La storia di palazzo Inviziati

 

Cominciamo la storia dedicata al Palazzo Inviziati divenuto poi sede vescovile, riportando un’articolo del giornale “Il Momento” del 13 luglio 1922 a firma Pier Luigi Fracchia.
'L’edificio in parola fu proprietà della famiglia Inviziati e propriamente di Nicolao Inviziati, feudatario di Calamandrana. Egli è il fondatore del palazzo Vescovile che certamente fu il più sontuoso di quanti la sua vasta parentela possedeva in Alessandria. Signore, che sempre amò lo splendore della sua nobile casa, uomo che ebbe insigni onorificenze da Federico IV e ricco di avventure, non poteva dimenticare la città natale, lasciare che cadesse nella dimenticanza il suo nome illustre e la sua famiglia. Ed è così che i personaggi più insigni, arrivando nella nostra città, richiedevano sempre di essere ospitati nel palazzo da lui eretto primeggiando sopra tutte le altre abitazioni aristocratiche. Nicolao Inviziati morì nel 1502, e la data di erezione della sua magnifica abitazione la si fa risalire all’ultimo venticinquennio del sec. XV.

Il palazzo come è attualmente, non risponde alla primitiva struttura, che dopo non poche vicende, ebbe uniti gli edifici di casa Panizzoni, Sappa de’ Milanesi, Agosti e Ferrari: la parte maggiore apparteneva agli Inviziati. Così l’ingresso principale era nella via Lanzanorum o Lanzanatorum (da lancinator o lanzanator, che equivale a macellaio), ora via Francisco Ferrer, invece di via Vescovado, nome tolto per settarismo dall’amministrazione socialista, che delimita un lato del palazzo mentre l’altro lato è delimitato dalla via Guasco, una volta del Carmine.

La parte prospiciente l’antica via del Carmine presentava all’inizio del sec. XIX la caratteristica di una fila di colonnette o paracarri, macigni e altri ripari uniti da catenelle che i proprietari asserivano di dover tenere perchè non troppo favoriti dalla Polizia urbana. Tali ostacoli furono fatti demolire dalla Giunta Comunale con una deliberazione in data 15 luglio 1800.

Quando il palazzo Inviziati passò di proprietà del Vescovado di Alessandria?

Innanzitutto venne affidato al Vescovo Guarniero Trotti, pare dal Conte Pietro Camillo “de Canibus”, figlio di Giovanni di Lodi e poi venduto tra il 1573 e il 1576 al sullodato Vescovo dalla famiglia Dal Pozzo.

Il Vescovo dunque che ebbe il merito di acquistare il sontuoso edificio Inviziati fu Mons. Guarnero Trotti, il cui ritratto vediamo nel così detto “Salone dei ritratti dei Vescovi” al piano terreno con la scritta: “Guarneris Trottus decimus quartus episcopus, vir omni politicarum et christianorum virtutum absolutissimus verus patriae, pauperum, pupillorum, ac viduarum pater: creatus fuit anno MDLXXII”. Che il Trotti abbia invece acquistato il palazzo dal Cane altri affermano, e noi a questa ipotesi accenniamo per far risaltare la probità dell’illustre Vescovo, il quale, accusato di aver comperato l’edificio illegittimamente, si difese strenuamente e pubblicamente, affermando “poter egli senza aggravio di coscienza ritenere la proprietà del palazzo acquistato in modo legittimo”. Ed ebbe completamente ragione da una sentenza del Senato di Milano in data 6 giugno 1579.

Comprova inoltre e valorizza la sua onestà questa dichiarazione ecclesiastica importantissima: “Richiesta fatta all’E.mo et Rev.mo Sig. Cardinale di S. Sisto (il Cardinale Filippo Boncompagni, nipote di Gregorio XIII allora regnante) sommo penotenziario, da Mons. Vescovo di Alessandria per sicurezza della coscientia sua sopra il contratto fatto da lui a nome del suo vescovato col Sig. Pietro Camillo Cane del Palazzo Episcopale. Et resolutione del dubbio proposto data dall’Ecc.mo Sig. Martino Azpilcueta Navarro, Alessandria appo Ercole Quintiano 1850”.

