BEATO FRANCESCO FAà di bruno, sacerdote
Alessandria 25 marzo 1825 - Torino 27 marzo 1888
Fondatore della prima Conferenza cittadina di S. Vincenzo de' Paoli
Si celebra il 27 marzo come memoria facoltativa (colore liturgico bianco)

 











__________________________________________________

Francesco Faà di Bruno

 Jose Cottino - Torino, 1976 - Scarica il documento pdf

 

 Un fattaccio di cronaca nera può essere molto istruttivo anche cento anni dopo. Sulla Gazzetta piemontese del lunedì 22 maggio 1876 usciva questo pezzo intitolato: “Brutte scene”. “Nel piazzale che sta d fronte all’ammazzatoio ed allato alle carceri cellulari (sono le Carceri nuove inaugurate nel 1866) trovasi un’osteriuccia che, a quanto pare, ne’ giorni festivi è frequentata dalla feccia de’ mariuoli e da uno stormo immondo di donnacce di mala vita ruzzolate sino all’ultimo gradino della degradazione. Per allettaiuolo o zimbello de’ merletti serve un organetto, al cui suono si balla tanto per chiamar maggior numero di curiosi, fra i quali alcuni diventano necessariamente consumatori. Or bene, da circa un mese quel piazzale divenne il non glorioso teatro delle gare tra mascalzoni di due borghi: S. Salvario e S. Donato. Tre domeniche sono furono accalappiati e maltrattati alcuni soldati del genio, e furono i soldati di guardia alle carceri che li liberarono. La domenica scorsa vi fu battaglia e ieri una cinquantina di farabutti del borgo S. Donato si recò sul luogo ad aspettare gli emuli di borgo S. Salvario. Questi per buona fortuna non si presentarono ed il ballo fu impedito da due guardie di P. S. che tolsero il manubrio dell’organo e lo portarono con loro. A reagire con quella vicinanza dei soldati di guardia al carcere, quello stupro di futuri galeotti non s’azzardò, ma pur volle uno sfogo alla sua rabbia bestiale ed aggredì, percosse, lapidò, ferì gravemente due innocui operai, il cui solo torto, anzi vanto, era quello di non appartenere alla cocca. Questi sono disordini troppo gravi, troppi incomparabili e la gente di coltello e di corda che li commette non deve andar immune al castigo più che meritato, altrimenti crescerà e s’incancrenirà sempre più il male. Il questore provvederà colla solita premura, ne siam certissimi, e saprà chiudere la bettolaccia e far stare a dovere i furfanti delle due cocche. Oggi lunediano e probabilmente ritorneranno al loro ritrovo”.

Notiamo che il cronista, con il suo stile ricercato, fiorito di aggettivi, non usa molti riguardi verso i disturbatori maneschi, chiamandoli “farabutti”, “Futuri galeotti”. E non è neppure indulgente verso lo “stormo immondo di donnacce di mala vita ruzzolate sino all’ultimo gradino della degradazione”. Giudizi che piacevano alla ristretta cerchia dei lettori grassoborghesi della “Gazzetta”, i quali erano certo consenzienti nel bollare quelli che infrangevano l’ordine stabilito, senza doversi preoccupare minimamente delle cause remote e prossime che favorivano questi disordini. Nel pezzo di bravura del diligente cronista della “Gazzetta piemontese” sono nominate le “cocche” di S. Salvario e di S. Donato. Il vocabolo “cocca” è di origine ignota, nonostante sofisticati tentativi di interpretazione. C’è una assonanza, non solo fonetica, con le “cosche” mafiose del meridione. Di fatto serviva ad indicare una associazione a delinquere, che spadroneggiava in un determinato quartiere, con mandanti ed esecutori, dando luogo ad azioni criminose che andavano da esibizioni bullesche a spedizioni punitive, a rapine, ad autentici delitti. La “cocca” faceva sempre capo a qualche osteria dalla quale prendeva anche nome. Ne erano dominati i borghi periferici, come quelli nominati nel trafiletto di cronaca: S. Salvario e S. Donato. Ora a noi interessa il borgo S. Donato.

 

La periferia di Torino

 

Dalla porta Susina, press’a poco alla fine dell’attuale via Garibaldi, l’espansione della città di Torino verso la metà dell’Ottocento non si era ancora verificata. Il borgo S. Donato, anticamente detto borgo Colleasca, era andato completamente distrutto ad opera dei francesi nel 1536. Abbattute le chiese e le case, per lungo volgere di anni nessuno tentò più di fabbricare; non si videro che larghe distese di prati, di campi di frumento, con qualche casupola rurale. Dopo la parentesi napoleonica che abbatté l’ostacolo delle porte e delle mura fortificate, la città cominciò ad espandersi. I due canali, chiamati del Valentino e della Città, favorirono i primi insediamenti industriali; sorsero fabbriche, svettarono ciminiere. “E le industrie traevano seco moltitudine di gente operaia, con tutti i bisogni morali e materiali, bisogni che, anche al giorno d’oggi, non sempre trovano conforto o benigno esaurimento” (Arneudo, Torino sacra, 1898).

Era la periferia di allora, che, come sempre, soffre per gravi problemi di sfruttamento, di emarginazione, di miseria. E nella periferia torinese trovano il loro campo d’azione anime eccezionali di cristiani, che si battono per andare incontro ai fratelli. Incominciando si può dire dal nulla. È la legge evangelica del granello di senape. Due nomi fiammeggiano sull’orizzonte dell’Ottocento torinese: il Cottolengo e don Bosco. Essi si impongono ormai all’attenzione, se non all’ammirazione, di chi guarda senza preconcetti ai tentativi di liberazione ed elevazione dei poveri, degli emarginati. Ma queste realizzazioni di prima grandezza non devono essere considerate eccezionali, quasi fossero sorte fuori di un contesto di attenzione e di opere, che ne hanno suggerito, seguito, confermato l’attualità. Neppure eccezionali nel senso che altre realizzazioni non ne abbiano affiancato l’attività, traendone ispirazione per soccorrere diverse necessità sociali. È sempre valido il paragone della foresta di alberi, che vede grandi piante svettare più in alto, ma circondate da una folta vegetazione.

 

L’opera di S. Zita

 

Fatta questa precisazione, ritorniamo al borgo S. Donato e fermiamoci preso una povera casetta, dove nel 1859 si era aperta l’opera di S. Zita. In seguito si costruirono vasti edifici, si edificò una chiesa, si moltiplicarono le specializzazioni con intitolazioni diverse. Ma i vecchi torinesi, per indicare l’opera del borgo S. Donato, si riferirono sempre a S. Zita. Li aveva colpiti la straordinarietà degli elementi, che costituivano la fondazione.

Prima di tutto proprio il titolo dell’opera. La vergine patrona di Lucca era una santa di … importazione, almeno in titoli ufficiali, per la città di Torino. Negli elenchi dei santi patroni delle singole categorie di lavoratori, appariva come protettrice delle persone di servizio e molte donne così la pregavano raccomandandosi alla sua intercessione. L’opera di S. Zita pensava quindi alle persone di servizio; esse non erano certo ai primi posti nella stima e nell’attenzione della gente, che pure sembrava non poterne farne a meno.

Serva (o “serventa” in dialetto piemontese) non era un titolo ambito, tanto che, salendo nelle classi sociali, si usavano i termini cameriera o bonne, alla francese, anche se in definitiva il trattamento dal punto di vista morale, se non materiale, era identico. C’erano, sì, le eccezioni: vecchie domestiche, che avevano allevato almeno due generazioni ed erano in definitiva considerate parte della famiglia, anche se la loro modestia, confermata in tanti anni di servizio, le teneva sempre a debita distanza dai padroni.

