilita”.



Note


  1. Cf il verbale in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 1, Città e sua amministrazione, vol. 117: Convocati del consiglio municipale, t. 52 (17 settembre 1802-26 agosto 1803), cc. 119r ss.

  2. Lettera di Raimondo Baggiani, presidente della commissione officiosa di S. Marco, ai consiglieri municipali, s.d. (1807), in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 11, Culto, m. 1804: Antica cattedrale – demolizione.

  3. G. A. Chenna, II, 1786, p. 190 ss.

  4. In quegli anni, il padre priore Corrado Imbonati avrebbe “egli nel corso di tal suo carrico fatto alcuni miglioramenti et abellimenti tanto nel convento come nella chiesa …”; si veda s.a., 1915, p. 80.

  5. F. Gasparolo, 1928, p. 219.

  6. Entrambe conservate in ASAL, s. III, Archivio Valizzone, cart. 2261/II: Edifici religiosi, nn. 311 e 298: la prima pubblicata da G. Ieni, 1986, fig. p. 95, la seconda inedita, a penna e acquarello nero (69 x 52 cm.).

  7. Cf il manifesto pubblico (ASAL, ASCAL, s. III, cat. 11, Culto, m. 1804 cit.) indirizzato “A’ suoi concittadini, e compatrioti del circondario alessandrino” ed emesso il 31 maggio 1807 (Alessandria, dalla stamperia di Vittorio Alauzet), con cui la commissione, priva di mezzi finanziari e facendo leva sull’orgoglio civico – “Alessandrini, ergetevi sulla vostra gloria; e voi, compatrioti provinciali, che con tanta laude alla fondazione concorreste di questa città, con cui aveste più d’una volta comuni le guerre e le paci, i diritti, e le prospere, come le avverse venture, non isdegnate di prestarvi in oggi ad accrescerne lo splendore con lo ristabilimento d’un sacro tempio sontuoso …” – annunciava alla cittadinanza la prossima missione di propri emissari “onde raccogliere le vostre elemosine, le pie offerte; ella invierà dei fidi commessi alle vostre campagne a questuare nei prossimi raccolti: allargate voi generosi la mano, somministrate generi, derrate d’ogni sorta, condotte, legnami; tutto, sì tutto gioverà al grand’uopo; tutto faciliterà più pronta l’esecuzione della già troppo lungo tempo da voi desiderata impresa”.

  8. La figura e l’attività di questo interessante architetto – talvolta confuso col figlio, più spesso oscurato da quello – restano ancora indefinite: nato presumibilmente dopo la metà del XVIII secolo, egli risulta attivo ancora per tutti gli anni venti del XIX secolo.

  9. “Pianta, ossia progetto in occasione delle riparazioni, che intendono intraprendere per formarvi la chiesa maggiore della città di Alessandria nel locale della vecchia chiesa di S. Marco”, disegno a penna e acquarello rosso, nero, grigio e azzurro (73,4 x 51,4 cm), in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 17, Archivio Valizzone, cart. 2261/II: Edifici religiosi, n. 312.

  10. Disegno a penna e acquarello grigio (51,6 x 37,8) con studi successivi a lapis per l’inserimento di una cupola, in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 17, Archivio Valizzone, cart. 2261/II cit., n. 313. La possibile datazione risulta evidentemente oscillante a seconda che la tavola venga considerata di progetto o di rilievo. In ogni caso, gli estremi cronologici sono suggeriti, per il termine superiore, dall’assenza dell’avancorpo della “Casa dell’inquisizione” sull’angolo sud-occidentale, il cui abbattimento fu deciso l’11 ottobre 1807 (come da Libro delle deliberazioni della fabbrica della chiesa collegiale e parrocchiale di S. Marco), cc. in estratto presso ASAL, ASCAL, s. III, cat. 11, Culto, m. 1804 cit.) e compiuto l’anno successivo, e per il termine inferiore, dal titolo di S. Marco ancora attribuito alla chiesa, che mutò in S. Pietro – come quello della cattedrale antica – all’atto della riapertura.

  11. Relazione autografa del 10 marzo 1863 sulla possibilità d’innalzare una cupola nella cattedrale, in ACVAL, IV.L.6: De paroeciis – Cattedrale, vol. V, fol. 313r.