Una decorosa e stabile residenza era ormai assicurata, dimora che purtroppo non fu sempre rispettata per l’avvenire.

La sede Vescovile di Alessandria ha subito non poche trasformazioni, anche sostanziali. Lo stesso Mons. Trotti aprì un suo salone, pare quello detto “dei Vescovi” all’accademia degli Immobili, contribuendo con la sua opera e capacità personali a far risplendere i pallidi albori accademici, iniziati dieci anni prima del suo vescovado, tenendo adunanze private letterarie con Emilio Mantelli e Franco Aulari.

Mons. Odescalchi fu l’autore dei ritratti dei vescovi nel grande salone di ingresso.

Benemerito del palazzo vescovile fu Mons. Carlo Ciceri, poi Vescovo di Como e Cardinale. Lo storico alessandrino Chenna scrive: ”Commendasi la Porta nella “tavola dei Vescovi”, per la sua pietà e carità grande verso i poveri e per la sua generosità in migliorare il Vescovado, inde impiegò egregie somme. Ampliò specialmente il palazzo vescovile con l’acquisto da lui fatto d’una casa vicina in cui ora appunto è posta superiormente la cappella  fatta da lui costruire, ed al piano terreno è aperta la cancelleria, su la cui porta si legge la seguente iscrizione: “D.O.M. Domus conterminam a Panizzonis emptan et in hanc formam redactam Carolus Cicerus, Novocomensis, episcopus alexandrinus mensae episcopatis ad commodum successorum donavit, eosdem enixe rogans, di collati beneficii monimentum hoc cernentes animae quoque donatoris in missarum celebratione recordentur.

Anno salutis MDCLXXVI”.

Mons. Francesco Arboreo Gattinara curò il palazzo vescovile “ornando di pitture la galleria e la cappella fabbricatavi dal Cardinale Ciceri”.

Sono pregevoli affreschi, che si possono ammirare tuttora. A questi mecenati dell’arte seguì Mons. Miroglio di Casale, del quale scrisse il Chenna: “guastò l’arte della sala (salone dei Vescovi su accennato) per formarsi un appartamento terreno, e rimasero (le iscrizioni coi ritratti dei Vescovi) coperte e cancellate”.

Quando infine nel sec. XIX prese a dominare il R. Economato, il palazzo vescovile incominciò ad essere turpemente raffazzonato. Senza voler imputare all’Economato tutte le responsabilità, è certo che per sua colpa “venne rifatta l’antica facciata del palazzo, facendo scomparire l’ornamento dei merli del palazzo Inviziati e tutti quegli altri che costituivano la primiera bellezza de grandiosità”. Sotto il vescovado di Mons. Salvaj, di Alba, e per merito del R. Economato, si impedì di “alienare il soffitto della sala dei Vescovi o d’ingresso alla curia”. E fu un bene, poichè S. E. Mons. Giosuè Signori, attuale Vescovo di Genova, volle con la sua libertà, ridare alla dimora di Nicolao Inviziati lo splendore che ebbe anticamente.

Quando furono iniziati i lavori, i soliti scettici e denigratori avrebbero voluto che il denaro, impiegato per una così nobile iniziativa, fosse invece speso diversamente. Il mecenate dell’arte non si arrestò e affidò la cura dei lavori al pittore alessandrino Adolfo Gambini. Un bel soffitto a travatura già lo si ammirava nella sala d’ingresso, per la quale si era occupata la Soprintendenza dei monumenti del Piemonte. Ora, a lavori in parte ultimati, altre preziose pitture ed architetture testimoniano quanto fosse grandioso il palazzo degli Inviziati. Come ben dice il Prof. Francesco Gasparolo, il dotto direttore della rivista di storia, arte, archeologia per la provincia di Alessandria, “una fuga di bellissime sale, simili a quella precedente, è stata scoperta. Da nominarsi specialmente quella che fa angolo con via Francisco Ferrer e l’altra al capo opposto. Vi sono interessanti affreschi: stemmi, medaglioni, ritratti di Vescovi. Naturalmente siamo all’inizio dei lavori di importanza somma per l’arte di Alessandria, essendo noi persuasi che il piano superiore, tutto coperto anch’esso da soffitti recenti sotto costruiti, nasconda un’altra serie di sale a travatura con analoghi affreschi. Ripristinato nelle sue linee antiche, scoperti i gioielli d’arte, il palazzo Inviziati, veramente storico, diventerebbe tra i migliori palazzi vescovili d’Italia”.

