Martedì 22 febbraio 2011 alle ore 19.00 presso l’ex Seminario Santa Chiara si è riunito, in seduta ordinaria, il Consiglio Pastorale Diocesano (CPD) per discutere il seguente Ordine del Giorno:

1.    Presentazione da parte del Vescovo del Documento “Educare alla vita buona del Vangelo”;

2.    Focalizzazione del Capitolo 5 – “Indicazioni per la progettazione pastorale”;

3.    Intervento dei Responsabili di Zona;

4.    Dibattito;

5.    Varie ed eventuali.

 

Gli assenti (giustificati e non) sono rilevabili dal Registro delle firme.

Presiede Mons. Vescovo, modera Agostino Pietrasanta.

Con la preghiera composta per la Missione cittadina si aprono i lavori di questo Consiglio pastorale diocesano.

Introducendo il primo punto all’ordine del giorno, il Moderatore invita Mons. Giuseppe Versaldi a presentare il Documento della CEI “Educare alla vita buona del Vangelo”, che imposta l’attività pastorale del prossimo decennio.

 

1. Intervento del Vescovo

Il Pastore della Chiesa alessandrina, nel rivolgere il suo saluto, esprime profonda gratitudine a tutti i Consiglieri per la loro presenza costruttiva ai lavori di questa Assemblea, al termine di una giornata lavorativa “che mettiamo sotto la protezione della Madonna della Salve, perché lo Spirito Santo ci illumini e ci guidi nei nostri pensieri e soprattutto nei propositi e nelle opere. Voglio presentare questo documento – afferma Mons. Vescovo – per offrire una chiave di lettura del testo che è complesso e ha delle parti interessanti e originali e altre un po’ riassuntive. La premessa è questa: vogliamo inserire nel contesto della nostra Chiesa locale il tema scelto dalla CEI per il decennio 2010-2020 sul tema dell’educazione all’interno del progetto di nuova evangelizzazione, affinché non risulti un corpo estraneo, un’aggiunta ma permei tutto quello che già si sta facendo nella vita ordinaria e anche in questo straordinario evento della Missione”. Il Card. Bagnasco nell’introduzione al Documento dice che “La Chiesa continua nel tempo la sua opera: la sua storia bimillenaria è un intreccio fecondo di evangelizzazione e di educazione”. “Vorrei fermarmi – prosegue Mons. Versaldi – come primo punto di riflessione proprio su questa relazione che produce, a mio avviso, un circolo virtuoso: la missione della Chiesa – sappiamo – è quella dell’evangelizzazione che significa, in altre parole, annunciare, testimoniare Cristo e proporlo come modello di vita per ogni uomo e via della salvezza. Ma l’evangelizzazione ha un suo stile proprio, che viene dal modello che è Cristo e che storicamente si è concretizzato nella sua vita, come ci è tramandata dal Vangelo; lo stile evangelico è, appunto, il modo con cui dobbiamo evangelizzare ed è un’educazione, ossia una promozione dello sviluppo della persona umana nella sua totalità, che comprende la vita terrena e la vita ultraterrena. È per questo – ribadisce Mons. Vescovo – che non andiamo fuori da quello che già sempre facciamo nell’evangelizzazione o nella nuova evangelizzazione, parlando di questo documento ed inserendoci nel contesto della Chiesa italiana nel progetto per il prossimo decennio, perché evangelizzando non possiamo fare solo un indottrinamento, né soltanto del moralismo, bensì dobbiamo adottare lo stile proprio del Vangelo che è, appunto, quello del Signore Gesù che vuole la salvezza attraverso l’Incarnazione. C’è quindi uno stile evangelico che non è solo un modo di fare, ma tocca la sostanza stessa del Vangelo, del cammino di salvezza che noi dobbiamo annunciare e testimoniare. Affermiamo che Cristo è la risposta agli interrogativi dell’uomo, non una risposta astratta o calata dall’alto, ma suscitata attraverso l’Incarnazione, attraverso lo stare con la gente, ascoltandola, conoscendo le persone e offrendo risposte ai bisogni più immediati (quante domande a Gesù, quanti segni straordinari ha compiuto), ma anche risposte che non soddisfacevano, non saziavano completamente e solamente la domanda ma provocavano altre questioni, altri bisogni, oltre a quelli normalmente più materiali. Ecco l’importanza dell’educazione, intesa come uno stile dell’evangelizzazione che non può essere se non quello del Vangelo. E allora ecco perché è importante meditare su questo documento o, comunque, dalle sollecitazioni che emergono dagli Orientamenti è necessario verificare se il nostro evangelizzare è un’educazione secondo lo stile evangelico o, piuttosto, se siamo preda di altri stili, di altri metodi che possono apparire più suggestivi, più facili, più comodi ma che sono mondani”. Come diceva già la Gaudium et Spes: “È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche” (n. 4). E ancora si sottolinea l’importanza non soltanto di avere il contenuto del messaggio di salvezza, ma sapere che in questo contenuto c’è lo stile che è esattamente quello di stare in mezzo alla gente, di capirla, di suscitare domande, di offrire risposte per portare alla pienezza del significato della vita umana. Proseguendo nel suo intervento, Mons. Versaldi insiste che non si può adottare semplicemente l’evangelizzazione come un indottrinamento né come una prescrizione, un insieme di regole, di comandamenti che andrebbe nella direzione del moralismo, né possiamo lasciarci omologare dalla cultura moderna o post moderna che ha reso quasi fatiscente la necessità dell’educazione, con un venir meno del senso di responsabilità da parte della famiglia, della scuola, della Chiesa, della parrocchia, delle istituzioni; un venir meno alla responsabilità di aiutare le persone a crescere senza inganni, senza errori. “E vorrei citare – esorta nuovamente il pastore della Chiesa alessandrina – a conferma di questa necessità del discernimento e di assumere uno stile che sia evangelico, anche quanto ci viene indicato dalle scienze umane che, fondamentalmente, richiamano tre stili diversi, possibili e che, in realtà, vengono adottati – più o meno consciamente – in ogni agenzia educativa, ma che non tutti e tre concordano con lo stile evangelico. Si parla di una pedagogia di tipo oggettivo, di una pedagogia di tipo soggettivo e di una pedagogia di tipo interpretativo. La pedagogia oggettiva consiste in un approccio formativo, educativo, pedagogico in cui la chiarezza del fine, della validità degli ideali fa sì che vengano indicati al soggetto indipendentemente dalle sue domande, che hanno un valore soltanto se sono riferite direttamente e immediatamente a quei significati ultimi; ossia, stabilita la meta finale, la strada deve essere uguale per tutti, indipendentemente dalla realtà complessa, storicamente unica delle singole persone. In questo senso, si dice oggettiva perché valorizza la verità che è una, ma taglia fuori la particolarità del soggetto che se ha dei problemi si risolvono semplicemente guardando gli ideali, trascurando, eliminando, a volte anche reprimendo, le domande per cercare il senso oggettivo. È vero che Cristo è la risposta agli interrogativi dell’uomo, ma prima bisogna ascoltare le domande e saperle interpretare in modo da condurle a Cristo, attraverso la storia di ciascuno. Quindi, la pedagogia oggettiva è quella che indica, giustamente, la meta oggettiva ma trascura il percorso particolare, le domande che non hanno quel senso che è indicato già dalla risposta; in altre parole, non si sta ad ascoltare e si dà la risposta prima della domanda. La pedagogia soggettiva è l’errore opposto, ossia è quella che si dà risposta immediata alla domanda immediata, senza preoccuparsi se quella richiesta ha un senso positivo e se la soddisfazione immediata e piena della domanda sia per il bene della persona, oppure se c’è qualcosa dietro a quel problema che è spurio, infantile, conflittuale e che, pertanto, va solamente considerato come fenomeno di un’altra domanda che il soggetto non riesce a focalizzare ed esprimere, ma che è più profonda e più vera. La pedagogia soggettiva indica che l’offerta corrisponde esattamente alla domanda e ad ogni domanda c’è la risposta. La terza pedagogia è quella interpretativa, cioè si interpreta l’interazione tra soggetto ed educatore attraverso l’ermeneutica delle domande: le richieste sono ascoltate, ma l’educatore ha la responsabilità di interpretarle come possibili coperture di altre domande da suscitare, per continuare la crescita nel dialogo e, quindi, si danno anche risposte parziali ma non mai, come nelle pedagogia soggettiva, la piena sazietà è senza altri stimoli e altre le domande. Questa è la pedagogia più difficile perché richiede un’attenzione sia al soggetto, sia alla meta cui condurre le persone, senza prevaricare nell’imporre ma anche senza far mancare al soggetto un aiuto che viene dall’educatore”.