  12. Cf “Estratto di articoli formato dal sig.r architetto Valsone per diverse operazioni da eseguirsi a favore della chiesa maggiore di S. Marco, colle rispettive deputazioni nominate dalla commissione in sessione delli 14 gennaio 1808. Articolo 3 del progetto. Sarebbe anche cosa conveniente di far trasportare tutti li rottami, e terre inutili delle cappelle (…). Di formare richiesta al sig.r Angelo Massola, affine impresti n° 30 e più se è possibile galeotte, assicurandosi che ad un soldo caduna carica di terre potrebbe farsi detto trasporto. Il secondo mezzo sarebbe di spedire una circolare a tutte le parrocchie del corpo santo, invitando quel numero d’uomini, che crederassi opportuno per vedere d’avvanzare la spesa del soldo sopra descritto; avvero inviare tutti li particolari proprietari di beni, di mandare i loro famiglj, due, o tre giorni alla settimana, stante la stagione che non vi sono travaglj in campagna, e ciò non sarebbe di grave carico ai particolari medesimi (…)”., c. in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 11, Culto, m. 1804 cit.

  13. ASAL, ASCAL, s. III, cat. 11, Culto, m. 1778: Cattedrale – Ricevute (1808 – 1810).

  14. Se ne veda la descrizione in F. Ansaldi, 1843, pp. 20-21: “Presentasi questo verso il corpo della chiesa con ampio, e maestoso prospetto di figura rettangolare , che ne forma quasi il vestibolo, ornato come la cappella, di cui fa parte. La cappella poi è quasi quadrata, ma nella quadratura sorgono otto colonne isolate d’ordine corinzio con capitelli dorati, distribuite, ed accoppiate a due a due in guisa che formano un ottagono, sui quattro lati del quale poggiano quattro archi che reggono una galleria circolare praticabile, e munita di ringhiere in ferro colorito. Al di sopra di questa ergesi la cupola, la quale tutta è, come i medaglioni, e gli archi ornata a gran rosoni di stucco (…)”; v. inoltre G. B. Rossi, 1887, pp. 33-35. Il progetto di Cristoforo Valizzone è rappresentato soprattutto su due tavole in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 17, Archivio Valizone, cart. 2261/II cit., nn. 305 e 300. La prima – firmata e datata 12 agosto 1807 – è la “Pianta della nuova cappella a costruersi nella chiesa maggiore di S. Marco della città d’Alessandria … che mi fu unanimemente ordinato di formarla grandiosa, dovendo questa essere consecrata al collocamento, e culto dell’urna della Beata Vergine della Salve …”, disegno a penna con acquarello nero e grigio (53,7 x 39,8 cm); la seconda comprende le due sezioni longitudinale e trasversale della cappella. Disegno a penna e acquarello grigio, rosa e giallo (48 x 82 cm.).

  15. Cf la lettera di Luigi Allora al marchese Sebastiano Ferrari del 27 novembre 1810 (ASAL, Archivio Ferrari di Castelnuovo, b. 45, Lettere dell’agente): “ … Le capelle son tutte stabilite con calcina: Mancano in esse alcuni altari, ma v’è l’impegno di trovarli. Per sin li calsolai danno terminata una capella con l’altare, che nel duomo antico era nella capella, ossia altare di St. Andrea. Il nipote di santo Valsecchi fa terminare a sue spese la capella del Cristo, ed era intenzionato di fare una maggior spesa comprando l’altare di marmo, che era a S.ta Teresa di spetanza a Casa Capriata; ma la s.ra marchesa Prati ebbe il cuore di domandarli L. 8000; e con ciò si è rafredato. Il P. Castagna, che voleva regalare il quadro di S. Domenico ora ne pretende L. 300, e non lo vogliono accettare. Invece di questo ho sentito, che si farà il quadro di S. Napoleone a spese di questi impiegati. M.r Chesner a sue spese fa l’orchestra eguale a quella di S. Giuseppe, e con ciò resterà guarnito bene il presbiterio. Che ne dice si vuole sia protestante, perché olandese, eppure oltre all’elemosina già data si presta anche in questo”.