Questo edificio sì insigne che, come scrive ancora il Gasparolo, ospitò per tre giorni Carlo V nel 1536; il Papa Paolo III che nel 1538 passò da Alessandria, mentre si recava a Nizza di Provenza per trattare la riconciliazione tra Carlo V e Francesco I e finalmente il Papa Pio VII dal 20 al 22 aprile 1799, mentre veniva tradotto prigioniero in Francia. Questo palazzo, da molti non conosciuto per la sua importanza storica, si prepara in questi giorni ad accogliere il nuovo Vescovo, S. E. Mons. Nicolao Milone, nella gloria del suo antico splendore -.

Pier Luigi Fracchia'

 

Come si può facilmente evincere, da quello che abbiamo potuto vedere, Palazzo Inviziati riveste grande importanza nella storia di Alessandria, sia per la sua nascita che per il suo legame ad una delle famiglie più nobili ed antiche della città.

Ma chi era Nicolò Inviziati? E come si giunse alla costruzione del palazzo ?

La presenza degli Inviziati in Alessandria, risale ad ancora prima della nascita di questa. Nicolao Inviziati, feudatario di Calamandrana, pronipote degli Inviziati Beretta, si stabili in Alessandria, nel quartiere  di Rovereto e su di esso con la sua famiglia ebbe una grande influenza, al punto che nel famoso sacco della città del 1522, il quartiere di Rovereto, proprio per l’influenza degli Inviziati, che erano considerati come capi Ghibellini, venne risparmiato.

Nicolao ebbe una vita piena di viaggi e di avventure, che gli procurarono grandi ricchezze; ebbe insigni onorificenze, Federico IV lo fregiò della dignità cavalleresca, con il privilegio di incrociare lo stemma di famiglia con le insegne dell’aquila imperiale. Era un uomo che bramava il potere e la superiorità della sua famiglia, e fu proprio per questo che acquistò il sedime e fece costruire un palazzo che dovesse essere ad eterno ricordo delle sue gesta e della sua famiglia.

Non è ben chiaro l’anno della sua morte, ma presumibilmente deve essere avvenuta intorno al 1502 - 1503, prova ne sia il fatto che nel 1502 Nicolao fece testamento. Non lasciò discendenza maschile, ma solo tre femmine, tuttavia sembra avesse un fratello a nome Damiano ciò e comprovato da un testamento in cui si dice: “1494, 22 febbraio - Instrumento della dote della nobile, Bernardina Pettenari, moglie di Francesco Inviziati, nipote di Nicolao Inviziati, nella somma di 1500 ducati - 1498, 12 marzo, sentenza arbitramentale per la divisione dei beni fra i nobili Nicolao e Damiano fratelli Inviziati”.

Come abbiamo potuto vedere la diocesi alessandrina deve al Vescovo Guarniero Trotti, intorno al 1573, l’acquisto di un palazzo veramente degno di essere sede vescovile. Analizzeremo qui, attraverso lo storico alessandrino Francesco Gasparolo, quale fosse la sede vescovile precedente quella di palazzo Inviziati, e in maniera più dettagliata la fam. Inviziati e il palazzo sede vescovile.

Abbiaamo visto che i primi secoli di vita della Diocesi furono molto tormentati dalla diatriba che vedeva opposte le città di Alessandria e di Acqui e che in un primo momento erano rette contemporaneamente dallo stesso Vescovo, ma che la situazione scontentava tutti, alessandrini ed acquesi.