Dopo queste ampie e dettagliate considerazioni in merito alle scienze umane, Mons. Vescovo si sofferma in particolare sul secondo capitolo degli Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano ed evidenzia come lo stile di Gesù, ampiamente citato in questo capitolo, si possa indicare come lo stile della pedagogia interpretativa perché Gesù conosce, sta con la gente, ascolta, dà risposte alle domande, non le trascura; non fa discriminazioni di persone e si prende cura di accompagnare il soggetto a porre altre domande, per suscitare altri bisogni, per arrivare a coprire l’intero significato della domanda. A questo proposito, il documento della Cei cita come esempio la pagina del Vangelo della moltiplicazione dei pani, per evidenziare la preoccupazione di Gesù nel prendersi cura dei bisogni concreti della gente, attraverso un segno prodigioso che solo lui poteva compiere. Ovviamente, occorre saper guardare alla totalità della persona: Gesù, quando vanno a cercarlo per farlo re, sapendo che lo cercavano non per quello che aveva detto loro, ma perché avevano mangiato e si erano saziati, si sottrae dal soddisfare quest’altro bisogno che avrebbe ridotto la domanda al solo bisogno fisico di sfamare lo stomaco, e risponde: Non di solo pane vivrà l’uomo. La legge pedagogica, che corrisponde allo stile evangelico, è quella di essere vicino alle persone sapendo stare con loro, ma anche lo stile dell’assenza, cioè la capacità di non dare sempre tutto ciò che le persone chiedono, non per un rifiuto pregiudiziale o immotivato ma esattamente per far scaturire una maturazione, una crescita, una educazione. È per questo che Benedetto XVI nel discorso all’Assemblea generale della CEI nel maggio scorso, ha indicato in Gesù il Maestro: “È Lui il Maestro alla cui scuola riscoprire il compito educativo come un’altissima vocazione alla quale ogni fedele, con diverse modalità, è chiamato”. Il terzo capitolo del documento presenta l’educare come un cammino di fiducia e di relazione. Il quarto capitolo ci mette dinanzi a una rassegna completa degli spazi ecclesiali, e non solo, di cui la comunità cristiana deve avvalersi per assolvere la sua missione educativa, dalla famiglia alla comunità parrocchiale, alla scuola e oltre. L’aspetto principale, nuovo è la sottolineatura che il documento fa della necessità di un’alleanza educativa, nello spirito della Chiesa come comunione; a questo proposito si afferma: “La complessità dell’azione educativa – specialmente oggi ma sempre – sollecita i cristiani ad adoperarsi in ogni modo affinché si realizzi ‘un’alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità in questo delicato ambito della vita sociale ed ecclesiale’. In ultima analisi, Mons. Versaldi si sofferma sul primo capitolo che enuclea alcuni nodi in cui si concentrano le difficoltà e le potenzialità dello stile di vita e di tanta mentalità di oggi per l’educazione. Tra gli ostacoli il documento evidenzia l’assolutizzazione del concetto di libertà che rappresenta un nodo critico quando diventa non solo il primo ma l’esclusivo valore e, quindi, un distacco da tutto ciò che viene dall’altro, inteso come una rivendicazione di libertà che fa saltare l’alleanza tra l’educatore e il soggetto. Poi l’eclissi del senso di Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, la difficoltà di formazione dell’identità personale, il difficile rapporto tra le generazioni, la separazione tra le dimensioni della persona (intelligenza e affettività, corporeità e spiritualità), l’individualismo esasperato che nega diritto di spazio all’altro, la falsa autonomia, il relativismo e soggettivismo, la crisi della famiglia; al n. 10 del documento si dice che dobbiamo “contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare l’esercizio critico della ragione”. In conclusione Mons. Vescovo raccomanda di evitare, nelle nostre riflessioni, l’alibi della cultura nemica – non che non ci sia – ma non possiamo nasconderci dietro perché, come la storia ci insegna, dovremmo spiegarci due motivazioni: 1) come mai i primi cristiani, pur avendo una cultura dominante forse più negativa di quella di oggi, sono riusciti a trasformarla; 2) come mai una volta diventata cultura dominante, o comunque maggioritaria, è scaduta fino alla cultura attuale che è dominante in senso non cristiano. Parlando di nuova evangelizzazione non si vuole criticare l’evangelizzazione passata ma, certamente, si sono fatti degli errori che non bisogna attribuire semplicemente alla cultura; anzi, dobbiamo imparare da questi sbagli per correggerci perché non basta chiedere perdono, occorre individuare l’errore, anche quello in buona fede, per poter migliorare. Sorge spontaneo un interrogativo: era vera maggioranza di cristiani e vera evangelizzazione e non soltanto esteriorità di appartenenza – non per convinzione ma per convenzione – tutto quello che era una società apparentemente, totalmente o maggioritariamente cristiana? Non c’era, forse, un affidamento eccessivo all’automatismo della trasmissione della fede, dimenticando che non si nasce cristiani ma si diventa (come affermava Tertulliano)? Non dobbiamo confondere che è certamente stato lodevole che per molto tempo la trasmissione della fede avvenisse in famiglia, ma bisogna vedere come si attuava, perché se è deplorevole che oggi questo non si realizzi più – e ci sia questo anello mancante di una generazione o due che non ricevono dai genitori la fede – non è certo che prima l’automatismo avvenisse per autentica convinzione o, piuttosto, per abitudine. In questo senso, l’automatismo che oggi non c’è più può, paradossalmente, rappresentare un vantaggio perché se portava ad un’apparenza e non alla realtà ci ingannavamo; ovviamente non dobbiamo auspicare che siano una minoranza coloro che sono evangelizzati. Inoltre, anche una società in cui la Chiesa eserciti un potere costrittivo non è chiaramente secondo il Vangelo che è invece propositivo, sempre considerando l’opportunità di tenere presente la regola evangelica della sproporzione tra le cause e gli effetti con le parabole del Regno. Pertanto non dobbiamo spaventarci o lamentarci di una cultura contraria come alibi, nel constatare poi che siamo pochi per fare di meno, e ancora per ritirarci e limitare i nostri sforzi a conservare l’esistente. Il fatto stesso che ci sia una purificazione nell’ordine della maggiore convinzione anziché convenzione deve invece spronarci a fare tutto il possibile, sapendo che i risultati non dipendono dalle nostre opere ma dalla forza che viene dallo Spirito. Un ultimo suggerimento da parte di Mons. Vescovo riguarda l’indicazione di due libri di interessante lettura: “La prima generazione incredula” di Armando Matteo e il volume La sfida educativa”, promosso dal Comitato per il progetto culturale della CEI, un bel libro che può essere utile per aiutare la riflessione personale e anche comunitaria. 

 

Dopo questo ricco ed articolato intervento introduttivo che ha inquadrato il documento nel suo complesso, il Moderatore spiega che questa assemblea ha come secondo punto all’ordine del giorno la necessità di focalizzare la riflessione dei rappresentanti di Zona e delle associazioni in particolare sul capitolo 5 degli Orientamenti pastorali. In ordine all’aspetto metodologico, il prof. Pietrasanta ricorda che nelle riunioni preparatorie – fatte sia col Vescovo sia con il Vicario per la pastorale – si è ritenuto opportuno che il Consiglio diocesano dovesse porsi alcune domande sulla situazione e sulle prospettive in ordine a tre argomenti, già esplicitati nel paragrafo 54 del capitolo 5: a. l’iniziazione cristiana; b. alcuni ambiti di evangelizzazione (è esplicito il riferimento al Convegno di Verona) che il documento definisce percorsi di vita buona; c. alcuni luoghi significativi per la pastorale. Queste sono le tre questioni di fondo su cui sono state chiamate tre possibilità di contributo per porre alcune domande specifiche.     

           

2.    Focalizzazione del Capitolo 5 – “Indicazioni per la progettazione pastorale”;

 

Intervento scritto di Laura Panelli  (Servizio per la Catechesi)

Compito di,facilitare la lettura e il lavoro delle Zone a partire dal Capitolo 5 al n. 54 punto a. L'iniziazione cristiana.

Testo denso di un documento pastorale ricco di stimoli che offre indirizzi e orientamenti per far partire un'attenta verifica degli itinerari formativi esistenti e individuare così i punti nodali di difficoltà e risorse per consolidare le buone pratiche e dare le linee di fondo per il decennio.

Come ho già sottolineato, il testo è molto ricco, infatti in poche righe condensa circa cinquant'anni di storia della catechesi o, meglio, è il frutto di cinquant'anni di storia. Per arrivare alla domanda che ho formulato come pista di riflessione, devo partire da una premessa: da dove veniamo? Veniamo da una forma di catechesi per lo più rivolta ai fanciulli, con un impianto scolastico, che obbedisce al presupposto che la fede è già in atto, una catechesi dottrinale e cognitiva che mira a far conoscere bene ciò in cui si crede in vista della sacramentalizzazione.

Però veniamo anche dalla stagione importante del dopo Concilio, che ha operato una profonda trasformazione del concetto di catechesi e della sua prassi. L'orientamento normativo è stato dato dal Documento Base, il "Rinnovamento della catechesi" del 1970, rimesso al centro dell'attenzione l'anno scorso a quarant'anni dalla sua pubblicazione. Cambiamento sinteticamente espresso nella denominazione stessa data ai' catechismi prodotti: da "catechismi per la dottrina cristiana" a "catechismi per la vita cristiana".

Il Documento Base ha rinnovato i contenuti e il metodo, ha legato il messaggio ai soggetti implicati ma non ha però cambiato il modello del catechismo. A giudizio di molti è dunque il modello in se stesso che non è più adatto a questa cultura: infatti la fede prima veniva a lungo vissuta in famiglia fin dalla nascita, veniva poi a lungo celebrata nella famiglia e nella parrocchia e poi, nel catechismo, veniva organizzata in conoscenze, la si imparava e la si celebrava con tappe ufficiali. Il catechismo era il momento cognitivo, ma si diveniva cristiani per socializzazione, ad opera della famiglia, della scuola, della società, agenzie che oggi non svolgono più questa funzione di socializzazione religiosa. L'ora di catechismo, nella situazione odierna, viene caricata di tutto il compito iniziatico, impresa evidentemente impossibile. Da qui la necessità di passare da una parrocchia catechizzante ad una comunità evangelizzante, missionaria. Si tratta di un capovolgimento di prospettiva che domanda di ripensarsi in una visione di primo annuncio: con questa espressione si fa riferimento alla necessità di non dare più per scontata la fede delle persone, a non fare più nessun conto della socializzazione religiosa operata dalle famiglie e dalle altre agenzie educative. Destinatario principale è l'adulto che non è battezzato, e diventano destinatari tutti gli adulti che sono battezzati, ma che non hanno. dato una reale adesione di fede (tutta la tipologia, dai ricomincianti ai praticanti). Sono destinatari anche i bambini e i ragazzi, per i quali non si può. presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza. Può essere definita come una catechesi 'ospitale', perché fa spazio all'uomo concreto, lasciando ogni forma di indottrinamento e di visione pessimistica. Dalla lettura di questa realtà, che è anche la nostra realtà, nasce l'azione del Servizio per la catechesi. Leggo sinteticamente ciò che è stato offerto dal Servizio in questi ultimi anni:

- Corsi per Catechisti ed Operatori pastorali, attualmente di approfondimento biblico sugli Atti degli Apostoli

- Formazione con il metodo del laboratorio per i catechisti e gli operatori pastorali, e precisamente: iniziazione cristiana sul modello catecumenale, Documento Base e catechesi 0/6 anni (attualmente collaboriamo con l'Ufficio famiglia per portare avanti questa proposta).

- Con i catechisti delle parrocchie della Pista abbiamo messo in atto un accompagnamento per l'autogestione di incontri sulla Parola con genitori ed adulti.

- Abbiamo diffuso in alcune Zone la Lettera sui catechisti dei Vescovi del Piemonte e Valle D'Aosta.

- Abbiamo promosso aggiornamenti a livello nazionale per l'equipe dell'Ufficio e per i catechisti della Diocesi.

- Abbiamo dato la possibilità di consultare testi e riviste di catechesi o avere momenti di incontro presso la sede dell'Ufficio, possibilità per ora non sfruttata ...