Se oggi, dopo la rivalutazione a tutti i livelli dei diritti giuridici e sociali della donna, dopo le giuste rivendicazioni della donna lavoratrice e in particolare della lavoratrice adibita ai lavori domestici in una famiglia (quella che si chiama collaboratrice familiare o colf) resta ancora tanto cammino da fare per dare attuazione a così validi principi, pensiamo alla situazione di un secolo fa e a quale generosa dedizione per la causa della donna bisognava essere orientati per tentare l’avvio di così delicata missione.

 

Un laico generoso

 

Chi fu l’ideatore e il realizzatore dell’opera di S. Zita? Qui balza fuori un altro elemento straordinario di questa fondazione. Non fu un sacerdote, non fu una suora, neppure una dama, come la benefica marchesa di Barolo. Fu paradossalmente un uomo, un laico dal profondo sentire cristiano. Non basta: era un uomo, che aveva portato con onore la divisa di ufficiale, che si affermava quale scienziato e docente di matematiche nella Reale università. Non si vede quali relazioni ci potevano essere tra la cattedra universitaria di analisi superiore  e la condizione delle fantesche torinesi! Ma era un uomo di poche parole e di attenta osservazione, il cui cuore animato da carità cristiana si rendeva conto delle difficoltà di ogni genere che incontravano le giovani ragazze (circa diecimila nella Torino di allora e per i due terzi provenienti dalle campagne) che venivano a servizio.

Appartenente ad una famiglia di antica nobiltà si può dire che quest’uomo avrebbe dovuto trovarsi dall’altra parte della barricata. Invece, proprio per questo egli conosceva bene e – attento osservatore – descriveva con termini esatti la condizione delle persone di servizio, in una pagina incisiva, che è un avvincente quadro di costume: “Quando la povera e innocente giovane, venuta di fresco dal villaggio, entra per la prima volta in una casa ove non si vede che i sontuosi e svariati abbigliamenti, le protratte notti, le lunghe toelette, i digiuni spezzati, derisi i sacerdoti, non curate le messe, osceni i quadri, leggero il tratto, le furtive visite, ecc.; quando nessuno si dà pena di spiarne attentamente i passi, vigilarne la pietà e la condotta; quando si lascia framestare nelle stanze coi domestici, negli atrii coi portinai, quando la padrona stessa per farsene grato corteo le insegna a vestirsi alla moda e con isfarzo sproporzionato ai mezzi; domando io come potrà essa resistere a tanti fascini, e conservare fra mezzo a tante seduzioni la natia innocenza? Suppongasi ora che questa stessa giovine così mal riuscita vada poi a servire altri padroni, ma onesti e religiosi. Essi a ragione si lamenteranno di sua leggera condotta; il torto sarà della figlia. Ma chi ne fu la prima causa. Proseguiamo. Quella medesima figlia così corrotta guasterà poi per suo conto delle compagne pei mercati e per le vie. Vi saranno diserzioni nelle case; a ragione nuovamente i padroni ne muoveranno querela. Ma chi n’ho per primo la colpa? (Sulla moralizzazione delle donne di servizio. Considerazione del cav. Faà di Bruno, 1861).

Chi era questo “protetor d’le servente”, questo “padre di s. Zita”, questo “cavaliere delle ciabatte”, come lo insolentivano ghignando i mascalzoni di Borgo s. Donato, “’l borg d’ii danà” (il borgo dei dannati), quando ne vedevano l’alta figura entrare ed uscire dalla porticina della casetta, che ospitava la nuova opera?

 

Una famiglia cristiana

 

Era il dodicesimo ed ultimo figlio del marchese Ludovico Faà di Bruno e della nobildonna Carolina Sappa dei Milanesi, nato ad Alessandria il 29 marzo 1825. Una famiglia di antica nobiltà campagnola della provincia piemontese, in cui le tradizioni di fedeltà al sovrano e alla propria terra si radicavano con una profonda tradizione cristiana nell’educazione religiosa dei figli e nelle opere di beneficenza.

Questa constatazione potrà far fremere di orrore    quelli che animati da idee progressiste in campo ecclesiale e sociale condannano senza attenuanti di sorta le esperienze del passato. Si preferirebbe oggi poter scrivere: figlio di un metalmeccanico  e di una portinaia. Non possiamo farci nulla se figure eccezionali di cristiani sorgono dalle più svariate classi sociali; se accanto al Cottolengo figlio di borghesi benestanti, accanto a Don Bosco figlio di contadini, vediamo il Cavaliere (così erano chiamati in Piemonte i figli cadetti delle famiglie patrizie) Faà di Bruno. E che il sentire cristiano in quella famiglia non fosse una eccezione ce lo confermano quattro vocazioni, due maschili e due femminili, sbocciate in essa. Osserviamo di passaggio che erano ormai definitivamente tramontate in quell’epoca le ragioni per cu molti figli di nobili erano obbligati, volenti o nolenti, a farsi prete o a entrare in convento. I tempi della monaca di Monza erano passati! C’era del resto una lunga tradizione di vocazioni nella famiglia Faà di Bruno, che aveva allora due zii vescovi zelanti: lo zio paterno Mons. Antonio Faà di Bruno ad Asti e lo zio materno Mons. Carlo Giuseppe Sappa dei Milanesi ad Acqui.

I due fratelli Carlo e Giuseppe entrarono rispettivamente nell’ordine degli Scolopi e nella società romana delle missioni  di S. Vincenzo Pallotti: uno fu educatore di giovani e docente di materie letterarie, l’altro, dopo essere stato missionario a Londra, divenuto generale dei Pallottini, ne visse intensamente gli ideali diffondendo la Società, in continui viaggi nelle nazioni europee e nelle Americhe.

Le sorelle Camilla ed Enrichetta scelsero la vita religiosa nelle Dame del S. Cuore e nella Visitazione: ambedue furono educatrici e donne di virtù non comuni.

Il piccolo Francesco, privato troppo presto della madre, che moriva quando egli aveva soltanto nove anni, era richiamato da queste scelte alla stima dei grandi valori fondamentali della vita. Ma a lui, che per la gracilità del fisico era stato consigliatoli soggiorno nel castello di Bruno, in piena campagna, dove scorazzava come un puledro indomito, si presentò anche un’altra scelta, quella fatta dal fratello Emilio, che divenne ufficiale di marina e il cui nome è ricordato nella storia d’Italia come “l’eroe di Lissa”, quando, capitano di vascello, il 20 luglio 1866, nella sfortunata battaglia navale, dopo prodigi di valore, invece di cedere al nemico, si inabissò nell’Adriatico, fermo sulla tolda della fregata, di cui era comandante. Alla sua memoria fu decretata la medaglia d’oro al valor militare.

In quel 20 luglio doloroso, Francesco Faà di Bruno aveva già lasciato la carriera militare ed aveva scelto la via della carità.