Per circa due secoli la città ebbe la sede retta da Vescovi con due reggenze, periodi di sede vacante,  infine periodi in cui fu retta da un Arcidiacono che era praticamente la seconda carica pontificia. Finchè nel 1405 Innocenzo VII nominò Vescovo Bertolino Beccari, che diede inizio alla serie ininterrotta di Vescovi.

Ma il primo che si occupò di avere una sede fissa e una residenza fu Mons. Cattaneo, a metà del XV sec., che come narra il Ghilini: “fece costruire a sue spese il vescovado in quel luogo dove in quei tempi erano le case e la chiesa di S. Matteo Apostolo, e al presente si vede il convento dei padri cappuccini”. Dovrebbe trattarsi presumibilmente dell’attuale via Trotti, dove la chiesa e il convento prima accennati non esistono più.

Probabilmente anche i successori del Cattaneo, come Mons. Gian Antonio Sangiorgio, Mons. Alessandro Guasco, Mons. Pallavicino Visconti, vissero nel vescovado  vicino alla chiesa di S. Matteo, ma questi vuoi per impegni, vuoi per incarichi della Santa Sede, non usarono  molto tale sede. Si giunge così al 1562 anno in cui Mons. Ottaviano Guasco, (detto il Vescovo guerriero) successore alla carica vescovile del Visconti, visto il grave degrado in cui versava l’abitazione, ne vendette buona parte ai cappuccini: “aerum seu situm in parte domorum episcopatus in totum dirutum”. Mons. Guasco probabilmente visse in uno dei palazzi di famiglia che come dice il Chenna, doveva essere in Rugata S. Georgii e lo stesso fece il suo successore Mons. Gerolamo Gallarati che visse probabilmente in S. Pietro di Bergoglio.

Intorno al 1569 venne eletto Vescovo di Alessandria Mons. Agostino Baglione, il quale pose come sede vescovile il palazzo Villavecchia, posto tra le attuali vie Cavour e Faà di Bruno e che anticamente dovevano trovarsi nella Rugata Villanovae del quartiere Gamondio; questo palazzo come dice il Chenna fu un dono di un certo Gian Matteo Confalonieri e che prima il capitolo Cattedrale e poi il Baglione accettarono e usarono vista la vicinanza al Duomo: “ Certo Gian Matteo Confalonieri, nobile di Candia, donò per istrumento 25 maggio 1569 al Capitolo, che accettò a nome del vescovado, necnon ill.mi ac re.mi in Christo patris, ac d. d. Augustini Ballioni episcopi dicti episcopatus, ac aliorum revendissimorum episcoporum, qui pro tempore erunt in dicto episcopatu”.

Giungiamo così al successore del Baglione, Mons. Guarniero Trotti, che forse non trovando, per le sue nobili origini, sufficientemente  degna l’abitazione del Baglione, decise l’acquisto del Palazzo Inviziati, e dovette vincere le resistenze di chi voleva che la sede vescovile fosse vicina alla Cattedrale se non addirittura attaccata alla Cattedrale, magari nella Casa Canonica che si era già progettato di costruire su di un sedime attiguo al Duomo e che era stato preparato già ai tempi del Vescovo Sangiorgio a tale scopo, ma il Trotti la spuntò e acquistò il Palazzo degli Inviziati che come abbiamo visto e vedremo era all’epoca uno dei più bei palazzi della città.

Il palazzo degli Inviziati, passò prima di essere acquistato dal Vescovo Trotti per altre mani; e più precisamente dagli atti e da quello che si può desumere dai soffitti del palazzo che mostrano molti volti dipinti, si dovrebbe supporre che questo sia stato posseduto dalle famiglie: Inviziati, Sacco, Dalpozzo e Cane.

Pietro Camillo Cane, fu colui che in un primo momento affittò il palazzo al Trotti, e che dopo poco tempo glielo vendette.