A proposito dell'iniziazione cristiana sul modello catecumenale, richiamo il documento dei Vescovi che al punto a afferma: "In questo decennio sarà opportuno discernere, valutare e promuovere una serie di criteri che dalle sperimentazioni in atto possano delineare il processo di rinnovamento della catechesi, soprattutto nell'ambito dell'iniziazione cristiana". Noi come Diocesi ci troviamo a pieno titolo in questa sperimentazione. Sottolineo solo alcune tappe del nostro cammino diocesano: tutto il lavoro delle commissioni del Sinodo diocesano, che è approdato al "Liber pastoralis" nel 1998 e le Lettere pastorali che sono seguite, soprattutto "L'itinerario pastorale 2002-2003” che contiene le "Note operative" con una struttura più dettagliata di un itinerario di iniziazione cristiana di tipo catecumenale. Mi chiedo: le iniziative del Servizio per la catechesi sono conosciute dalle Zone? Ci sono altre esigenze che sarebbe importante mettere in cantiere?

Torniamo al documento dei Vescovi: ho cercato di mettere in evidenza, con il mio intervento, come dietro il punto a ci sia un fiorire di riflessioni, esperimenti, possibilità per una catechesi evangelizzatrice che abbia il coraggio di ripensarsi in profondo legame con i problemi della gente.  Per aiutare la riflessione delle Zone ho formulato la seguente domanda: dopo aver letto e riflettuto sul punto a. iniziazione cristiana del n. 54 cap. 5 ' di "Educare alla vita buona del Vangelo", si provino ad evidenziare i punti di forza e i punti di debolezza dell'iniziazione cristiana e della catechesi, per come vengono percepiti nell'esperienza della realtà locale che si frequenta. Ho inoltre fornito una griglia per la lettura dell'esistente.

 

Intervento scritto di Silvana Serra

Educare, un impegno di tutti e con tutti: ecco  il titolo che darei al mio intervento. Infatti il documento CEI  precisa che all’educazione intendiamo dedicare questo decennio. Già Tertulliano nel suo notissimo detto “Cristiani si diventa, non si nasce”, sottolineava, fin d’allora – medio\impero Cartagine nell’attuale Tunisia – la necessità della dimensione educativa nella vita cristiana, e allora assumiamo anche noi come prioritario il problema educativo, tenendo presente che l’educazione non è la fede, e la fede non è solo adesione ad un impianto dogmatico o normativo, ma l’esperienza vitale all’amore di Dio, la relazione personale con Cristo, mediatore universale; Gesù di Nazaret, un esemplare percorso di umanizzazione, divinizzazione, un’epifania del divino e del sacro. Vorrei invece suggerire come punto di partenza una proposta che si apre al territorio cercando sinergie e alleanze educative nell’ambito cattolico e oltre, ossia partire da un incontro per una lettura e una riflessione comune in parrocchia del cap. V del doc. CEI con la partecipazione delle associazioni intese come espansione e diversificazione del vivere religioso vario e multiforme, alle catechiste, agli insegnanti di religione, a gruppi di volontariato e di testimonianza cristiana nel servizio sociale … senza più chiederci che cosa fanno le associazioni per la parrocchia, né cosa fa la parrocchia per loro, ma chiedendoci che cosa noi possiamo fare insieme, perché ogni ambito del vissuto umano si senta interpellato, e coinvolto nella sfida educativa, che appartiene a tutti gli uomini di buona volontà, specialmente oggi nel momento di debolezza dei referenti tradizionali famiglia, scuola, Chiesa, di fronte all’offensiva invasiva e seducente della televisione e del mondo di internet. Penso che dovremo poi, cercare di instaurare un dialogo anche con chi vive l’impegno educativo fuori “dal perimetro ecclesiale” per fare un tratto di percorso insieme, riconoscendo valenza positiva in ogni esperienza di servizio e di promozione umana perché sappiamo che ciò che è umano, laico, secolare reca in sé una scintilla del divino e deve essere valorizzato.

E arrivo ora al tema specifico che mi è stato assegnato riferito ai percorsi di vita buona del Vangelo (punto B) per la costruzione dell’identità personale cristiana, con scelte etiche, compiute in autonomia e responsabilità. Occorre tenere presente il mutato contesto culturale: viviamo, forse per la prima volta nell’era cristiana, in una società senza Cristo, e i giovani di oggi sono stati definiti “la prima generazione incredula”. Anche da una recente indagine sui giovani alessandrini ventenni risulta che in ordine a: valutazioni, comportamenti etici e partecipazione civico-politica è pressoché insignificante aver avuto o no un’educazione religiosa, perché non esistono differenze sostanziali fra le risposte dei giovani credenti e quelle dei sedicenti non credenti. Occorre attivare un’azione educativa che sia in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità delle persone E sarà, forse, di ostacolo, la pretesa veritativa della Chiesa gerarchica che, a volte toglie ai credenti e ai non credenti l’anelito a cercare la verità, e poi una difficile accettazione del ruolo del laicato. Con i giovani sarà poi necessario proporre l’immagine di una Chiesa che non sia immediatamente identificata con la gerarchia ecclesiastica, spesso percepita come una montagna di “no” ma promuovere una concezione laicale della Chiesa mistero di comunione, e popolo di Dio fatto di persone adulte nella fede, non dimenticando che nella grande avventura dell’uomo che si svolge su questa terra le chiese vi partecipano, non la dirigono.

Come avrete ben letto, nel cap. V dedicato ai percorsi di vita buona si identificano cinque tematiche:

·        L’educazione alla vita affettiva;

·        Capacità di vivere il lavoro e la festa;

·        L’esperienza della fragilità umana;

·        L’educazione alla tradizione e alla comunicazione multimediale;

·        L’educazione all’accoglienza, alla socialità e alla cittadinanza responsabile.

Due o tre paiono i punti fondanti, essenziali, irrinunciabili sul piano umano e su quello religioso, perché tutto quello che è profondamente umano nella mente e nel cuore è profondamente cristiano, perché le virtù umane e quelle cristiane non appartengono ad ambiti separati. E i punti sono l’educazione alla vita affettiva e la necessità di educazione all’accoglienza e alla cittadinanza responsabile, e l’esperienza della fragilità umana.

Per la vita affettiva  diciamo che fin dall’adolescenza il percorso educativo deve dare risposte sulla corporeità, sull’autenticità dei sentimenti e delle relazioni umane, sulla verità dei gesti e la scoperta dell’altro; affettività all’interno della famiglia, nelle amicizie, nei gruppi. Affettività contro le emarginazioni, i silenzi, l’indifferenza. Con un itinerario che rifletta sull’amore e la sessualità umana, sulla morale sessuale cattolica, in una visione corretta dei rapporti fra i sessi, contro la precarietà degli affetti e le devianze, che a volte sono solo diversità da accettare. E poi la necessità di educare all’accoglienza, al sociale e alla cittadinanza responsabile, che in parte si collega con il precedente, perché in questo senso vuol dire attivare un forte rispetto per l’altro, chiunque esso sia, da dovunque provenga. I diritti fondamentali della persona devono diventare il punto focale, insieme al dialogo, che consenta di passare dall’accoglienza, all’integrazione fino ad una condivisione dei valori dell’altro: non per farli propri, ma per comprenderli meglio.

E allora l’esperienza della fragilità umana più che un percorso diventa una modalità costante del vivere cristiano, ragione e motore di ogni azione, che da sempre la chiesa                                                                                                                                                                                                                             ha espresso e riassunto nella sua grande cultura della Carità soprattutto attraverso la misericordia e il perdono. La nostra esistenza è fragile, ogni relazione umana viene a contatto con altre fragilità e diversità, ogni ambito umano, religioso e naturale ci parla di fragilità, di dolore e di sofferenza, ma tutti  siamo stati creati per amare e per essere amati.

Con la speranza che le parole di S. Paolo nel suo inno alla Carità, prima lettera ai Corinzi, non ci urlino contro tutta la loro verità: “… se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri, se avessi tutte le conoscenze, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la Carità, io non sarei nulla”.

E adesso abbiate ancora un po’ di pazienza, che è poi una forma di carità perché devo aggiungere una cosa collegata a questi percorsi. Per l’esigenza di un’azione educativa incisiva e continuativa, si pone anche la necessità di recuperare l’oratorio che superando i confini parrocchiali e parallelamente ad altre agenzie educative, accompagni i ragazzi nella crescita umana e spirituale e renda i laici protagonisti, affidando loro nuove responsabilità educative.

È il vecchio che ritorna o una nuova necessità che avanza? 

 

Intervento scritto di Agostino Pietrasanta

 

Educare al Vangelo

Ritengo opportuno in premessa, tenere presenti alcune delle emergenze che il documento C.E.I. sottolinea nella sua prima parte: “educare in un mondo che cambia”: a) La mancanza di dialogo tra le generazione, o comunque le difficoltà che lo accompagnano, rendono difficile anche l’educazione alla fede. b) La dimensione del trascendente, come esito conclusivo del percorso formativo è un dato di constatazione. c) La frattura tra corporeità e spiritualità, ma anche tra ragione ed affettività, pone problemi non marginali alla educazione alla vita della maturità umana e cristiana. d) Esiste un’emergenza di integrazione tra culture diverse, legate anche all’accoglienza dello straniero, che pongono la questione dell’identità della nostra fede, incarnata nella vita degli uomini.

Ciò posto, va anche tenuto presente che il documento, nella parte quarta individua nella famiglia e nelle realtà parrocchiali i luoghi ed i soggetti più concreti e più familiari alla persona ed ai giovani in particolare per la formazione ad un adeguato percorso di fede. Intanto la famiglia viene chiamata in causa perché soggetto primario di formazione, secondo il pensiero tradizionale della Chiesa sintetizzato anche dal Concilio Vaticano II; in secondo luogo la parrocchia come crocevia dei possibili incontri formativi, anche tenendo conto, in situazione di una “pastorale integrata”. Il documento richiederebbe ovviamente una attenta lettura da parte di tutti i membri del Consiglio pastorale; in ogni caso su queste considerazioni o premesse, si possono valutare le “indicazioni per la progettazione pastorale” anche nel nostro concreto contesto alessandrino e nei luoghi significativi così come vengono individuati dalla C.E.I.

1) Ci chiediamo se sia possibile una verifica nella nostra situazione sui rapporti che intercorrono tra le varie associazioni e movimenti e quale “feconda alleanza”, nelle parrocchie e nelle zone si stia stabilendo fra di loro per promuovere le iniziative pastorali in corso e quale possibilità per il futuro riteniamo che siano percorribili.