 

Ufficiale del re

 

Entrò infatti a quindici anni nell’Accademia militare di Torino nella Via della Zecca, vicino al teatro Regio, e passò la lunga trafila di studio e di esercitazioni per sei anni, incominciando a rivelare quella speciale attitudine al calcolo e alle scienze esatte, che l’avrebbe poi portato ala cattedra universitaria. L’ “accademista” non dimenticò l’educazione religiosa avuta in famiglia. Da notarsi che in quei tempi le scuole di formazione militare risentivano ancora dell’impostazione generale che metteva la religione al primo posto. Direttori spirituali erano addetti alle singole istituzioni: obbligatoria la frequenza alle funzioni. Abbiamo letto un “Inno a Gesù sacramentato, che si canta dagli allievi della Reale militare accademia alla messa solenne dei dì festivi, eseguito la prima volta l’11 novembre 1826 giorno di S. Martino”. Autrice dei versi la poetessa Diodata Saluzzo-Roero. Ne citiamo le ultime due strofe: “Pel re pugnar concedi – a noi guerrieri, in campo – e le spade al lampo – la gloria a noi verrà. – Ci serba a te fedeli – danne valore e ingegno – e poscia nel tuo regno – eterno amor ne dà”.

Non diciamo facilmente: “Tempi di fede, quelli …”. Sappiamo bene come questo genere di educazione religiosa, un po’ costruttiva, rassomigliante a quella data anche in seguito nei collegi dei preti, non fosse la migliore maniera di far crescere, in vera libertà, l’esperienza cristiana dei giovani e conosciamo quante gravi crisi di rigetto avvenissero poi nelle coscienze di quelli che vi erano stati costretti. L’osservazione non intende però negare tutto il bene, che poteva venire da questa continuazione della crescita spirituale in animi sinceri e ben disposti. Tale fu la sorte del “sig. Faà di Bruno cav. Francesco … che al 9 di agosto 1846, dopo aver lodevolmente superati, dinnanzi ad apposita Commissione nominata dal Ministero, i relativi esami, meritò di essere promosso, col grado di Luogotenente, nel corpo di Stato maggiore generale”.

Si era fatto un bel giovanotto, alto e aitante, con un’aria serena e riflessiva insieme; un po’ distratto anche, come sogliono essere i matematici, sorpresi ogni tanto da un loro calcolare a memoria. Portava magnificamente la divisa, ma non aveva paura di scendere a Valdocco per servire la messa a Don Bosco, in modo inappuntabile, con al più grande devozione, dopo averne deposto in sacrestia la sciabola. Non si portano le armi all’altare!

Non disdegnava tuttavia di partecipare alla vita mondana di Torino, dove aveva due sorelle sposate. Del resto gli erano aperte le case di tutte le famiglie patrizie, con le quali era più o meno imparentato. Era piuttosto taciturno, ma senza scontrosità; si beava di ascoltare gli altri e di rispondere con qualche battutina frizzante. Aveva l’hobby della musica, che l’accompagnò per tutta la vita. Componeva inni patriottici, valzer, suonate, che, se non erano capolavori, gli attiravano lodi e consensi e che, stampati, gli servivano di regali agli amici. Alcune composizioni erano dedicate alla principessa Maria Adelaide, moglie del duca di Savoia, il futuro Vittorio Emanuele II.

Il tenente Faà di Bruno era stato nominato infatti ufficiale d’ordinanza del duca stesso di Savoia, principe ereditario. Era un grande onore, anche se comportava un servizio più esigente. Francesco faceva tutto con grande impegno. Nell’entourage del principe (usiamo volentieri queste espressioni francesi perché era la lingua, che col dialetto piemontese, si usava più frequentemente a corte) si vivevano con una certa baldanza le giornate di vigilia del ’48. C’era odor di polvere in aria e quello stuolo di brillanti ufficiali salutò con entusiasmo il gesto di Carlo Alberto, che dichiarava guerra all’Austria.

 

Sui campi di battaglia

 

Il luogotenente Faà di Bruno partì per la guerra animato dai sentimenti di italianità, che gli facevano desiderare l’indipendenza del suolo patrio. Affrontò con coraggio le battaglie; da studioso qual era, tracciò con cura una carta topografica del Mincio, che gli procurò elogi e la promozione a capitano il 10 marzo 1849. Aveva 24 anni.

Di questo periodo di guerra ci pare importante la testimonianza della sua fede in una lettera alla sorella. Notiamo per inciso che il suo italiano risente molto del francese ed il dialetto parlati comunemente: “Vengo da fare la mia comunione pasquale nella parrocchia di questo paese. Quanto sarei fortunato se Dio potesse restar sempre con me fino a quell’istante in cui egli, nelle precedenti circostanze, avesse destinato di chiamarmi a sé! Ma ciò non può dipendere che da una buona volontà la quale ci faccia evitare ogni occasione di male e cercare anzi quelle del bene. Tu ben vedi che a questo fine è necessaria la grazia divina e per conseguenza la preghiera per ottenerla. Ora in mezzo a tanti ufficiali, in mezzo alla libertà del parlare e dell’agire, e molto più la pochezza del cuor mio, la preghiera è languida se non morente. Ti raccomando dunque caldamente di pregare per me, ed offrire alcuno dei tuoi sacrifici, delle tue mortificazioni, a mio favore. Son certo che il tuo buon cuore, che l’attenzione che mi hai sempre dimostrata grandissima, ti avrà suggerito a versare un tantino delle tue ricchezze a pro di un tuo fratello lontano, povero di quelle. Non dimenticare eziandio di pensare dinnanzi a Dio a tanti ufficiali, a tanti soldati che temo, in un momento così fatale, non mirino a purgarsi, ed a confortarsi, sempre per quella negligenza delle cose divine, della quale, vestitisi in pace, non ponno spogliarsi più nemmeno in guerra. Raccomanda sì pietoso ufficio anche alle persone devote di tua conoscenza, poiché ti assicuro che anche in questo tu arrechi un bene, che non si può maggiore, alla patria, essendo i militi in grazia quelli che sono poi più valorosi in guerra. Di ciò ti è palese la ragione. Il tristo vede dinanzi a sé due morti: la materiale e la spirituale; il rimorso della coscienza gli agita l’anima e gli toglie quella pacatezza, quel sangue freddo cotanto necessario ad aversi in mezzo al tempestar delle palle; invece il virtuoso, riposando tranquillo nell’esecuzione di quanto gli incombe, incontra arditamente una morte materiale che coronerà il suo dovere, il suo amore alla patria, ed al re. L’esperienza poi ne fa fede: nei piccoli fatti d’arme che abbiamo avuto, ho osservato che i morti e i feriti sono nel novero dei più bravi giovani che si conoscevano”.

Sembra la lettera di un cappellano militare … Ed era scritta da un ufficiale ventitreenne, che in mezzo alla battaglia dimostrava davvero “quella pacatezza, quel sangue freddo, cotanto necessario”, mentre nelle pause dell’armistizio componeva e mandava a stampare a Torino dei “Valzer intitolati Pastrengo”.

 

Laurea a Parigi

 

La “fatal Novara” diede un colpo tremendo al giovane capitano di Stato maggiore: furono giorni pieni di passione. La partenza per l’esilio di Carlo Alberto, la capitolazione lo fecero riflettere sulla vanità delle umane vicende. Incominciava a coltivare il progetto di ritirarsi a vita privata e dedicarsi agli studi preferiti, quando il nuovo re Vittorio Emanuele II gli fece capire che l’avrebbe scelto a precettore per le materie scientifiche dei suoi figli Umberto e Amedeo. Era opportuno che si fosse perfezionato nelle scienze matematiche all’Università della Sorbona. Così nell’ottobre 1849 veniva inviato a Parigi in missione speciale, conservando divisa e stipendio di capitano. Il viaggio, sui velociferi fratelli Bonafous, era lungo e disagevole. Il biglietto costava 102 lire.