Come visto il Trotti riesce ad acquistare Palazzo Inviziati, questo si trovava nella  Rugata Lanzanorum, o contrada dei macellai. Nella via Lanzenorum non vi erano che negozi di rivendita carni, i veri macelli si trovavano altrove, e più precisamente presso S. Stefano delle Beccherie, che si trovava nel “Quartiere Rovereti”.

L’ingresso del palazzo era nella via Lanzonorum, poi Francesco Ferrer e oggi l’attuale via del Vescovado, ma il palazzo occupava solo parte della strada in quanto il suo sviluppo principale era in quella che oggi è via dei Guasco. Il palazzo non era  nel suo sviluppo nella via dei Guasco come è oggi, infatti nell’ala che si affaccia nel vicolo Emanuele Boidi, vi era la casa dei Panizzoni, antica famiglia del quartiere Rovereto, questa non doveva essere molto grande poichè subito dopo vi era una casa che doveva essere appartenuta presumibilmente al Conte Ferrari, conte di Spinetta e di Marengo. L’intero isolato si estendeva fra le vie Ferrer, Guasco, Boidi (vicolo), Schiavina e Volturno.

Da documenti topografici, e da atti notarili si desume che l’intero isolato, a forma grosso modo romboidale, comprendeva anticamente le case, e i palazzi degli Inviziati, Panizzoni, Sappa de’ Milanesi, Agosti e Ferrari, la parte maggiore dell’isola doveva appartenere agli Inviziati. Questa dovrebbe esser la divisione delle proprietà intorno al XV-XVI sec., naturalmente poi la storia  e gli eventi hanno cambiato molte cose sui domini delle case e dei palazzi di questo isolato. E’ rimasta però immutata la forma dell’isolato che ha mantenuto sino ad oggi la sua forma romboidale.

Dopo vari acquisti da parte dei vari Vescovi che si sono succeduti nel vescovado, il lato di via dei Guasco, passò completamente alla proprietà della Diocesi, per estendersi poi in parte anche nel lato di via Boidi.

Accordo totale fra i vari cronisti per ciò che riguarda lo splendore del palazzo Inviziati, che come abbiamo già detto ebbe il privilegio di ospitare molti personaggi illustri; non molto accordo vi è viceversa sulla data della costruzione dell’antico palazzo, la tesi più attendibile sostiene che il palazzo sia stato riedificato nel 1491 ma su un sedime che già aveva alloggiato una antica casa sempre della famiglia Inviziati.

Come già detto, il palazzo come si presenta oggi non rispecchia fedelmente quello primitivo, infatti il palazzo ha subito nel corso dei secoli alcune piccole modifiche apportate dai vari Vescovi succedutesi in Diocesi e che lo hanno adattato alle esigenze loro e a quelle dei tempi. Così infatti possiamo subito notare che la sala d’ingresso alla Diocesi, quella che si potrebbe definire  la “sala dei Vescovi”, ha subito una modifica che appare subito agli occhi di chi osserva, in quanto vi è stata posta una tramezza che così la dimezzata. Lo si capisce da un particolare che caratterizza molte delle sale del palazzo, ossia nel perimetro della sala appena sotto la volta a travoni esistono dei ritratti intervallati da stemmi di famiglie, questi ritratti nel salone d’ingresso, (stando a dei documenti del XVIII sec.), dovrebbero essere 15 ma ve ne sono solo 8, la sala quindi doveva essere molto più ampia di come si presenti oggi. La lunga teoria di ritratti, oggi praticamente andati quasi tutti perduti, e solo in piccola parte recuperati durante i lavori di restauro fatti al tempo del Vescovo Signori, portavano oltre al ritratto anche delle iscrizioni che possiamo così elencare grazie al lavoro di catalogazione che il Chenna fece sulla base di schede realizzate in proposito dal Burgonzio e riportate dal Gasparolo sulla Rivista storica alessandrina. Queste sono:

1) Il primo ritratto era dell’eletto Arduino, con la iscrizione: “Ardoardus primus episcopus, quem Alexander III, qui nomen dedit, ut amorem, quo civitatem sibi fidelissimam prosequebatur, ostenderet, cardinea dignitate decoravit anno MCLXXV”. Vi erano inoltre due incisioni: una chiesa erigenda con il motto: “Erigere coepit”, ed il sacrificio di Abele con il motto: “Pinguiora Deo”.