2) Ci chiediamo inoltre se il clima che si crea, in conseguenza di tale auspicabile alleanza, permetta alla famiglia di porsi come soggetto primario di formazione e se le esperienze di aggregazione fra le famiglie riescano a porre i loro carismi e le loro capacità a servizio di un percorso di fede a cui sono chiamati tutti i membri della comunità.

3)  Sarà anche opportuna una verifica sul ruolo dei laici, in prospettiva di promozione della loro presenza nel percorso di prima evangelizzazione e nei possibili percorsi di formazione permanente.

Due questioni saranno da porsi all’ordine del giorno, nei prossimi anni: il contributo che si chiederà alle istituzioni formative, presenti nella Chiesa locale (S.I.T. e I.S.S.R ) per aiutare il percorso formativo di cui stiamo parlando; e se sia il caso di riprendere un discorso complessivo sulla formazione dei laici alla cittadinanza (le scuole di formazione alla politica). Su queste due questioni si sollecita il parere dei rappresentanti di zona, dei responsabili dei movimenti e di tutti i membri del Consiglio pastorale diocesano.

Il moderatore apre il dibattito dando la parola ai rappresentanti di zona.

 

3.     Intervento dei Responsabili di Zona

Intervento scritto di Luciana Buzzi (Rappresentante Zona Città)

Innanzitutto mi sento di poter dire che l’auspicata rete dei referenti delle parrocchie della zona si sta costituendo, anche se molto lentamente e non senza difficoltà ed intralci. In qualche parrocchia non è stato ancora possibile coinvolgere il referente, è vero, ma nel complesso, tenuto conto che nella zona di Alessandria sono comprese diciannove parrocchie, quattordici delle quali hanno risposto favorevolmente all’invito a collaborare, si può senza alcun dubbio affermare che i segnali sono positivi. L’incontro di zona che precede la riunione del Consiglio pastorale sta divenendo una consuetudine attesa e partecipata; ciò rende possibile raccogliere la voce delle comunità e farla sentire al Consiglio pastorale, con l’impegno di far conoscere ai referenti, in una riunione successiva, quanto emerso nel Consiglio. Anche se la riunione dei rappresentanti di zona per la consegna dei materiali su cui invitare le comunità parrocchiali a discutere si è svolta il 3 febbraio, per cui i tempi erano davvero ristretti, è stato possibile contattare tutti i referenti, per fornire loro copia dei capp. 4 e 5 del documento della CEI “Educare alla vita buona del Vangelo” e i tre schemi relativi ai punti a), b) e c) del n.54 del cap. 5 del testo, invitandoli ad effettuare, all’interno delle proprie comunità parrocchiali, riflessioni, verifiche e confronti in merito.

Quattordici referenti hanno dato la propria disponibilità e si sono attivati, pur incontrando difficoltà oggettive (in alcuni casi la discussione sulla documentazione proposta è avvenuta in gruppi ristretti di collaboratori della comunità parrocchiale e a volte solo tra referente e parroco); nella riunione di zona che ha avuto luogo il 15 febbraio, comunque, si è tentato di fare il punto della situazione, con un confronto che ha fatto emergere  punti di forza,  difficoltà ed esigenze che ora cercherò di presentare in sintesi.

Per quanto riguarda la catechesi:

Ø  Nonostante negli anni scorsi a livello di Diocesi, in piena sintonia con gli orientamenti della Chiesa italiana e con le indicazioni del Sinodo, sia stato avviato un progetto comune di rinnovamento del cammino di iniziazione cristiana promosso dal vescovo Charrier, consistente principalmente nell’itinerario catecumenale per tappe progressive, si è riscontrato che nella zona di Alessandria attualmente non c’è uniformità. Per questo si è richiesto con forza l’impegno delle comunità parrocchiali, ed in particolare dei parroci, a voler uniformare il cammino di iniziazione cristiana nella zona.

Ø  La situazione dei catechisti è invariata rispetto a quanto già riferito nei precedenti Consigli.  In alcune realtà se ne lamenta il numero scarso con difficoltà di “ricambio”, in altre si rileva un loro continuo turn over. È risultato un punto di forza, laddove si è riusciti a costituirlo, il gruppo dei catechisti che opera scelte condivise e collabora nella fase di programmazione e realizzazione delle attività. In alcune parrocchie viciniori si è cercato, con il supporto dell’Ufficio catechistico diocesano, di realizzare un progetto comune di formazione dei catechisti, che, seppur con qualche difficoltà, si sta cercando di portare avanti.

Ø  Il coinvolgimento delle famiglie nel cammino di iniziazione cristiana dei bambini è un obiettivo di tutte le parrocchie, per il momento raggiunto solo parzialmente, anche se si sono riscontrati miglioramenti. La famiglia resta comunque al centro dell’impegno di tutte le comunità parrocchiali, con esiti più o meno positivi. In alcune realtà parrocchiali si sono formati gruppi di famiglie pilota che si pongono al servizio di un percorso di fede nelle varie progettazioni pastorali.  Si propone una maggiore condivisione tra le parrocchie delle esperienze realizzate, affinché le comunità possano arricchirsi reciprocamente.

Ø  Il percorso rivolto ai giovani in tutte le comunità è stato individuato come punto di debolezza. Ovunque, infatti, si registra  un allontanamento dei ragazzi nel post-cresima. Le difficoltà delle parrocchie in questo settore sono rilevanti. Si riesce in alcune realtà a coinvolgere i ragazzi nella liturgia domenicale, ma mancano poi altre offerte di aggregazione formative e non solo ricreative. In alcune parrocchie si è cercato di fare qualcosa, ma con scarsi risultati e con molta fatica. Tutti sono convinti che per la formazione cristiana dei giovani non sia sufficiente creare un luogo di svago, seppur ben attrezzato, ma sia necessario offrire loro un percorso più profondo. Di qui la difficoltà. I vecchi oratori non risultano più proponibili, ma non è facile trovare una formula alternativa efficace e le risorse necessarie. Le parrocchie del Centro città, che hanno vissuto l’esperienza aggregante della missione cittadina, ritengono sia possibile avviare iniziative interparrocchiali. Si è avanzata l’ipotesi di creare poli zonali di aggregazione che rispondano alle esigenze dei giovani, ma non sono emerse proposte precise. Il Centro salesiano resta una realtà a sé stante che si differenzia per struttura e risorse e non è generalizzabile. Per cercare una soluzione al problema dei giovani nelle parrocchie, si confida nella pastorale giovanile.

Ø  Si è rilevata la necessità di realizzare percorsi di catechesi per famiglie con bambini da 0/6 anni. Si tratta di un’esperienza non ancora presente nelle parrocchie, ad eccezione di due realtà, nelle quali si sta portando avanti un percorso con buona partecipazione delle famiglie. Su questo aspetto tutte le comunità parrocchiali della zona sono intenzionate a mettere in atto proposte formative, per le quali chiedono il sostegno della Diocesi e delle parrocchie che l’hanno sperimentato. Si conta molto sui COP che l’Ufficio per la catechesi sta programmando in collaborazione con l’Ufficio famiglie.

Ø  La catechesi rivolta agli adulti viene proposta in tutte le parrocchie, quasi esclusivamente ad opera dei parroci, con incontri di riflessione sulla Parola di Dio. Si è evidenziata per tutti i collaboratori laici, compresi catechisti ed operatori pastorali, l’esigenza di una formazione permanente che non può prescindere dalla ricerca personale e dall’approfondimento della propria esperienza cristiana. Si è rilevata la buona frequenza dei corsi per operatori pastorali (COP), proposti dall’Ufficio catechistico, ma si è fatto presente che vi aderiscono quasi sempre le stesse persone, per cui sarebbe auspicabile una partecipazione più allargata. Di qui la necessità di una maggiore sensibilizzazione in merito all’interno delle comunità parrocchiali. Si è individuato inoltre nell’Istituto superiore di Scienze religiose (ISSR) presente in Diocesi un’ottima opportunità di entrare maggiormente in sinergia con gli studi biblici e teologici, già colta dai laici di alcune comunità parrocchiali della zona, che lo frequentano anche solo come uditori.

Per quanto concerne i percorsi di vita buona:

Ø  si è evidenziata l’esigenza di puntare sulla vita affettiva e sulla fragilità umana, considerandoli punti fondanti, essenziali e decisamente irrinunciabili. Si ritiene che percorsi di accompagnamento su questi aspetti siano realizzabili all’interno di ciascuna comunità, mentre per i restanti percorsi indicati (in particolare l’educazione alla comunicazione e l’educazione alla cittadinanza responsabile), ritenuti ugualmente interessanti ed importanti, si pensa sia preferibile realizzare iniziative a livello diocesano (ad esempio: scuola di formazione alla  politica). È emersa anche la proposta di valutare se ci sono le condizioni per sviluppare percorsi di vita buona a livello di zona. Se ne parlerà nei prossimi incontri zonali.

In merito alle alleanze educative:

Ø  si è verificato che in alcune parrocchie sono presenti varie associazioni o movimenti, ma costituiscono una realtà a sé stante, parallela all’attività parrocchiale, pur partecipando alle funzioni liturgiche. Si percepisce una comune difficoltà ad entrare in relazione con le altre realtà di Chiesa (indicazione invece prioritaria del documento dei Vescovi) e su questo si chiede un intervento della Diocesi. Si è rilevato che i cammini formativi per i ragazzi che alcune associazioni (ad esempio gli Scout) e la scuola cattolica conducono, restano in molti casi separati dalle realtà delle comunità parrocchiali, fino al limite di porsi a volte quasi in contrapposizione (ad esempio: vengono programmate giornate importanti e perfino feste liturgiche senza interpellare le comunità parrocchiali  o, comunque, senza interessarsi delle proposte, ad esempio, di iniziazione cristiana presenti nelle parrocchie dei loro ragazzi e studenti). Laddove è stata realizzata una collaborazione tra associazione e comunità parrocchiale, non tutti gli associati hanno condiviso la scelta, in quanto vi si vedeva il rischio di perdere la propria identità specifica.

Ø  Si è rilevato un punto di debolezza anche nella relazione con gli insegnanti di RC: pochi tra loro si rendono presenti nelle comunità parrocchiali. Più parrocchie lamentano infatti il loro scarso coinvolgimento a livello di catechesi parrocchiale. Si ritiene importante incrementare la pastorale scolastica, dai piccoli all’università, e renderne partecipi le comunità parrocchiali.

I referenti della zona di Alessandria si sono resi disponibili a sensibilizzare le proprie comunità parrocchiali, a diffondere il documento dei Vescovi e a sollecitare una più approfondita riflessione sul testo, considerato ricco di stimoli. Per realizzare un sempre maggior collegamento tra Consiglio pastorale e parrocchie si è concordato di effettuare riunioni di zona prima del prossimo consiglio di Maggio per uno scambio costruttivo, al fine di avanzare proposte concrete da realizzare a livello zonale o da presentare alla Diocesi. 