  16. Relazione del 16 novembre 1810, in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 11, Culto, m. 1804 cit. Alcune considerazioni che precedono il referto appaiono utili anche per la conoscenza della vicenda edilizia della cattedrale: “Considérant que les murs, voutes, et colonnes principales del l’église sont anciennes; considérant qu’il y a deux annéès accomplis que le chapelles, et autres vuotes ont été baties; considérant que le peu d’humidité qui peut etre attachée au pavé récemment construit est propre pour absorber le carbonique que l’expiration humaine engendre; considérant que l’église est très-élévée, et dotée de plusieurs ouvertures doivent necessarirement maintenir un changement d’air, et ainsi oter tuote sorte d’exhalation mephitique, et prejudicielles à la santé ; (…). Considérant que le meme peintures, dorures, et autres ouvrages délicats n’ont rien souffert jusqu’à présent, ainsi que l’orgue, quoique il soit construit avec plusieurs tuyeau en bois (…)”. Di altro avviso era, per contro, la vox populi: “L’umidità, che trovasi nella chiesa maggiore fa provare gli effetti de suoi danni, che reca al segno di dover levare li quadri già collocati nelle capelle, e fra questi ho jer sera veduto levato quello di S. Gio. Nepomiceno, la pitura del quale pativa a gran forza. Un contrabbasso lasciato due giorni sull’orchestra si trovò tutto aperto (…). Cf la lettera del citato agente di casa Ferrari al marchese Sebastiano del 12 dicembre 1810, in ASAL, Archivio Ferrari di Castelnuovo, b. 45 cit.

  17. Cf T. Canestri, 1835, p. 17; G. B. Rossi, 1877, pp. 30-31; ma in particolare, v. le Memorie varie della commissione officiosa per la costruzione della chiesa di S. Marco, in ACCAL, Fabbrica musices sacrarum, tomo unico, fasc. 24, c.s.n.: “Il primo di decembre dell’anno mille ottocento dieci si è aperta al pubblico divin culto questa chiesa maggiore di questa città, e collegiale (al momento, dunque, non più cattedrale, visto che, con l’accorpamento delle diocesi, il vescovo Villaret aveva preferito trasferire la sua sede a Casale), surrogata all’antico duomo demolito per causa delle fortificazioni nuove nel 1802 (…). Fu benedetta lo stesso giorno dal rev.mo sig.r vicario generale Salina venuto a bella posta da Casale, sotto il titolo de’ SS.ti Pietro, e Marco. Nel giorno seguente, non essendosi potuto fare nell’anzidetto a motivo delle dirotte piogge, si è fatto il solenne trasporto del SS.mo sacramento dalla chiesa di S. Alessandro (…), accompagnato processionalmente dalle confraternite tutte, compresa quella della Dottrina cristiana, dal clero, e capitolo, e da un seguito universale d’ogni classe di persone, e del popolo, concorso con torcie, o candele secondo lo stimolo della pietà, e le forze di ciascuno”.

  18. Ad esempio, la sezione trasversale della cattedrale in corrispondenza della cappella della Salve, disegno a penna e acquarello grigio e rosa (37,4 x 77,4 cm.), oppure la sezione longitudinale, sempre a penna e acquarello grigio e rosa (52,1 x 111,9 cm): entrambi redatti dalla medesima mano (Cristoforo o Leopoldo Valizzone?) in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 17, Archivio Valizzone, cart 2261/II cit., nn. 342 e 316 rispettivamente.

  19. Si tratta di una bella tavola di grande formato (65,6 x 101 cm) a penna e acquarello nero, grigio, rosa e celeste, sempre in ASAL, ASCAL, Arch. Cit. cart. 2261/II cit., n. 349.

  20. Come del resto suggerisce – oltre che l’epoca della stesura, per la quale v. più sopra le considerazioni della nota 10 – la qualità dell’esecuzione grafica. Piuttosto la didascalia che identifica il soggetto, apposta in basso, sembrerebbe dovuta ad altra mano, forse già a quella di Leopoldo Valizzone.