Parigi, la “ville lumière”, era il polo di attrazione di tutta l’Europa, l’Università della Sorbona si imponeva per la serietà dei docenti e degli studi. Francesco Faà di Bruno a Parigi studiò intensamente, anche se non rifiutava di partecipare talvolta a riunioni di salotto, dove trovava degli amici torinesi che trascorrevano periodi abbastanza lunghi di soggiorno parigino (era molto chic svernare a Parigi) anche se non dimenticava di rilassarsi con l’amato pianoforte, sul quale componeva adesso Inni sacri, di cui fece più tardi una raccolta con il titolo curioso di sapore ottocentesco: “La lira cattolica”. Non demordeva neppure dai suoi impegni di pietà con la frequenza quotidiana alla chiesa e rivolgeva attento sguardo alle opere caritative di Parigi, per cogliervi indicazioni e suggerimenti e collaborare con aiuti finanziari. Conobbe e frequentò i dirigenti della Società di S. Vincenzo de Paoli, fondata da Ozanam. Da questi contatti parigini maturò in lui una particolare vocazione sociale. Nello stesso tempo l’esperienza religiosa, finora legata molto alla educazione ricevuta, si orientò sempre di più verso un cristianesimo impegnato.

Il 10 marzo conseguì alla Sorbona la desiderata licenza in scienze matematiche. Il suo scopo era raggiunto. L’attendeva il delicato compito di maestro dei figli del suo re.

Ritornato a Torino lieto del successo conseguito, ricevette una doccia fredda. Nessuno gli parlò più del promesso incarico. Non si seppero mai le ragioni del rifiuto. L’aria a corte e in Piemonte era mutata e probabilmente non si voleva più un ufficiale “bigotto e papalino” neppure ad insegnare matematica. Non sarà questa l’ultima volta che Faà di Bruno si vedrà bloccata la strada per la sua coerente professione delle idee religiose. Ci fu anche l’episodio di un duello, al quale venne incitato dai compagni d’arme, in seguito a calunniose fanfaronate circa il valore dei suoi studi alla Sorbona. Il silenzioso capitano aveva una sua coscienza e una sua dignità. Il 23 marzo 1863 un decreto firmato da Vittorio Emanuele II, controfirmato da Alfonso Lamarmora, accettava la “dimissione volontaria del cap. cav. Francesco Faà di Bruno del real corpo dello Stato maggiore”. Aveva 28 anni e compiva un grosso sacrificio; forse dentro al suo cuore già sentiva indistinto, ma forte, l’orientamento a seguire un’altra superiore milizia.

Pensò bene di ritornare a Parigi per conseguire la laurea in scienze matematiche. Ne aveva le possibilità economiche. Studiò due anni, coltivando amicizie con uomini celebri dello studio parigino, come il grande analista Agostino Luigi Cauchy e il condiscepolo Carlo Hermite; si perfezionò poi nella matematica pura. Erano tutti e due cristiani esemplari come lui. Nel luglio 1856 faceva stampare la sua tesi di laurea. La prima, di Analisi, trattava la “Teoria dell’eliminazione”; la seconda di Astronomia, aveva per tema: “Lo sviluppo della funzione perturbatrice e delle coordinate d’un pianeta nel suo movimento ellittico”. IL 20 ottobre la sua disputa pubblica ed il conferimento della laurea in scienze matematiche. Il neo dottore salutava Parigi e gli amici e ritornava a Torino. Che cosa avrebbe voluto il Signore da lui?

 

La cattedra universitaria

 

Andò a stabilirsi in un appartamento al n. 1 di via Belvedere (attuale via Fratelli Calandra) vicino al viale dei Platani (attuale corso Vittorio Emanuele). Era una zona tranquilla, piena di verde, adatta per uno studioso. Chiese ed ottenne dal Ministro dell’Istruzione pubblica, Giovanni Lanza, di tenere un corso libero di lezioni di Analisi superiore presso la Reale università di Torino. Così a trentadue anni salì per la prima volta la cattedra universitaria e vi sarebbe rimasto, con alterne vicende, fino alla morte.

L’università di Torino era allora divisa in cinque facoltà: teologia; leggi; medicina e chirurgia; belle lettere e filosofia; scienze fisiche e matematiche.

Andando da via Belvedere al palazzo di via Po 44 il giovane professore faceva tutti i giorni una tappa in una bella chiesa da pochi anni aperta al culto. Era dedicata al santo nazionale dei Savoiardi, S. Francesco di Sales, ed era annessa al convento delle monache Sacramentine, chiamate in Torino da Carlo Alberto e dalla sua consorte Maria Teresa. Vi era l’adorazione continua, notte e giorno, del ss. Sacramento. Il cav. Faà di Bruno trovò in quell’atmosfera di raccoglimento l’ambiente adatto per la sua maturazione interiore. In quella chiesa egli si sentì attratto sempre più fortemente alla “sequela Christi”, indirizzando a lui tutte le sue ansie e i suoi desideri di bene. L’eucaristia si rivelò ancora una volta, in quest’uomo di scienza, il fermento della santità e della carità. La sua operosità scientifica, instancabile e perseverante, andò di pari passo con l’attenzione che egli rivolgeva a tutti i problemi di ordine morale e sociale, che si agitavano nella Torino risorgimentale, in procinto di decadere dal ruolo di capitale di un regno, mentre tutta la politica cavouriana andava assumendo tonalità non solo antiecclesiastica (erano gli anni dell’esilio dell’arcivescovo di Torino, mons. Fransoni a Lione), ma antireligiosa.

Faà di Bruno, che si era visto convalidata la laurea della Sorbona e la concessione, per decreto reale del 1860, del “grado di dottore in matematiche nelle università del regno con dispensa da ogni esame”, nella carriera universitaria non andò più in là del grado di professore incaricato e straordinario sulla cattedra di Analisi e di Geometria superiore. Sdoppiatasi la cattedra, egli conservò fino alla morte quella di Analisi. Tutte le domande ch’egli fece per ottenere la nomina a professore ordinario, pure con gli appoggi di personaggi governativi come Quintino Sella e Luigi Menabrea, non ottennero risposta. Padrone a fondo della sua materia, si teneva in continuo aggiornamento sui libri e riviste francesi, inglesi e tedesche (conosceva perfettamente e parlava le tre lingue); era in rapporti epistolari con i grandi matematici di quel tempo; pubblicava con regolarità opere scientifiche (Il trattato delle forme binarie, La teoria generale dell’eliminazione, Il cenno elementare sopra il calcolo degli errori, Il trattato delle funzioni ellittiche in tre volumi, iniziato e poi troncato dalla morte), innumerevoli saggi e articoli su riviste specializzate. Le sue opere furono tradotte in tedesco dal francese prima che in italiano e si trovavano nelle biblioteche delle più rinomate università di Germania ed Inghilterra. A quest’uomo, a questo scienziato, venne negato il giusto riconoscimento, prima a Torino, dove si era vista di cattivo occhio la sua candidatura, anche se fallita, a deputato nel collegio di Alessandria per il partito cattolico conservatore e poi a Roma, dove nel palazzo della Minerva, sede del ministero della pubblica istruzione, infeudato alla massoneria, la giusta fama di “bacchettone”, cioè di cattolico convinto e praticante, era tenuta in piedi da emissari torinesi, tra i quali il ministro Michele Coppino. Dire che il Faà non soffrisse di queste ingiustizie e che accettasse senza ribattere l’iniqua esclusione, non è esatto. I documenti ci parlano di ricorsi, di reiterate domande. Avrebbe voluto ancora una volta fare il gesto eloquente delle dimissioni, ma nella sua vita erano entrati a poco a poco i poveri ed egli aveva bisogno di lavorare per avere uno stipendio da impiegare nelle opere di carità. Fece tacere il legittimo risentimento e continuò ad insegnare. Era stato anche chiamato a prestare la sua attività scientifica nell’insegnamento della Geodesia presso la scuola di applicazione del Corpo di stato maggiore, di cui restava capitano onorario. Ritornò così tra gli ufficiali di quel corpo di élite, nel quale aveva trascorso gli anni della sua gioventù sui campi di battaglia.