2) Ritratto del Vescovo Benedetto: “Benedictus secundus alexandriae episcopus, ignotus patria, et cognomine, sed litteris et bonitate notissimus anno MCC. Incisa una chiesa con il motto: “Erectam ornavit”.

3) Ritratto del Vescovo Ugone Tornielli: “Ugo Turniellus tertius huius urbis episcopus, Alexandriae, et Aquis, tuno sedis apostolicae auctoritate unitis, alternis annis residens MCCLX”.

4) Ritratto del Vescovo Bertolino Beccari: “Berolinus IIII. huius urbis episcopus ord. eremitarum S. Augustini, qui primus a sedis vacuitate Alexandriae residere coepit, anno MCCCXI”. Incise: un pastore che difende il gregge con il motto: “Animam pro ovibus”, ed il pastore del Vangelo con il motto: “Relictis nonaginta novem”.

5) Ritratto del Vescovo Michele Mantegazza: “Michael Mantegatinus Mediolanensis quintus huius urbis episcopus anno MCCCCXVII”.

6) Ritratto del Vescovo Marco Marinone: “Marcus Marinonus sextus Alexandriae episcopus, Mediolanensis. Sedit anno MCCCCXXXXIIII”. Incise; un pastore con il motto: “Pastor, non percurssor”, ed il samaritano di Gerico con il motto: “Curam illius habe”.

7) Ritratto di Marco de’ Capitani: “Marcus de Capitaneis Novariensis septimus Alexandriae episcopus, creatus anno MCCCCLVIII”. Incise; un candeliere sul moggio, con il motto: “Ut luceat omnibus”, ed un cane che abbaia “Impiis”.

8) Ritratto del Vescovo Gian Antonio Sangiorgio: “Joannes Antonius Sa-Georgius S.R.E. presbiter card. decretorum doctor celeberrimus, ut eius scripta testantur, Alexandriae episcopus octavus MCCCCLXXXIII”. Inciso; un olivo carico di frutti con il motto: “In Domo Domini”, e una persona che studia “Veritates”.

9) Ritratto del Vescovo Alessandro Guasco: “Alexander Guascus, nonus episcopus, Iulii secundi, et Leonis decimi referendarius domesticus, et assistens, Romandiolae praesidens, prolegatus etc..... anno MDX”.

10) Ritratto del Vescovo Pallavicino Visconti: “Pallavicinus Vicecomes, Mediolanensis, decimus Alexandriae episcopus, creatus anno MDXXXIII”.

11) Ritratto del Vescovo Ottaviano Guasco: “Octavianus Guascus, qui olim rei bellicae deditus, in eaque clarissimus, deinde Mediolani Senator, demum Christi militiae adscriptus, episcopus fuit Alexandriae prudentissimus, anno MDLXIV”.

12) Ritratto del Vescovo Girolamo Gallarati: “Hieronimus Gallaratus, Mediolanensis, episcopus Alexandriae duodecimus ecclesiasticae disciplinae optimus moderator anno MDLXIX”. Impresse; una lampada con iscritto: “Est orta iusto”, e un limosiniere attorniato da poveri: “Esurientibus”.

13) Ritratto del Vescovo Agostino Baglione: “Augustinus Ballionus XIII, Alexandriae episcopus, vir probitate, et eruditione praestantissimus, ac Pio V. pontif. max, charus, a quo episcopatum accepit. Sedit annos tres, menses quatuor, dies decem. Creatus fuit anno MDLXVIII idib. martii”. Incisa; due verghe con il motto: “Me consolata sunt”.