 

Intervento scritto di Pierangelo Fracasso (Rappresentante Zona Bormida)

Con immenso piacere il Vescovo ha deciso di chiederci come e cosa si fa nella Diocesi per educare alla vita buona del Vangelo, e soprattutto come e cosa si potrebbe fare. Un argomento, l’educazione, che è di importanza fondamentale nella vita sociale delle persone, che se ne sente il bisogno, dove molta  gente e famiglie  non credono a nessun valore spirituale, per questo va affrontato ed approfondito in modo serio e meticoloso; dico questo perché, come espresso già nell’incontro a San Baudolino, per vari motivi i tempi datoci non sono sufficienti per analizzare l’argomento, e poter essere in modo concreto di aiuto al Vescovo. Alla  preparazione di questa relazione mi sarebbe piaciuto coinvolgere i catechisti, le famiglie che frequentano le domeniche insieme, e provare a coinvolgere la scuola tramite i docenti di religione,  ma mi sono dovuto accontentare della solita riunione con i responsabili parrocchiali di zona, riunione tenutasi domenica 13 febbraio 2011. Purtroppo erano presenti tutti i preti della zona, ma solo due referenti parrocchiali su sette, e i due non sono riusciti a leggere il capitolo cinque del documento speditogli per posta ed arrivatogli qualche giorno prima della riunione. Ora sono qua davanti al computer: guardo gli appunti e mi rendo conto di essere in grossa difficoltà a comunicare quello che la zona Bormida consiglia al Vescovo, l’argomento è troppo importante per poter esprimere delle considerazioni. Le indicazioni proposte da Agostino Pietrasanta, Silvana Serra e Laura Panelli, le abbiamo discusse solo in parte, e non è possibile dare un quadro concreto della zona Bormida. Posso però dire che cosa è stato fatto fino ad ora, i preti e i catechisti nella nostra zona sono molto attivi e coinvolgono le famiglie nel progetto educativo, si cerca di evidenziare il valore della vita, del matrimonio e delle famiglie cristiane, con giornate e celebrazioni eucaristiche dedicate a mamme gravide, a neonati, agli anniversari di matrimonio e alla giornata delle famiglie della zona Bormida; in alcune parrocchie si celebra una volta al mese una messa dedicata alle famiglie dove l’omelia viene preparata dalle famiglie, a Castellazzo l’oratorio è aperto tutti i giorni. Però questo tipo di comunicazione non è sufficiente a toccare tutte le persone e famiglie bisognose di educazione alla vita buona del Vangelo. Per questo consiglio al Vescovo di poter dare la possibilità ad ogni zona di approfondire questo argomento, e magari rivederci.

 

Il Moderatore ricorda di aver sentito qualche volta alcune riserve sulle attività che abbiamo messo in atto e sui rapporti che abbiamo promosso tra le zone. Ora, invece, evidenzia che da qualche tempo una realtà positiva è il fatto stesso che le zone ragionano su queste questioni, cioè non si viene in Consiglio pastorale ad ascoltare un intervento, magari anche ottimo, ma non ragionato nella realtà della Diocesi. È certamente un lavoro molto lungo e molto paziente; se talvolta i risultati non sono sul momento ottimali, però stiamo percorrendo una strada e stiamo percorrendo una strada che ha impegnato la gente a sentirsi, a vedersi e li ha obbligati a ragionare sui documenti che vengono messi a disposizione dalla Chiesa, dall’episcopato, dal nostro Vescovo. Tutto ciò è un lavoro che si sta facendo e che comincia a dare frutti. È doveroso riconoscere l’impegno che viene speso dai rappresentanti di zona e da chi li aiuta.

 

Mons. Vescovo ribadisce che la consultazione, la fatica di trovarci insieme per discutere non è un fatto organizzativo, tanto meno tecnico, ma è lo sforzo per fare la Chiesa come comunità. Quando parlando dei contenuti trascuriamo questo stile di parlarci, di conoscerci, dimentichiamo che lo stile evangelico è importante come l’annuncio stesso del messaggio perché, in definitiva, lo stile che ricaviamo da Cristo è quello di comunicare, prima delle parole, il messaggio di amore che è voler stare insieme agli altri anche se sono diversi, anche se non sono simpatici, anche se hanno altri carismi. Stare insieme con le povertà di ciascuno che, per il fatto stesso che le mettiamo insieme accettandole, diventano quell’umiltà che converte i cuori. Questo sforzo che dà risultati lenti nel tempo è quella stessa seminagione che cerchiamo di attuare con la Missione cittadina, perché questa forte esigenza di comunione interparrocchiale per superare le rigidità dell’organizzazione – che pure sono necessarie – è quello che stiamo verificando facendo la missione. E questo è consolante non perché cerchiamo i frutti, ma perché vogliamo renderci conto che stiamo seminando e stiamo raccogliendo quello che altri prima di noi hanno già seminato.    

 

L’Assemblea s’interrompe alle ore 20.30 per la cena, riprende alle ore 21.00.    

 

Intervento scritto di Don Mario Bianchi (in rappresentanza della Zona Tanaro)

Si inizia il confronto dopo la lettura dello spunto di riflessione preparato dalla Sig.a Panelli circa l’iniziazione cristiana Cap. 5 n. 54 punto a. Punti di forza e punti deboli della prassi di iniziazione cristiana. Occorre far sì che i punti deboli diventino punti di forza, su cui lavorare per una conversione pastorale. Ci sono segni buoni che incoraggiano e segni di sofferenza nella prassi pastorale. C’è un analfabetismo diffuso che dispone la famiglia a delegare la parrocchia e l’oratorio nell’educazione religiosa. Dopo il battesimo si nota un vuoto nell’educazione religiosa. Ci sono iniziative ben riuscite, quando si chiede ai genitori una collaborazione, alcuni partecipano e si interessano soprattutto le mamme, più che i papà. Si nota che manca spesso la “narrazione” della fede ai giovani, il narrare semplice, quotidiano, attraverso simboli, storie, vissuti della fede ai giovani nella prassi educativa cristiana di oggi; prima lo facevano in famiglia le nonne e le mamme. Oggi chi lo fa? Si vede oggi nella vita parrocchiale dove c’è una figura familiare che narra la fede e forma i giovani ancora prima che la parrocchia. Occorre impegnarsi e accompagnare le famiglie a questo stile di educazione improntato alla narrazione. Cercare di valorizzare la narrazione più che la spiegazione e l’intellettualità. Occorre imparare a raccontare la fede, far sorgere le domande. Lavorare sulla sensibilità fedele alla messa domenicale, come occasione educativo-simbolica. Una proposta è di attuare la Traditio Simboli e la Redditio Simboli, la consegna e riconsegna del Credo ai 18enni, a giugno e a settembre.

Si fa una riflessione sull’identità religiosa forte degli immigrati, dovuta forse al fatto che sono in minoranza.

La fede sembra una cosa troppo personale e non se ne parla apertamente (es. di una coppia che nel corso prematrimoniale diceva che avevano parlato di tutto ma non di fede, perché era una cosa troppo personale). Dai risultati verificati sulla fede dei giovani nel mondo della scuola (durante l’ora dell’insegnamento della religione cattolica) sembra quasi che non funzioni il nostro modo di fare catechesi, questo sembra che ci scoraggi. Come proposta si sente la necessità della formazione continua dei catechisti perché siano accompagnatori, come in missione, che sente questo compito come totalizzante e fortemente impegnativo, quotidiano, dentro ogni attività della parrocchia per poter condurre i giovani all’interno di tutta la vita parrocchiale. Sono apprezzati i corsi per i catechisti già avviati, come i corsi biblici e teologici per operatori pastorali.

Il giovane dice: “Mi appassiono delle cose di cui provo sentimento e emozione”: la narrazione permette questo “contagio” appassionante della fede, creando buoni e saldi legami e relazioni personali. Come si trasmette oggi la narrazione della fede? Va da persona a persona, da gruppo a gruppo. In famiglia la figura del padre trasmette idealmente la legge, la figura della madre trasmette l’amore. Oggi ci sono ancora padri e madri? C’è una disintegrazione del tessuto sociale. Il bambino cresce disorientato. Citazione dell’articolo tratto dal Foglio “Matrimonio senza interesse”. Siamo come atomi, non nuclei. L’oratorio sembra una buona carta da giocare per il futuro e per rispondere a queste necessità, anche se si fa fatica a trovare i volontari che aiutino nell’accoglienza e nell’educazione. Un lavoro comune a livello zonale siamo decisi a farlo, soprattutto sulla nostra prima e personale formazione di educatori, sacerdoti e laici insieme.

 

Percorsi di vita buona n. 54 punto (Pietrasanta)

È bene che il laico impegnato in politica sia presente nei vari partiti, con la sua personale vita cristiana, buona, secondo il Vangelo. L’iniziazione cristiana in parte forma già ad essere cristiani in politica, per essere buoni discepoli ovunque. Oggi chiedere in generale un impegno è difficile perché il clima oggi è di deresponsabilizzazione. (es. Corruzione ai massimi livelli secondo la Corte dei Conti). Occorre avere testimoni credibili, ma c’è paura e fatica. Siamo comunque piccolo gregge, con una consapevolezza di grande fiducia in Dio, impegnandoci ad alzare il livello morale e religioso, con la cultura dell’impegno e della responsabilità.

 

Intervento scritto di Brezzi Maria Antonietta (Rappresentante Zona Fraschetta)

Come referente della zona Fraschetta non ho completa conoscenza delle parrocchie della zona, tenendo conto che al momento non esiste un Consiglio pastorale zonale.  In accordo con il vicario zonale, si è pensato che prima di procedere a diffondere i contenuti del Documento della CEI sull'educazione alle parrocchie, sia prioritario stabilire un metodo di divulgazione in funzione di successive concrete applicazioni in un'ottica di progettazione di pastorale integrata fra le parrocchie della zona. Si è pertanto partiti da un'analisi del contesto sia territoriale che di risorse delle singole parrocchie, cercando di individuare non solo le criticità, ma anche i punti di forza, superando la logica di cercare alleanze solo in situazioni di emergenza ma in una logica di progettazione partecipata.