 

La stampa cattolica

 

La sua esigenza non si chiudeva però nell’orizzonte limitato, per quanto prestigioso, della scienza e dell’insegnamento. Abbiamo già accennato alla sua avventura politica nella natia Alessandria, dove era stato sconfitto in ballottaggio dal candidato governativo. Aveva accettato di esporsi, contro il suo stesso temperamento naturale, così alieno da esibizioni e da forzature tribunizie. Il suo appello agli elettori è il discorso di un galantuomo che ha il coraggio di incominciare così: “Proposto contro ogni mia aspettazione da molti di voi alla candidatura di codesto Collegio, credetti non potermi rifiutare ai loro desideri, sebbene per la mia pochezza ed insufficienza io mi creda ben lungi da meritare i vostri suffragi”. Ed esponeva poi un programma molto concreto, senza promesse mirabolanti. Non fu eletto: la modestia personale e il realismo nei programmi hanno poco peso nelle competizioni politiche. Se si pensa poi a quali maneggi si ricorreva da parte governativa per manipolare un elettorato ristretto e selezionato, la sconfitta fu un onore per il mancato deputato cattolico al parlamento subalpino.

L’interesse per i problemi sociali e politici non lo abbandonava. Anzi lo accendeva ancor di più. Collaborò a fondare in Torino e vi diede tutto il suo appoggio l’Opera per la santificazione delle feste, che se aveva direttamente uno scopo religioso, ne aveva uno altamente sociale, quello di ottenere che la domenica fossero chiusi negozi e opifici e così tutti i lavoratori avessero la giornata di riposo. Cosa allora purtroppo impossibile. “Mangiano la domenica? – dicevano i padroni – e allora lavorino”.

Il suo animo di sincero patriota e di fervente cattolico aspirava a vedere risolto il dissidio che andava sempre più approfondendosi fra Chiesa e Stato. A tal fine pensava che non giovassero molto la polemica dei giornalisti integralisti, come La campana, Il campanone, L’unità cattolica, nei quali, lasciata l’Armonia, che Cavour aveva soppressa nel 1859, versava la sua prosa caustica contro il partito liberalmassonico, la penna tagliente del teologo Giacomo Margotti. Il Faà, pur collaborando qualche volta all’Armonia, coltivò l’idea, che studiò di tradurre in pratica, di un quotidiano cattolico che propugnasse la causa della libertà della patria a fianco della libertà della Chiesa.

Ne parlò a lungo con gli amici, soprattutto con il teologo Luigi Biginelli, professore di filosofia, che fondò e poi diresse l’Ateneo religioso, un battagliero periodico scientifico, letterario, artistico che si ispirò sempre all’armonizzazione della fede e della scienza. Il Biginelli non disapprovò il progetto del Faà e l’opportunità di avere una stampa quotidiana, che formasse l’opinione pubblica nel senso auspicato. Ma uomo del mestiere, con il fiuto del giornalista, fece al troppo teorico e forse un po’ ingenuo progetto, oltre alle obiezioni fondamentali di ordine tecnico ed economico, questa osservazione di base. Nella confusione di idee far sorgere un quotidiano più conciliatorista di fronte al quotidiano già esistente, per cui il Margotti era salutato come polemista principe e che riscuoteva larghe simpatie in vasti strati di Chiesa, poteva sembrare un tentativo di abbassare la guardia dinnanzi agli errori innegabili della politica liberale massonica e dimostrarsi meno affezionati alla causa della Chiesa e del romano Pontefice. Non se ne fece nulla. Ma nella storia tormentata del giornalismo cattolico in Piemonte trova posto questa preoccupazione di un laico per formare le teste e le coscienze ai grandi principi di libertà, di giustizia, di mutua comprensione.

Il pallino della “comunicazione sociale”, come si dice adesso, non lo lasciò, anche se non gli era riuscito quel tentativo. Rilevò la testata di un periodico religioso, “Il bollettino del cuore di Maria” e quella di un settimanale di propaganda missionaria intitolato “Il museo delle missioni cattoliche”. Le due pubblicazioni meriterebbero una trattazione a parte per la storia della spiritualità mariana in Piemonte (su un Bollettino del cuore di Maria, che si pubblicava dai gesuiti dei Santi Martiri, aveva pubblicato San Giuseppe Cafasso la relazione della straordinaria conversione di una signora torinese dal santo chiamata appunto “la peccatrice del cuore di Maria”) e per la storia del movimento missionario nella nostra Chiesa locale, poiché il “Museo” era creatura di quel can. Ortalda, che fu direttore dell’Opera di propagazione della fede e istituì in Torino le Scuole apostoliche come un piccolo seminario per futuri missionari. Il Faà di Bruno prese sopra di sé il peso della continuazione del “Museo delle missioni cattoliche”, perché sentiva l’urgenza della cooperazione missionaria; rientreranno in questa piena disponibilità i suoi tentativi perché le suore da lui fondate andassero nelle missioni d’Africa. In tal senso tenne corrispondenza con il card. Lavigerie, fondatore dei Padri bianchi.

 

Tensioni di modernità

 

Soltanto negli ultimi anni della sua vita poté attuare un progetto che gli era sempre stato in cuore: una tipografia. Ed ebbe l’audacia e la genialità di affidarla ad un gruppo di ragazze, che impararono l’arte tipografica, diventando provette compositrici e manovrando perfettamente la macchina da stampare. Ma questa iniziativa non riscosse l’approvazione di tutti, fra gli altri di S. Leonardo Murialdo, che scrivendo ad un suo corrispondente parigino esprimeva la preoccupazione che l’esempio si propagasse e che nelle tipografie di città si fosse verificata una mescolanza di compositori e compositrici che al momento non esisteva. Il Murialdo conosceva meglio gli ambienti tipografici, dove le botteghe artigiane si trovavano per lo più in scantinati senza spazio e senza comodità. Oltre alle difficoltà, ad esempio del lavoro notturno, ci sarebbe stata anche una resistenza da parte della manodopera maschile ad ammettere le donne in tipografia. Fu anche per questa pratica impossibilità di trovare lavoro, quando fossero uscite dall’istituto, che le compositrici andarono diradandosi e la tipografia di Borgo S. Donato cessò di funzionare. Eppure abbiamo sempre dinanzi agli occhi la sala tutta lindore delle linotypes di un quotidiano cattolico del Canton Ticino, che erano manovrate da donne consacrate in un istituto secolare, le quali realizzavano così la loro vocazione apostolica. Come non ricordare la polacca Maria Theresia Ledochowska, la cui beatificazione è avvenuta nell’anno santo (1975), con le innumerevoli tipografie poliglotte totalmente affidate alle suore di S. Pietro Claver? E non possiamo dimenticare don Giacomo Alberione e la sua audacia, anche questa volta criticata, di chiamare delle ragazze a lavorare in tipografia. Tutti questi richiami ci dicono quali tensioni di modernità portava dentro di sé l’apparentemente distratto professore di Analisi superiore dell’università di Torino, che passava lunghe ore in preghiera dinanzi a Gesù nella chiesa delle Sacramentine.