14) Ritratto del Vescovo Guarnero Trotti: “Guarnerius Trottus decimus quartus episcopus, vir omni politicarum, et christianarum virtutum numeris obsolutissimus, verus patriae, pauperum, pupillorum, ac viduarum pater: creatus fuit anno MDLXXII”. Impresse; un’uomo che semina: “Exiit seminare semem suum”, e una nave carica d’aromi “Suaviorem relinquit odorem”.

15) Ritratto del Vescovo Ottaviano Paravicini: “Octavius Paravicinus, Romanus, vir religione, ac pietate, neo non prudentia, ac rerum agendarum usu insignis, primo huius Ecclesiae factus episcopus, atquein ea multis ad Dei honorem, et animarum utilitatem laudabiliter gestis, ad Helvetios sanctae sedis apostolicae nuntius a Sixto V. missus, dum in perdifficili illa legatione assiduiis laborius, et constanti(s) animi virtute praeclare admodum se se exercet a Gregorio XIV cardinalis creatus, et mox ad periclitantis Galliae res componendas legatus destinatus, nec non protector Germaniae factus, plirimisque aliis muneribus cohonestatus, pro universali Ecclesia operam suam utiliter impendens cessit Ecclesiae Alexandrinae anno Domini MDXCVI., dum illam per annos XII gubernasset”. Icise; un gallo con il motto: “Somnolentos arguit”, e un’uomo che distribuisce cibo, “Supra multa te constituam”.

Un altro particolare di variazioni o aggiunte lo si ha osservando l’ultima sala al piano terreno, quella ad angolo con la via dei Guasco e il vicolo Boidi; essa non apparterrebbe all’antico  palazzo Inviziati, ma sarebbe stata aggiunta più tardi: probabilmente da Mons. Mugiasca. Una caratteristica molto bella del palazzo Inviziati che lo rendeva e rende ancora oggi unico, sta nei magnifici soffitti a cassettoni molti dei quali magnificamente dipinti, meglio conservati e recuperati all’antico splendore quelli del piano I; sembra da attenti studi che possano essere datati verso il principio del XVI sec., e che siano da attribuire probabilmente al patrizio alessandrino Trotti, all’epoca Vescovo di Alessandria.

Curioso notare che nel tratto di via Guasco, occupato completamente dal palazzo Vescovile, fino al XIX sec. vi era sulla strada una fila di  colonnette, che servivano per delimitare la proprietà del palazzo. Pare che le antiche famiglie considerassero di proprio dominio anche parte della strada che fiancheggiavano i loro palazzi e che per questo ponessero degli ostacoli quasi a delimitare le loro proprietà.

Questi privilegi caddero verso la fine del XVIII sec. e le giunte comunali approfittarono di questa situazione per far togliere da quello che era suolo pubblico, tutti i possibili impedimenti alla libera circolazione. Così avvenne anche per il palazzo vescovile che su delibera della giunta comunale dovette togliere queste colonnine. Emblematica in proposito la “proposizione del Presidente Calvi, che così si espresse:

“Considerando che le sette colonne di pietra, che esistono sulla pubblica contrada detta del Carmine in attiguità della casa vescovile sono di pubblico impedimento al libero passaggio tanto delle vetture che dei cittadini, e che massime di nottetempo servono soventi d’inciampo a quei che devono liberamente passare per detta strada, molti de’ quali per essere dette colonne alla sola altezza di un piede e mezzo circa, hanno urtato in esse ed hanno rilevato contusioni, per cui si ravvisa pericoloso il lasciarle tuttavia sussistere, non avvenendone dalla loro esistenza verum comodo, né al Pubblico né ai Particolari RISOLVE Le dette colonne di pietra laterali alla casa vescovile sulla contrada pubblica detta del Carmine saranno immediatamente rimosse, e schiantate, e poste in sito sicuro a valersene ad usi di pubblica utilità, o decenza.

L’Economo Municipale Lombardo è incaricato dell’esecuzione di questa risoluzione, e di far ritirare e porre in luogo sicuro dette colonne”. Questo è lo stralcio di un Consiglio Comunale datato 14 aprile 1804.