Si sono presi in considerazione alcuni elementi comuni a tutte le parrocchie:

§  situazione territoriale e sociale: esistono differenze tra le parrocchie vicine alla città con popolazione in espansione e incremento di giovani famiglie, rispetto ad altre in cui è predominante la presenza di anziani. Ovunque la parrocchia, anche se non è più il centro sociale della vita del paese, è ancora un riferimento, se non l'unico, per le iniziative di aggregazione e tempo libero per la disponibilità e gratuità di spazi; iniziative che potrebbero diventare occasione di potenzialità educativa legate allo sport, al tempo libero, alla festa in genere;

§  presenza o meno dei Consigli pastorali parrocchiali o di un referente delle singole parrocchie ;

§  presenza ed età dei catechisti e modalità di formazione e grado di omogeneità del percorso catecumenale di iniziazione cristiana dei fanciulli;

§  presenza o meno di iniziative di catechesi degli adulti, sporadiche o permanenti, tenute dal parroco o da esperti esterni;

§  modalità di svolgimento dei corsi di preparazione al matrimonio;

§  Presenza di associazioni laicali, in particolare l'Azione cattolica, che è presente in 4 parrocchie e ha già condotto negli ultimi anni significative esperienze di formazione comune

Dai risultati di quest'analisi si intende procedere a individuare quali potranno essere gli ambiti su cui intervenire, ponendoci obiettivi specifici e concreti tenendo conto delle priorità, ma anche delle risorse che avremo a disposizione.

 

Intervento scritto di Bovone Pietro (Rappresentante Zona Marengo)

Il tema dell'incontro è stato l'educazione: il decennio che la Chiesa dedica all'educazione spinge tutti ad una grande attenzione a tale tema, necessita un'opera di sensibilizzazione importante all'interno delle nostre comunità. Si è partiti da una lettura critica della realtà, ci si è chiesti con oggettività come le diverse agenzie educative, famiglia, parrocchia, comunità (in senso lato) trattano il tema dell’educazione.

Parrocchia: esse hanno acquisito il ruolo di responsabili nell'educazione alla fede; la preparazione ai sacramenti, tempi forti dell'anno liturgico, le catechesi degli adulti laddove si riesce a mettere in piedi: tutto è orientato al tema educativo e all'educazione alla vita nella logica della buona novella di Gesù. Come luogo educativo è stato sottolineato come occorra ridare importanza all'oratorio, luogo di incontro, scambio, crescita, testimonianza per le generazioni. La parrocchia è molto segnata dall'individualismo: diventa sempre più dura organizzare incontri, momenti formativi; non ci si educa alla buona notizia portata da Cristo in astratto, ma con una partecipazione alla vita della comunità ecclesiale. La fraternità è il valore di questa testimonianza educativa capace di superare quell'individualismo che lacera oggi la nostra società.

Famiglia: il coinvolgimento delle famiglie è fondamentale, anche se per ora si registrano casi di collaborazione, di disponibilità; l'idea che sono i genitori i responsabili della crescita nella fede dei figli è molto difficile da trasmettere ai nuclei famigliari di oggi, i quali tendono quasi totalmente a delegare questo aspetto. La famiglia oggi si misura con una fragilità, un mare di difficoltà che impediscono un approccio serio, tranne casi isolati, all'Educazione cristiana.

Comunità: la parrocchia non è sinonimo di comunità cristiana; spesso le nostre parrocchie hanno diversi limiti, spesso si ha difficoltà ad incontrare le persone "al di fuori del solito giro". Al di fuori dei canonici luoghi della parrocchia spesso si vedono diverse esperienze di carità molto lodevoli, capaci di raggruppare persone diverse, attive e corresponsabili.

 

Intervento scritto di Angelo Lanzavecchia (Rappresentante Zona Orba)

Punti di forza

1.  Parrocchia: organizza gli incontri settimanali di catechesi per adulti; ricerca ed aderisce alle iniziative e ai progetti educativi delle altre associazioni presenti sul territorio.

2.  Comunità civile: ha espresso una risposta di grande generosità ad un progetto di solidarietà organizzato in memoria di Don Gianni Cossai. Altre agenzie educative.

Punti di debolezza

1.  Famiglia: Fondamentale il suo coinvolgimento nella vita cristiana comunitaria, ma … come fare?

2.  Diocesi: la sentiamo un po’ distante.

Quale catechista oggi?

Punti di forza

1.  Formazione: incontri tra i catechisti di zona con la presenza, alcune volte, dei responsabili diocesani (Ufficio catechistico)

2.  Messaggio: si pensa che il catechista debba essere prima di tutto un testimone credibile.

Punti di debolezza:

1.  Strumenti.

A quali soggetti la catechesi?

La catechesi dovrebbe essere rivolta ad ogni categoria di persone nel momento in cui chiedono aiuti e/o chiarimenti. Ma chi sono le persone deputate a tale non facile compito?

Punti di forza

1.  Gli adulti: incontri settimanali di catechesi sulla Bibbia nei periodi di Avvento e di Quaresima.

Punti di debolezza

1.  Giovani. Fanciulli, bambini: necessità di una maggiore “alleanza tra le parrocchie per sostenere iniziative rivolte alle suddette categorie.

 

Intervento scritto di Enzo Evaso (Rappresentante Zona Valenza)

Comunità dei credenti – Alleanze educative

Il responsabile di zona era Sacchetti Andrea che per motivi famigliari ha dovuto rinunciare all'incarico, abbiamo cercato di recuperare i collegamenti coi responsabili delle varie parrocchie e molti hanno risposto anche se solo 5 si sono presentati alla riunione. Abbiamo letto il sunto del capitolo 5 ed abbiamo riflettuto sui cinque processi di accompagna­mento per la costruzione della sfida educativa che si identificano in:

–  L'educazione affettiva - Capacità di vivere il 1avoro e la festa - L'esperienza della fragilità umana - L'educazione alla tradizione e per la comunicazione - L'educazione alla socialità alla cittadinanza responsabile. Abbiamo tutti convenuto che il nostro tempo è strano; da una parte si vuole destrutturare ogni istanza pedagogica, arrivando a teorizzare che l'educazione è una missione impossibile, che ogni forma di disciplina quella familiare, il catechismo e l'educazione scolastica è repressiva, che mai e poi mai bisogna forzare la spontaneità infantile e adolescenziale e che le varie forme di insegnamento ed educazione veicolano contenuti necessariamente arbitrari e ideologici. Dall'altra si prende atto con sconforto, se non con angoscia, che la crisi dei valori sta dilagando, che vengono progressivamente meno sentimenti e valori condivisi tra le generazioni, che cresce il degrado delle istituzioni e aumenta la disaffezione generale al rispetto all'educazione. L'urgenza di fronteggiare una tale situazione schizofrenica è avvertita da tutti, ma è paralizzata dall'idea che quello di una 'vita buona' ed educata sia un ideale irrealizzabile, o, peggio ancora, che non esista un unico, vero modello di vita buona da proporre pedagogicamente alle nuove ge­nerazione.

- Quando si parla di educazione, il pensiero va ai più giovani. Qual è la strada per educare oggi le nuove generazioni?

L'atmosfera culturale oggi prevalente è segnata dal nulla. Nulla di senso, nulla di valore, nulla di rapporti veri e costruttivi. È il nichilismo. Ma la vita chiede il contrario. Infatti chiede semplicemente di essere guardata, compresa, accolta con responsabilità. Educare vuol dire aprirsi alla vita. Ciò evidentemente non è senza conseguenze. Ci vuole infatti la libertà. Si nasce liberi, è vero, ma bisogna imparare a essere liberi, altrimenti si pensa che la libertà sia fare tutto ciò che si vuole. La libertà invece è autodominio e responsabilità, è rispondere delle proprie scelte, e rispondere significa che c'è qualcuno attorno a noi, che si è sempre insieme ad altri, che le scelte sono personali ma mai individualistiche e indifferenti in forza dei rapporti che si vivono. La strada dunque è recuperare il gusto della verità e al tempo stesso il sapore della libertà. La verità infatti esige una ricerca disinteressata che non teme la fatica e il sacrificio, perché onestà vuole che ci si lasci giudicare dalla verità piuttosto che essere noi a costruirla su misura dei nostri bisogni, spesso indotti.

- L'emergenza educativa riguarda anche gli adulti, apparentemente a corto di modelli educativi, e loro stessi in difficoltà nel porsi come modelli credibili e autorevoli.

Gli adulti per primi devono recuperare la fiducia nella vita e nel futuro e credere che educare non solo è doveroso ma ancor prima è possibile. È questa l'autorevolezza che ci si attende dagli adulti e che rispetto ai figli non teme di apparire superata. In concreto vuol dire imbattersi in adulti che si giocano nel rapporto educativo e non giocano a fare gli amiconi. Educare, d'altra parte, richiede una relazione esplicita perché la generazione non è semplice trasmissione di contenuti, ma chiama in causa la vita. Il senso di abbandono e di solitudine, che spesso caratterizza il vissuto giovanile, a me pare il segno del rarefarsi di presenze adulte significative, di punti di riferimento rassicuranti. Così facendo si privano le giovani generazioni della fiducia, tanto che molti di loro sono portati a percepire il futuro più come una minaccia che come una promessa. Oggi i giovani si aspettano dagli adulti non l'abbandono, ma la presa in carico, anche quando questo dovesse comportare tensione e contrapposizione. Penso poi che gli adulti debbano intensificare le alleanze tra diversi soggetti educativi. I sacerdoti devono sentire i genitori come interlocutori e viceversa, così come tra docenti e famiglia il rapporto va sostenuto e non evitato. La tentazione di scaricare la responsabilità sugli altri non è intelligente, e non aiuta di certo a fare la propria parte con serenità. L'unica certezza per noi è il modello “Educare alla vita buona del Vangelo” e ciò perché il Vangelo educa alla vita buona: l'uomo si sente accolto e amato da Dio; Gesù nella sua relazione con la gente sa cogliere sempre la positività della persona, comunica fiducia, speranza, serenità, coraggio; educa all'amicizia ("Vi ho chiamati amici, non servi"), all'amore verso il prossimo, al perdono, a riacquistare la propria dignità, alla pace.

Infine abbiamo convenuto che, tenendo presente che in più punti il documento parla di alleanze educative e di attenzione ai percorsi educativi delle associazioni e dei movimenti, perché l'impresa educativa richiede, oggi, alleanza fra diversi soggetti. I responsabili di alcune parrocchie si sono lamentati:che già ora gran parte dell'educazione al vangelo è demandata principalmente ai laici. Per cui ci sentiamo di suggerire l'opportunità di attivare un processo educativo molto particolare e preparato, altrimenti dopo un primo momento produttivo, si ritiene che sarebbe di grande interesse che la diocesi istituisse un consorzio educativo interparrocchiale per far si che i laici possano scambiarsi le loro testimonianze ma principalmente i parroci dovrebbero essere più collaborativi e flessibili e portare la loro cultura e conoscenza nelle varie parrocchie collaborando sia fra loro in base alle loro competenze che con i laici.