Un altro rilievo raccogliamo da tutte queste vicende che andiamo solo accennando. Come del resto tutte le grandi figure religiose dell’eccezionale ottocento piemontese, Francesco Faà di Bruno non fu un isolato. Ebbe una larga schiera di amici, preti e non preti; con tutti collaborò; a tutti chiese consiglio; a tutti offrì appoggio e aiuto. Quando il teologo Biginelli lo dissuase dal fondare il quotidiano pacificatore, gli diede in cambio un suggerimento. Era sì importante influenzare l’opinione pubblica, ma altrettanto importante formare gli studenti, i futuri dirigenti di domani. Perché non fondare un liceo privato, per preparare i giovani, che avevano bisogno di abbreviare gli studi e per dare un’educazione cattolica di fronte al dichiarato agnosticismo, che era poi necessariamente professione di ateismo, della scuola statale? Il liceo fui fondato in via Private (ora via Prati) e poi trasferito in via Arsenale 29 dove si aggiunse anche un convitto. Era dedicato a S. Massimo, ma comunemente venne chiamato liceo Faà di Bruno. Egli insegnava fisica, algebra e geometria; le altre materie avevano insegnanti ugualmente qualificati. Da questo liceo uscirono uomini di prestigio. Ricordiamo soltanto un giovane smilzo e intelligente che si chiamava Agostino Richelmy; divenne cardinale e arcivescovo di Torino.

 

Povero e generoso

 

Mentre il cavaliere Francesco Faà di Bruno attendeva a tutte queste attività, la piccola pianta dell’Opera di S. Zita, in Borgo S. Donato, affondava le radici e sviluppava nuovi rami. Egli guardava lontano, e, fidando in pieno nella Divina Provvidenza, non mancava però della necessaria prudenza nel procurare spazio alla sua fondazione. Con occhio sicuro sorvegliava perché neppure una piccola fetta di terra gli sfuggisse che fosse più tardi potuta tornare necessaria. Non era facile trovare il denaro per questi acquisti, oltre alle spese per il mantenimento delle ragazze ospitate. Tutto il suo patrimonio personale era stato investito; egli continuava a lavorare sodo e a risparmiare il centesimo. Così fu descritto: “Alta statura, indole solitaria, modi semplici e bonari e poco curante dell’eleganza del vestire”. Erano passati i tempi delle fiammeggianti divise e dell’abbigliamento retour-de-Paris. Si era fatto ormai povero per aiutare i poveri: non avevano tutti i torti i barabba di Borgo S. Donato a dare la baia al “cavaliere delle ciabatte”. Le antiche amicizie a corte e all’università, le cospicue parentele gli servirono per avere aiuti in favore della sua opera. Quando, con il permesso dell’autorità ecclesiastica, si poté fare alla porta delle chiese qualche colletta per l’Opera di S. Zita, si vide il discendente dei marchesi Faà di Bruno, lo scienziato illustre, il professore universitario sostare silenzioso all’uscita dei fedeli e ricevere l’obolo per le giovani creature a lui affidate.

Il dilatarsi dell’Opera di S. Zita seguiva i ritmi delle necessità che si presentavano nello svolgimento stesso dell’opera assistenziale. Non dimenticava però l’opera di formazione religiosa a favore delle fanciulle del borgo con l’oratorio festivo femminile, che aveva intitolato “scuola di canto”, qualifica più attraente e simpatica. Le persone di servizio, che dovevano passare un certo periodo nell’istituto prima di trovare un posto adeguato, quelle che vi si ritiravano per varie circostanze, oltre che avrebbero preferito lavorare nell’istituto stesso, crearono per il fondatore il problema di come provvedere al loro sostentamento e di non lasciarle oziose, senza che si guadagnassero onestamente il pane. Era un suo chiodo fisso; le ragazze avrebbero dovuto imparare la laboriosità e impegnarsi in un lavoro, anche per non sentirsi di peso e meritarsi l’aiuto che ricevevano. Nacque così la famiglia delle Clarine, dedicata a S. Chiara di Assisi. Il cavaliere pensò ad una grande lavanderia, sfruttando il canale Valentino, che passava nel borgo. Aveva, come sempre, dinnanzi agli occhi i ricordi di Parigi, dove esistevano già questi servizi per il pubblico. Egli ideò e costruì a poco a poco una lavanderia con macchine a vapore ed essiccatoi di sua invenzione, con tutti gli accorgimenti perché il lavoro delle addette fosse il meno pesante possibile. Ebbe clientela di rilievo come l’Accademia militare, le Ferrovie dello stato (per i pizzi che allora si mettevano sulle spalliere delle vetture di prima classe), il municipio di Torino. E proprio al municipio di Torino rivolgeva una petizione perché volesse costruire dei lavatoi pubblici a comodità delle famiglie povere. “Presso le nazioni più incivilite, scriveva, si pensa da più anni a provvedere di pubblici lavatoi i grandi centri di popolazione. Un tale filantropico divisamento contribuisce assai all’igiene pubblica, non solo per la maggiori facilitazioni che si porgono alla pulizia soprattutto delle basse classi ma anche per le migliori guarentigie di salute che ne ritraggono le povere madri di famiglia, le quali dovendo ora soffrire per le intemperie: la pioggia, il vento, il freddo nonché dormire e soggiornare colle loro famiglie in camere bagnate o umide, sono sovente, esse ed i loro figli, vittime del lacrimevole loro stato”. Era una denuncia chiara e concreta, che contribuì a tenere vivo il problema, al quale il municipio torinese diede poi adeguata soluzione. Così fu per suo suggerimento che venne istituita per iniziativa municipale l’opera dei fornelli economici per i lavoratori poveri, secondo il modello che egli aveva visto a Parigi.

 

Le scuole magistrali

 

Il Faà pregava molto, ma i suoi occhi, che si volgevano spesso ala cielo, sapevano guardare attentamente anche la terra. Se aveva pensato alle collaboratrici familiari, ad altre ragazze bisognose di una sistemazione, nella sua carità e nel suo previdente buonsenso, vide che sarebbe stato opportuno dare una educazione cristiana ed un’adeguata preparazione professionale alle fanciulle che, orfane o in stato di estrema indigenza, non avevano un avvenire sicuro. Come in un alveare si apersero altri locali, sorse la classe delle educande e l’Opera di S. Zita si arricchì di un coro di voci argentine. Il canto e la musica, l’hobby del fondatore, furono coltivati con entusiasmo. Anche in questo il fondatore seguiva una chiara indicazione pedagogica, che si sviluppava all’insegna della serenità e della gioia, come avveniva non molto distante per i ragazzi di don Bosco a Valdocco.