  21. “Progetto di facciata per la cattedrale di Alessandria formato d’ordine dall’ill.mo sig.r marchese Cesare Cuttica di Cassine, gentiluomo di camera da S. M., consigliere dell’Ordine de’ SS. Maurizio, e Labaro, e primo sindaco di detta città, dedicato al prelodato sig.r marchese, ed alli rispettabilissimi sig.ri fabbricieri di detta cattedrale”, disegno a penna e acquarello nero, grigio, seppia e celeste (80,7 x 59,4 cm.), in ASAL, ASCAL, Arch. Cit. cart. 2261/II cit., n. 348.

  22. Cf la convenzione con il “capo marmorino” Carlo Bottinelli per “quadretti ottanta tre circa di mearolo rosso a servizio della facciata, che si è stabilito costruirsi alla detta chiesa del duomo”, del 14 settembre 1820 (ACVAL, IV.L.3: De paroeciis – cattedrale, vol. II, cc. 256r-257r); il preventivo del “picha pietra” Carlo Bottinelli del 2 gennaio 1821 (ib, c. 74r); un “Calcolo per il primo progetto colle collonne, basi, e capitelli di pietra cogli ornati delle tre porte”, e, in alternativa, l’altro “Calcolo per il secondo progetto, cioè formando le collonne, e capitelli di cotto, ed impiegando soltanto le pietre in quei luoghi, in cui sono indispensabili” del 13 gennaio 1821, qui anonimo e sottoscritto per visione da Cristoforo Valizzone (ib. cc. 76r-76v); due lettere da Milano del “marmorino” Nicola Pirovano del 10 e 26 maggio 1821 circa l’esecuzione in corso delle basi in miagolo rosso (ib. cc. 252r, 253 r); inoltre la lista di fornitura di pietra d’Acqui “somministrate dall’impresa Perratone, e compagnia al sig.r architetto Valizzone”, dell’11 agosto 1821 (ib. c.s.n.).

  23. Si veda, ad esempio, il passo di una lettera di mons. d’Angennes, scritta oltre un decennio dopo, il 4 dicembre 1828: “(…) la chiesa mancherebbe ancora di due cappelle, di ornati, di pitture, della ristorazione del tetto, osservandosi già più di una crepatura nella volta …”. In ACVAL, IV.L.4: De paroeciis – cattedrale, vol. III, c. 151r.

  24. G. M. Panizza, Nota introduttiva all’inventario della raccolta Valizzone(ASCAL, s. III, cat. 17), in ASAL.

  25. La relazione di vista al campanile è conservata in ASAL, ASCAL, s. III, cat 11, Culto, m 1804 cit., c.s.n.

  26. “Progetto per il subalzamento del campanile della cattedrale d’Alessandria”, disegno autografo a penna e acquarello nero, grigio, rosso e giallo (50,1 x 29,8 cm.), in ASAL, ASCAL, s. III, cat. 17, Arch. cit., cart. 2261/II cit., n. 320.

  27. Si veda il disegno quotato – “Dimenzioni di una delle quatro colonne della facciata da costruirsi alla cattedrale d’Alessandria” – servito all’evidenza per richiedere i preventivi di spesa, come sembra suggerire la scritta appostavi: “Oltre le quatro colonne delle dimenzioni della presente, colle loro basi, e capitelli, si richieggono otto lesene delle medesime dimenzioni delle colonne, colle loro basi, e capitelli”, in ASAL, ASCAL, , s. III, cat. 17, Arch. cit., cart. 2261/I: Edifici incerti, n. 200.

  28. Cf la lettera del 6 settembre 1822 (ACVAL; IV.L.3: De paroeciis – cattedrale, vol. II, c. 305r): “ (…) che somministrandogli un modello di capitello corintio antico, sulla foggia di quelli del rinomato Panteon di Roma, dovrà il Pagani Domenico appagare pienamente all’opera, ed alle premure de’ sig.i commettenti …”.

  29. “Sottoscrizione volontaria per altrettante azioni da 20 Lire pel compimento della facciata del duomo e per ornarla di statue”, in ACVAL, IV.L.3: De paroeciis – cattedrale, vol. II, c. 250r.

  30. Cf la sua lettera dell’8 maggio 1822, indirizzata a Cristoforo Valizzone, con cui ne discuteva il prezzo, in ACVAL, IV.L.3: De paroeciis – cattedrale, vol. II, c. 254r.