 

Intervento scritto di don Massimo Marasini

Desidero in questa sede condividere con il consiglio alcune considerazioni in seguito alla lettura del capitolo 5° del documento CEI “Educare alla vita buona del Vangelo”. Esso è un documento programmatico, ricco di motivazioni ed argomentazioni ecclesiologiche ma finalizzato strettamente ad un’operatività pastorale di ampio orizzonte. La portata decennale di tale progetto scandisce tappe e risultati da vivere certamente con gradualità, ma ci impegna già nell’oggi a convergere sugli obiettivi. Sono stato confortato nel riscontrare in tale documento ampi punti di assonanza con le risultanze pastorali del nostro Sinodo diocesano e con il cammino fin qui proposto, segno che la strada è già segnata, si tratta ora di portarla avanti con coraggio e determinazione in modo uniforme, alla luce delle raccomandazioni dei Vescovi dove la sottolineatura del respiro diocesano e di collaborazione interparrocchiali risulta evidente.

L’attuale esperienza della Missione sembra ulteriormente aiutarci. Le tre parrocchie del centro storico II che l’hanno già vissuta stanno cogliendo i frutti di una rinnovata collaborazione tra i parroci, con le comunità e alla luce di un maggiore ascolto della parola di Dio sia nella preghiera che negli incontri di formazione, coi centri di ascolto che entrano nelle case degli uomini responsabilizzandoli in ordine alla loro vocazione cristiana. Sono certo che ciò si compirà anche nelle tre parrocchie oggi interessate a tale evento.

Scorrendo il documento in oggetto alcune rapide sottolineature.

1)    Al centro la questione educativa, educazione, innanzitutto alla relazione. La vita ecclesiale deve avere una forte valenza educativa. Tale realtà si costruisce sulla formazione personale, sulla convergenza ecclesiale che è chiamata a dare esempio virtuoso di rapporti che costruiscono, che sorreggono, che incoraggiano e non il luogo dei disequilibri caratteriali, delle incomunicabilità intergenerazionali, della irresponsabilità, nel senso di non essere mai chiamati a rispondere, sul versante  istituzionale. Serve un’analisi dettagliata delle sofferenze, delle carenze e delle indisponibilità a realizzare gli obiettivi pastorali che ci vengono proposte, non per stilare delle pagelle, ma per attivare collaborazioni e sinergie ormai improrogabili. I corsi di formazione ai vari livelli possono continuare ad approfondire su vari versanti applicativi il tema della relazione come uomini e credenti.

2)                 L’iniziazione cristiana  propone integrazione fra annuncio, celebrazione e carità, in altri termini un laboratorio di vita cristiana, un momento educativo in necessaria collaborazione tra parrocchia e genitori per educare alla vita del credente e non solamente per una informativa sulla dottrina cristiana. La centralità del giorno festivo, ribadita dal documento, sembra auspicare quell’unione tra il momento del catechismo e la celebrazione della messa domenicale. Sto sperimentando questa formula: si registra senza dubbio qualche resistenza e alcune defezioni che ritengono il giorno di festa indisturbabile a favore del tempo libero, ma la maggioranza dei genitori frequentano con assiduità, riscoprono il valore del cammino comunitario e accolgono con interesse le proposte di incontri con lo psicologo sul tema appunto della relazione che interparrocchialmente stiamo organizzando nel postmissione. Gli incontri pre e post battesimali, se si vuole che diventino un momento importante di pastorale famigliare, hanno bisogno di una proposta complessiva ed elaborata a livello diocesano, come si è fatto per l’unificazione cresima-comunione. È possibile, almeno ad experimentum, un indirizzo comune e vincolante in tal senso per zone pastorali omogenee, come per es. la città, per dare un segno forte ed impegnativo di cambiamento? È una proposta.

3)     L’educazione alla vita affettiva coinvolge senza dubbio la realtà matrimoniale. Condivido l’esigenza di un preparazione al matrimonio che non si esaurisca in alcuni incontri, quando la data delle nozze è già fissata, ma proponga un cammino di vita parrocchiale di almeno un anno liturgico. D’altra parte non dobbiamo preoccuparci di alcune inevitabili riottosità, il Papa recentemente ha ribadito come non esista un diritto alla celebrazione delle nozze, tantomeno in certe chiese pertinenze di ristoranti, senza esigere una adeguata preparazione. Sabato scorso, nell’inaugurazione dell’anno giudiziario ecclesiastico pedemontano, si è fatto presente come sia percentualmente maggiore il numero dei percorsi coniugali falliti che già nel matrimonio hanno scelto queste soluzioni celebrative con rapporti frettolosi e infastiditi con le parrocchie di origine. In tal senso basterebbe applicare con perentorietà i criteri già deliberati dalla CEP in ordine alla giusta causa per non concedere automaticamente la celebrazione del sacramento fuori dalle parrocchie stabilite dal diritto canonico.

4)    L’educazione alla cittadinanza responsabile trova una realtà sociale locale che sembra incapace di formare una classe politica che sappia coniugare con armonia e coerenza la dottrina sociale della Chiesa, naturalmente non mancando edificanti eccezioni. Diversi tentativi di scuola di formazione politica non sono decollati, a mio avviso anche per la parzialità politica che talvolta si è potuta ravvisare nell’individuazione dei formatori. È un discorso da riprendere, attraverso una metodologia del coinvolgimento che non presenti letture ambigue e fraintese.

5) Nella promozione di nuove figure educative il documento propone i laici missionari. L’esperienza dei centri d’ascolto della missione ha già promosso sensibilizzazioni in tal senso. Anche la considerazione della benedizione delle case in senso missionario può costituire un’occasione preziosa per responsabilizzare i laici impegnati per un sacramentale che incontra ancora, pur se in modo talvolta generico o superstizioso, il desiderio di tanta popolazione.

 

Intervento scritto di Angelo Teruzzi.

Nell’ultimo incontro della Consulta diocesana dell’Apostolato dei laici abbiamo cominciato a prendere in esame il documento “Educare alla vita buona del Vangelo”. La prima osservazione  che vorrei fare è che si è trattato di un vero momento ecclesiale, in cui innanzitutto abbiamo cercato di verificare la nostra esperienza cristiana, alla luce del tema proposto. Non erano presenti molte associazioni laicali (e alcuni responsabili hanno anche segnalato le motivazioni delle loro assenze), tuttavia abbiamo potuto constatare la positività dell’incontro e dello scambio. Abbiamo affrontato il documento nella sua integrità, facendo delle sottolineature che ripropongo qui in modo molto sintetico. La prima è di metodo: come in questo documento i Vescovi hanno lavorato? Hanno lavorato tenendo presente il percorso della Chiesa italiana negli ultimi anni, cioè riflettendo sull’esperienza ecclesiale nel suo divenire. Così dobbiamo fare anche noi. La storia potrà essere “grandiosa” o “piccola”, ma è una storia che si sviluppa e allora si capisce meglio da dove viene questa proposta sul problema dell’educazione. Dal documento “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (2001-2010) alla Nota pastorale del 2004 “Il volto missionario della parrocchia…” alla Nota pastorale conclusiva del Convegno ecclesiale del 2006 a Verona (“Rigenerati per una speranza viva”) emergono le tappe che portano alla consapevolezza della emergenza educativa, “confermata dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi”. Non è da una lettura della situazione di tipo sociologico che i nostri Vescovi traggono le indicazioni, ma dalla preoccupazione del comunicare la fede: è il Vangelo che fa emergere le domande più urgenti e profonde, permette di comprenderne l’importanza e di dare ordine ai problemi. La seconda sottolineatura: nel documento è presente una riflessione sull’educazione non solo organica ma anche originale, rivolta a tutti gli uomini. Si indicano in particolare alcuni nodi della sfida educativa, tra cui l’eclisse del senso di Dio e l’incerta formazione dell’identità personale in un contesto plurale e frammentato. L’emergenza educativa non va letta esclusivamente all’interno delle istituzioni ecclesiali, essa riguarda la difficoltà ad essere uomini e a crescere come uomini, difficoltà che investe tutti oggi. Le radici di questa difficoltà sono individuate in un falso concetto di autonomia dell’uomo e nello scetticismo e relativismo imperanti. Ora nel documento si fa vedere che il problema dell’educazione è di tutti, cioè non è soltanto il problema di chi è dentro la Chiesa e vuole riportare alla frequenza dei sacramenti o a frequentare la parrocchia; è il problema della fatica che oggi si fa a far sì che l’uomo cresca come uomo. Il Papa propone un concetto di educazione su cui è necessario ritornare. “Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale, ma accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella rivelazione, di un patrimonio interiore condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta il pensiero, gli affetti e il giudizio” (Benedetto XVI all’Assemblea generale della CEI). Nella Gaudium et Spes si afferma che “Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (Gaudium et Spes, 41), cioè noi ci impegniamo nell’educazione perché sappiamo che l’educazione è un percorso per tutti gli uomini, orientato all’incontro con Cristo perché Cristo rende l’uomo più uomo. “Quando ho conosciuto Cristo ho capito che cos’è l’uomo”. Il problema che si pone, come associazioni – almeno come lo percepisco io – è di continuare un percorso che sia fatto di incontri in cui si faccia emergere ciò che è già comune nelle esperienze cristiane che facciamo, e che indichi le possibili tappe di un impegno educativo comune.

Mons. Vescovo indica un paio di risposte a queste ultime provocazioni positive; la prima motivazione per cui le associazioni possono trovare ragione del loro essere è esattamente teologica, perché il loro carisma è tale se viene condiviso con chi non possiede quel dono, poiché se circola soltanto all’interno dell’associazione non è più un carisma bensì un talento umano o cristiano, ma non rivitalizza la Chiesa anzi si isterilisce o diventa addirittura di Apollo, di Cefa, di Pietro, di Paolo. Pertanto il motivo per cui è importante confluire nella Chiesa visibile, che non è un’altra rispetto a quella invisibile, è perché il carisma rimanga carisma e non è tale se chi lo riceve lo tiene per sé. La seconda attenzione riguarda la frase “Conoscendo Cristo, sono più uomo” che va completata con la motivazione: perché Cristo si è fatto uomo, ossia è l’abbassamento del Dio che si fa uomo e sta con gli uomini che permette di vedere in Cristo l’uomo. In questo senso, tutto lo stile evangelico è del Cristo storico in quanto Verbo incarnato, fattosi uomo e gli uomini scoprono nell’uomo Cristo l’amore divino. È per questo che se noi non adottiamo lo stile evangelico che è la condivisione, la partecipazione, l’andare noi – ecco il senso della Missione - non aspettare che vengano a noi, non diamo la visibilità e la testimonianza dell’amore che si è incarnato in Cristo. Altrimenti se noi presentiamo Cristo nel suo splendore, nel suo amore astratto e non nella sua concretezza, conosciamo Cristo e possiamo adorarlo come Dio ma non amarlo come colui che è venuto in mezzo a noi.  