L’educazione dei giovani, nello specifico campo femminile, gli si presentava così con rafforzata urgenza. Come sempre, abituato alla ferrea logica dei numeri, vide la soluzione del problema alla fonte, nella preparazione di future maestre cristiane. Un sacerdote, certo don Bonino, aveva istituito un istituto magistrale femminile, intitolandolo all’Annunziata, ma aveva incontrato un mucchio di difficoltà e non riusciva a tirare avanti. Faà di Bruno accettò di rilevare quella difficile gestione, che però corrispondeva ai suoi desideri. E poiché non abborracciava mai nulla in fatto di studi, procurò di avere un gruppo di insegnanti di eccezione, mentre aggiungeva alle sue spalle l’insegnamento delle scienze matematiche. Scriveva infatti: “Scopo di quello istituto è di istruire le figlie di civil condizione, ed eziandio di abilitare specialmente giovani damigelle all’insegnamento pubblico e privato, col somministrare loro tutte le cognizioni necessarie per compiere con successo o nelle scuole o nelle famiglie i proprii uffici. Niuno è che dubiti di quanta importanza sia per la società l’avere morigerate ed istruite maestre, quando si pensi che gran parte della crescente generazione viene alle loro mani affidata. Mirando a tal fine, l’istituto si preoccupa non solo di coltivare l’intelligenze delle allieve cogli studi, ma di formare altresì il cuore ad un’incrollabile virtù, non che la mano ai lavori, i quali purtroppo, se negletti, pongono a grave rischio l’avvenire sempre incerto di una giovane donzella”.

Quest’ultimo accenno è delicatissimo e rivela uerst’ultimo accenno la comprensione di certe situazioni di povertà, più dolorosa perché nascosta, che il suo animo di gentiluomo conosceva e soccorreva, come conosceva e soccorreva la povertà delle popolane. Così, mentre aprì il Pensionato per le vecchie donne e l’Infermeria di S. Giuseppe per povere donne e inferme, diede vita anche ad un Pensionato per signore di civil condizione che sole o con rendite limitate non potevano più vivere nella loro casa. Diverse di queste signore erano straniere e il cavaliere, prendendo i pasti con loro, teneva desta la conversazione parlando nelle diverse lingue, per vincere l’isolamento che ne sarebbe derivato. Era un sacrificio di più che egli si sobbarcava, perché finiva per mangiare poco e male. D’altra parte nella casa non si poté mai sapere quello che gli piacesse o meno in fatto di cibi; scherzando diceva, portando l’indice e il medio alla gola: “Quando sarà passato per questo piccolo spazio alto due dita, tutto è finito; non rimane più né piacere né disgusto”. E soggiungeva: “Sono stato parecchi anni alla tavola di re Vittorio Emanuele, ma vi assicuro che qui mangio tanto bene come alla mensa reale”.

 

Dolori e amarezze

 

Qualche lettore potrebbe chiedere se questo fondatore laico trovasse facile il cammino, se quest’uomo soprattutto in mezzo a uno stuolo di ragazze e di donne di tale e così diversa estradizione, cultura, educazione non incontrasse difficoltà, crisi, pettegolezzi. Chi è pratico di vicende umane sa di quante amarezze e seminata ogni realizzazione del genere. Ci vuole un cuore forte, fiducioso nella Provvidenza, pieno di speranza. Ci vuole soprattutto un grande amore per i poveri e una energica disposizione al sacrificio. Francesco Faà di Bruno ha dato eroica testimonianza di queste virtù, proprio quando la sua particolare situazione di nobile, di laico, di uomo di scienza sembrava contraddire alla sua scelta di vita povera tra i poveri. Glielo aveva ripetuto una zia, che pur dandogli aiuti concreti per la sua opera, non riusciva a rendersi conto di quella scelta: “Franceschino, che cosa stai qui con queste servacce (in dialetto: con costi serventòn), mentre potresti startene a casa tranquillo?”. Starsene a casa tranquillo, a leggere, a studiare nella quiete dell’appartamento di via Belvedere! Era una tentazione seducente, ma egli sapeva vincerla, anche se non misurava tutta la portata quando a chi gli riferiva qualche nuovo cruccio venuto fuori nell’Opera confidava: “Guarda che cosa mi capita. Io potrei essere tranquillo a casa mia e andare in pariglia (a tir da doi) e invece Dio vuole che io si a qui a guadagnarmi il paradiso”. Verso gli ultimi giorni della sua vita, pensando a tutte le prove passate, comprendiamo come abbia potuto esclamare: “Certo, se dovessi ricominciare di nuovo, non so quello che farei”. Comprendiamo pure ch’egli, per nulla misogino e antifemminista, abbia potuto affidare ad un taccuino questa riflessione (con l’italiano che di solito va per suo conto): “Le donne sono assai misteriosissime, più si studiano e meno si intendono; poi sono un essere fragilissimo ed imbrogliatissimo”.

La Provvidenza di Dio, guidava pian piano la crescita e la maturazione dell’Opera di S. Zita, preparava, quasi intrecciandoli, tre avvenimenti di portata eccezionale: la costruzione di una nuova chiesa, la fondazione delle suore Minime del Suffragio e l’ordinazione sacerdotale del fondatore.

 

La chiesa del Suffragio

 

La periferia di Torino, come quella delle città in crescita, imponeva la costruzione di nuove chiese. In borgo S. Donato si era iniziata da pochi anni la circoscrizione parrocchiale dell’Immacolata e, mentre veniva officiata la cappella di un istituto di educazione per povere ragazze e di un oratorio festivo femminile, fondati anche in quegli anni dalla generosità di un benemerito sacerdote, il teologo Gaspare Maccarelli, si pensava all’erezione del nuovo tempio al principio del Borgo con la facciata rivolta all’attuale piazza Statuto. Francesco Faà di Bruno, prevedendo l’espandersi della città, aveva progettato e iniziato la costruzione della nuova chiesa dell’Opera di Z. Zita, più avanti nella via S. Donato. Ma nello stesso anno in cui egli aveva designato il sito per la nuova chiesa, i promotori della erigenda chiesa parrocchiale cambiarono parere e acquistarono un terreno anch’esso lungo la via S. Donato. Sembrò dapprima impossibile che dovessero sorgere due chiese a poca distanza l’una dall’altra con la facciata sulla medesima strada. Ma il cav. Francesco Faà di Bruno, se era un uomo virtuoso, era pure un uomo tenace e volitivo. Rispettoso dei diritti altrui, avrebbe certamente ceduto se l’autorità diocesana glielo avesse imposto. Fu lasciato libero ed egli poté realizzare il bel sogno di erigere una chiesa a onore della Madonna, che chiamò N. S. del Suffragio. Un sogno che gli costò preoccupazioni, debiti e fatiche senza numero. Perché questo titolo, nuovo per la città di Torino? Ricordate le lettere scritte dal fronte dal giovane ufficiale di stato maggiore e le sue meditate parole sulla morte che falciava inesorabile il soldati, quelli che pensavamo alla loro anima e quelli che vi pensavano poco o affatto? La morte era stata la compagna della sua infanzia e della sua giovinezza, quando fu orfano di mamma e poi di padre, mentre l’amato fratello Emilio, immolatosi nell’Adriatico, gli era sempre presente con i suoi marinai scomparsi nei gorghi … Per questo la devozione per le anime del purgatorio gli divenne familiare e quotidiana. Era anche un modo di professare, con un tempio ed una invocazione permanente alla Madonna, la fede della Chiesa nell’aldilà.