  31. Si vedano la convenzione relativa allegata all’atto consolare del 21 maggio 1827, quindi il “Calcolo dell’ammontare della spesa per la posizione in opera dio quattro stratue sulla facciata di questa cattedrale”, infine i “Capitoli e condizioni da osservarsi per l’esecutiva dell’operazione …” del 26 maggio, tutti documenti in ASAL, ASCAL, s. III, cat 11, Culto, m 1804 cit., c.s.n.

  32. Cf il “Certificato di collaudazione relativo all’appalto per il collocamento sulla facciata di questa cattedrale delle quattro statue rappresentanti li quattro evangelisti”, in ASAL, ASCAL, s. III, cat 11, Culto, m 1804 cit., c.s.n.

  33. In merito alle quattro statue, v. la comunicazione dell’intendenza, n. d’ord. 1696, n. del reg. gen. 10016, Div. 2, n. 926, spedita ai fabbricieri della cattedrale il 27 luglio 1826, in ASAL, ASCAL, s. III, cat 11, Culto, m 1804 cit., c.s.n.; quanto all’ultima statua, cf. ACVAL, IV.L.3: De paroeciis – cattedrale, vol. II, c. 193r.

  34. Cf il carteggio intercorso fra l’agosto e l’ottobre di quell’anno, in ACVAL, IV.L.3: De paroeciis – cattedrale, vol. II, cc. 330r-332r.

  35. Originale autografo del 9 novembre 1835, in ASAL, ASCAL, s. III, cat 11, Culto, m 1798: Beata Vergine della Salve, fasc. s.n. Il testo è stato pubblicato, insieme ad altri documenti, da F. Gasparolo, 1931, pp. 480-483, sfortunatamente con numerosi refusi, per cui preferiamo rifarci direttamente, per gli stralci che seguono, al ms. originario.

  36. Separate dal testo e conservate nella raccolta Valizzone in ASAL, ASCAL, , s. III, cat. 17, Arch. cit., cart. 2261/II cit.: cf qui di seguito.

  37. “Progetto n. 1”, disegno di pianta a penna e acquarello nero, grigio, rosa e giallo (51,8 x 37,7 cm.), ib. n. 309.

  38. “Progetto n. 2”, disegno di pianta a penna e acquarello nero, grigio, rosa e giallo (51,4 x 35,8 cm.), ib. n. 308.

  39. “Progetto n. 3”, disegno di pianta a penna e acquarello nero, grigio, rosa e giallo (52,5 x 41,9 cm.), ib. n. 307.

  40. Disegno preparatorio senza titolo – sempre una pianta nella medesima scala delle precedenti – a penna e acquarello nero, grigio, rosa e giallo (59 x 45,2 cm.), con correzioni successive a lapis, ib. n. 310.

  41. Relazione già citata alla nota 1., c. 3. da porre in rapporto con siffatta previsione è probabilmente il disegno a penna e matita (43,2 x 72,2 cm.) – una sezione longitudinale della cattedrale – in ASAL, ASCAL, s. III, cat 17, Culto, cart. 2261/II cit., n. 344.

  42. La qualità dei lavori realizzati nella circostanza si può ricavare indirettamente dalla lista delle scritture private – compilata l’8 agosto 1837 e sottoscritta per conoscenza da Leopoldo Valizzone – intercorse tra il sindaco di prima classe marchese Giuseppe Cuttica di Cassine e i vari artigiani chiamati “all’esecuzione di diverse opere di decorazione e d’ornato alla cappella della B. V. della salve di questa cattedrale”, in ASAL, ASCAL, s. III, cat 11, Culto, m 1798 cit., cc. 3 s.n. Sempre nel medesimo mazzo si conservano, in particolare, la scrittura privata del 22 agosto 1836 col “marmorista” Carlo Antonio Sartorelli per l’altare e il pavimento, nonché quella del 27 agosto seguente con lo stuccatore Andrea Cattaneo per la riparazione di tutti gli stucchi, la lucidatura delle pareti e la tinteggiatura della cupola e della lanterna.

  43. Si tratta della relazione citata alla nota 11., cc. 313r-315r.


    Clicca per scaricare il documento PDF