Padre Domenico Parietari ritiene che il titolo stesso del documento “Educare alla vita buona del Vangelo” sia profetico, cioè la sensazione avvertita è che tutte le riflessioni interessanti ascoltate in questo Consiglio siano troppo rivolte all’esterno, ossia gli altri sono da educare “mentre io sarei già educato, sarei già a posto e questa è una piccola presunzione che noi cristiani tendiamo ad avere. Da parecchio tempo – prosegue padre Domenico – mi pongo la domanda: ma noi, in senso generale come Chiesa, siamo diventati testimoni credibili del Vangelo, nel senso che annunciamo veramente la buona notizia? È attraente il nostro messaggio e le persone sentono veramente che nel nostro modo di educare, di vivere – perché l’educazione dovrebbe essere un’esperienza di vita – facciamo una proposta che li attrae o è una proposta che in qualche modo per il nostro tono di voce, per mille altri motivi, li allontana? Sono convinto che anche quello che affermava don Mario: quando ci sono dei bambini che la nonna dà loro un messaggio, perché si coglie la differenza? Perché è efficace, in quanto la proposta passa attraverso un atto d’amore vero ed è, forse, proprio quello che manca pienamente a noi”. In conclusione, padre Domenico invita tutti, ed in particolare i sacerdoti, i catechisti, a privilegiare uno stile di vita, un modo di essere che lasci trasparire quello che realmente siamo, cioè persone profondamente realizzate nel Vangelo, poiché se l’educazione è ridotta soltanto, o in gran parte, all’aspetto intellettuale è evidente che non ha l’efficacia che potrebbe o dovrebbe avere.              

Intervento scritto di Don Vittorio Gatti. Pongo al centro della questione alcune domande che riguardano l’essere comunità: qual è il motivo per cui ci sono il Consiglio e gli organismi di partecipazione; il motivo per cui si vuole coinvolgere i genitori nella catechesi; il motivo per cui dobbiamo smettere di pensare che nella Chiesa ci sia qualcuno che educa e altri che vanno educati? La domanda da farsi è: “chi educa chi?”. Si tratta di ‘evangelizzare in modo evangelico’; a questo riguardo c’è un’interessante conferenza di André Fossion, Professore presso l’Istituto Lumen Vitae di Bruxelles, che porta questo esempio su cosa significhi evangelizzare. Racconta il fatto di una zona della Francia colpita anni fa da un grosso incendio che distrusse grandi foreste secolari; dopo la devastazione ingegneri forestali e biologi studiarono un programma per ripopolare la foresta, per ricreare questo ambiente. Ma, al momento dell’attuazione pratica, ci si accorse che la foresta era già cresciuta, diversa da prima e da come l’avevano pensata. Fossion usa questa metafora per dire che cos’è la nuova evangelizzazione o ‘evangelizzare in modo evangelico’. Mi sembra che le osservazioni proposte sulla nostra realtà diocesana si colleghino al tema dell’essere comunità: che cosa significa essere comunità educante? Si tratta di piantare gli alberi così com’erano prima? O essere disposti a farne crescere degli altri? Avanzo questa proposta: restringiamo un po’ il campo – il documento sull’educazione è proposto per dieci anni, c’è tempo per altre focalizzazioni – proviamo a soffermarci sul tema della comunità. Possiamo declinarlo così: che cosa vuol dire essere comunità educante nelle realtà dove siamo, nelle parrocchie, nelle associazioni? Qualcuno ha detto che la parrocchia era un riferimento per i paesi, ma spesso si trattava di un riferimento solo sociale, di un senso di identità non proprio legato a una scelta di fede. Anche la proposta di una collaborazione zonale o interparrocchiale è auspicabile, ma farà emergere prima o poi il senso dell’essere comunità, specialmente nel momento in cui la collaborazione porta (e deve farlo necessariamente) alla celebrazione di un’unica eucaristia.

Di fronte agli interrogativi emersi, il Moderatore ritiene opportuno che il Vicario per la Pastorale, che ha seguito tutto il lavoro di preparazione sia dello scorso Consiglio Pastorale sia di questo, esprima il proprio parere.     

Don Giovanni Guazzotti ribadisce che quando ci siamo riuniti per il contenuto di questo Consiglio pastorale subito abbiamo fatto riferimento all’essere comunità e, pertanto, la base di partenza, certamente, è quella indicata da don Vittorio: l’identità della comunità cristiana. Probabilmente si potrebbe anche fare una riflessione sull’esperienza della Missione, come viene vista la comunità cristiana, come viene sottolineata l’identità propria della comunità secondo quei quattro pilastri fondamentali degli Atti degli apostoli: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”. Questo deve sempre essere tenuto presente e tutto quello che è stato proposto se non si inserisce in questo abbraccio, in questo contenitore rischia di essere superficiale. Il Vicario per la Pastorale conclude con un richiamo che è già stato fatto da padre Domenico e da don Vittorio, cioè il primo educatore è Gesù Cristo. Si è parlato di cammini di educazione che portano a Cristo, ma occorre ribaltare l’impostazione: io sono educatore in quanto conforme a Cristo. “Non affannatevi di quello che indosserete, di quello che mangerete. Cercate il regno di Dio e la sua giustizia, il resto vi sarà dato in aggiunta”, ci ricorda il Vangelo di Matteo, ma potremmo aggiungere non preoccupatevi di ciò che annunciate, di ciò che organizzate nella pastorale. Certamente è necessario non perdere di vista un nostro personale impegno, però ricordiamoci che nella misura in cui siamo conformi a Cristo siamo educatori, siamo annunciatori, siamo testimoni. Ecco la vita buona del Vangelo: ma la nostra vita parla, provoca, suscita degli interrogativi? Ecco allora “rendere ragione della speranza che è in noi” come ci suggerisce l’apostolo Pietro. In conclusione, tutta questa problematica che deve essere approfondita non deve dimenticare il nostro cammino di conversione, di conformazione a Cristo.

Il Moderatore ritiene che tutti questi interrogativi fondamentali noi li abbiamo in qualche modo già recepiti, perché abbiamo tentato di fare un percorso e pertanto è opportuno continuare, forse anche non soltanto per preparare il Consiglio Pastorale ma per cogliere i frutti più significativi che dal Consiglio stesso sono emersi.  

Nel suo intervento conclusivo Mons. Vescovo ribadisce l’importanza dell’imitazione di Cristo e del dare credibilità alla testimonianza di annuncio del Vangelo, perché in questo si realizza la sostanza dell’essere Chiesa; se si è comunità si è anche educatori, non nel senso presuntuoso di chi vuole insegnare agli altri, ma nel senso amorevole di chi ricevendo da Cristo l’amore lo condivide con i fratelli. Un’ultima sottolineatura riguarda ancora la promozione di nuove figure educative, perché certamente la guida della comunità appartiene al parroco, ma la credibilità della Chiesa come comunità non può venire solo dai sacerdoti, che per loro vocazione sono chiamati ad annunciare il Vangelo. Gli Orientamenti pastorali fanno esplicito riferimento alla promozione di figure quali laici missionari; anche la nostra Missione cittadina con questo momento straordinario della presenza dei missionari che vogliono tracciare un cammino per poi lasciare che altri lo continuino, è nel segno della credibilità e della novità, perché non possiamo solo ripetere il passato. “Ma – richiama ancora Mons. Versaldi – in che modo rendere credibile la presenza della Chiesa come comunità? Facendo quello che faceva Cristo, cioè non aspettando che i fedeli vengano bensì accompagnandoli nelle nostre parrocchie per vivere insieme l’annuncio e la celebrazione, ma anche la carità di chi, da laico, apre la propria casa, di chi nel condominio finalmente dà una testimonianza esplicita in controtendenza con l’individualismo, con il relativismo, con l’immoralità che è così diffusa anche tra la nostra gente. E questo è uno dei rimproveri che già il Convegno di Verona metteva in evidenza, cioè l’attenzione alla Chiesa non su se stessa, sulle proprie organizzazioni ma sulle persone, come Cristo che andava in mezzo agli uomini perché li capiva, li accoglieva e poi li educava. Nel volume già citato “La prima generazione incredula” una delle proposte concrete è quella – non in senso giuridico lasciando ancora la divisione nelle parrocchie – di superare la geografia del territorio per una geografia della salvezza; questo aspetto emerge anche nei nostri incontri perché, pur conservando le distinte comunità, dobbiamo parlare in termini di interparrocchialità o di zone almeno. In questo senso la Missione rappresenta uno stimolo per andare verso chi non appartiene già alle nostre comunità e mi pare – constata con piacere Mons. Vescovo – che in queste parrocchie, che stanno facendo la Missione, la sorpresa positiva sia proprio quella di vedere laici che si trovano insieme, al di fuori di quelli che già si incontrano abitualmente, e condividono a livello almeno cittadino come zona l’importanza di aprirsi. Forse i laici sono ancora più desiderosi di questo itinerario; certamente dobbiamo insieme cogliere questa occasione della Missione per continuare poi, dallo straordinario all’ordinario, il nostro cammino e questo costituisce un punto importante che a passi lenti stiamo facendo e che può dare i suoi frutti”. Ringraziando ancora i Consiglieri presenti per questa partecipazione costruttiva ai lavori dell’Assemblea, la riunione si conclude ripensando a quella che è la fonte della nostra azione pastorale, cioè il riferimento al protagonista che è il Signore stesso.                             

Come termina il Documento della CEI, anche il nostro incontro si conclude con la Preghiera alla Madonna, come colei che intercede perché è colei che, insieme a Giuseppe, ha educato a crescere Gesù a Nazaret.  L’Assemblea si scioglie alle ore 22.30.

Letto, firmato e sottoscritto.

Il Presidente Mons. Giuseppe Versaldi
Il Segretario Verbalizzante Luisa Gatti