Il disegno della chiesa è opera del conte Arborio Mella. Secondo i gusti dell’epoca, ancora pervasa di romanticismo, l’architetto si ispirò allo stile romano bizantino. Ma il Faà di Bruno vi fece dei tagli e delle modifiche, che a lui sembravano necessarie, data la ristrettezza dello spazio e la necessità di inserire la chiesa nei fabbricati già esistenti. L’Arborio Mella pubblicò al riguardo una protesta sui giornali. Anche se non si possono condividere gli elogi di maniera, che vennero fatti alla nuova costruzione, si deve riconoscere che ne è venuta fuori una chiesa decorosa e funzionale. Il Faà, che aveva scapitozzato il vertice della cupola per farne un osservatorio astronomico, riservò a se il disegno del campanile, una costruzione curiosa, più geometrica che artistica, che saliva a 75 metri dal suolo e dominava il panorama di tegole di Borgo S. Donato. Il problema dell’altezza finiva per essere un problema di prestigio … religioso. La Mole Antonelliana, con i suoi 175 metri, la più alta costruzione in muratura d’Europa, doveva essere la sinagoga degli ebrei torinesi, che pensavano quasi ad una rivincita dopo secoli di ghetto collocando alto nel cielo della città il candelabro a sette braccia. I devoti rabbrividivano … Il progetto non poté venire realizzato. Si parlò anche di un tentativo di don Bosco di acquistare la Mole già iniziata per farne un tempio al Sacro Cuore. La comperò poi il municipio, la finì con grandi spese, collocandovi in cima un genio alato, cambiato quando la statua fu piegata pericolosamente dal vento, con una grande stella. L’umorista Alberto Viriglio annotava, fra le curiosità di Torino, “l’identificazione del bronzo dorato che luccica al sole sul fastigio della Mole Antonelliana  e non si sa se raffiguri il genio, un tacchino allo spiedo ovvero una gigantesca pannocchia di meliga”.

Sul campanile di borgo S. Donato venne issata la statua di rame dorato, alta cinque metri, raffigurante S. Michele arcangelo, le ali spiegate, nell’atto di chiamare i morti al giudizio. La statua venne collocata con un sistema studiato dal Faà stesso, che non ebbe timore di mettere a manovrare corde e carrucole le ragazze dell’Opera. Ma i suoi calcoli matematici e fisici erano così perfetti, che la statua fu collocata ferma e sicura e non si mosse più. Nell’elogio funebre del costruttore, l’amico professore universitario sac. Vincenzo Papa poteva vedere “levarsi alta e artisticamente disegnarsi la dorata effige dell’angelo della risurrezione, che rifulge sovrana su quell’ardimento dell’arte che è il campanile della chiesa del Suffragio”. Mentre il maligno già citato Viriglio parlava della “guglia polimorfa e policroma che si innalza nel borgo S. Donato, serena forse, ma non immacolata concezione di un’arte che par più vicina al traforo che non ai sani precetti ed ai purissimi esempi di Vitruvio e di Vignola, dei quali non otterrebbe probabilmente il  … suffragio”.

Non ci perderemo in valutazioni artistiche: quella chiesa aveva un altare, quell’altare un tabernacolo. È un punto essenziale nell’esperienza ascetica di Francesco Faà di Bruno. La costruzione dell’edificio era già avanzata quando venne chiesto al Faà da parte di un amico: “Signor cavaliere, chi sarà il rettore della chiesa, quando sarà finita?”. La risposta fu evasiva: “Vi ho già pensato; attenda e vedrà”. Sotto quelle parole diplomatiche si nascondeva un drammatico caso di coscienza.

 

Il certosino laico

 

Quel laico non aveva solo costruito una chiesa; con il suo esempio, la sua parola, la sua carica di generosità e di altruismo aveva pure ispirato un gruppo di ragazze dell’Istituto la vocazione religiosa.

Egli, ch’era chiamato da molti il “certosino laico”, si era così trovato in una posizione diremmo unica nella pur varia storia delle congregazioni religiose. Aveva indirizzato a dei sacerdoti, particolarmente ad una padre gesuita, le prime postulanti della sua futura famiglia religiosa. Ma quelle brave figliuole ricorrevano spesso a lui per i loro problemi di ordine spirituale; ascoltavano volentieri dal suo labbro parole di meditazione; da lui avevano ricevuto una foggia di abito, che si sarebbe poi perfezionato nel tempo come abito religioso. Egli, che al fonte battesimale aveva ricevuto il nome di Francesco da Paola fondatore dei Minimi e che venerava il santo calabrese per l’umiltà e la carità verso i poveri, aveva già pensato in cuor suo il nome delle suore: “Minime di N. S. del Suffragio”.

Per formare adeguatamente queste giovani “probande” il Faà pensò che occorrevano delle religiose già sperimentate che facessero loro da guida. Andò al Cottolengo a parlare a mons. Luigi Anglesio, che lo conosceva e lo stimava moltissimo. Gli venne concesso un certo numero di suore. Era questo un gesto eccezionale da parte di “Padre” Anglesio, il quale non concedeva mai suore per altre fondazioni. Quando qualche sacerdote andava a chiedere delle suore per una nuova istituzione, l’Anglesio, vero uomo di Dio, dava invariabilmente questo consiglio: “È difficile che religiose di un determinato istituto possano guidarne un altro. Prenda lei un gruppo di brave ragazze, le informi del suo spirito e, con l’aiuto di Dio, ne faccia una congregazione religiosa”. Così fece con il ven. Federico Albert e con il ven. Clemente Marchisio: le suore Vincenziane di Maria Immacolata di Lanzo Torinese e le Figlie di S. Giuseppe di Rivalba possono quindi ringraziare la prudenza e lo spirito di fede del primo successore del Cottolengo, se sono nate, come nuovi virgulti, nella Chiesa.

Nel caso dell’Opera di S. Zita fu fatta una significativa eccezione: si trattava del Faà di Bruno stimato ed ammirato, ma si trattava anche di un laico a cui non si poteva fare la proposta di dirigere lui una Congregazione religiosa femminile. Le suore furono concesse. Ma ebbe ragione ancora una volta la diagnosi prudenziale del can. Anglesio. Il Faà di Bruno scrisse nelle Memorie dell’Istituto: “Le suore, che appartengono alla casa solo per obbedienza, non possono avervi tutto l’interesse; vivendo sotto altro spirito ed altra direzione, difficilmente si piegano agli ordini e ai desideri d’una direzione diversa … Hanno i piedi dentro ed il capo fuori. Di questo non ne fo colpa; sarebbero pur le nostre così. Ogni pianta ama un terreno e un clima proprio e non attecchisce fuori del luogo natio; nondimeno ogni pianta è stimabile e piacevole”. Con questo riconoscimento da gentiluomo viene consegnata alla storia dell’Opera di S. Zita la rottura della collaborazione con le suore Cottolenghine, rottura convenuta in circostanze dolorose, quando il fondatore si trovava a Roma per la questione della sua ordinazione sacerdotale. Fra tutte le difficoltà che lo angosciavano in quei mesi di estate 1876, questa non era stata la più piccola. Il Signore avrebbe provvisto.

Perché si trovava a Roma? Erano entrati in campo al riguardo personaggi autorevoli, che avevano per il Faà di Bruno molta stima e lo seguivano da tempo. Troviamo in questo gruppo nomi famosi come quello di S. Giovanni Bosco e di S. Leonardo Murialdo, altri meno famosi, ma non meno circondati, nell’ambiente torinese, di venerazione per la loro santità e prudenza, quali mons. Moreno, vescovo di Ivrea, mons. Galletti, vescovo di Alba, mons. Anglesio, il filippino padre Carpignano, il parroco di S. Donato, teologo Griva, il can. Nasi, il gesuita padre Vasco. Tutti tennero al Faà di Bruno il discorso che già anni prima gli aveva fatto il vescovo di Mondovì, che gli era particolarmente amico, il dotto e rigido mons. Ghilardi domenicano: “Signor cavaliere, che cosa manca a lei per essere prete? Si decida, vesta l’abito ecclesiastico e in breve tempo sarà sacerdote”.

Che cosa manca … Si decida … Queste due espressioni ci possono suggerire la misura del caso di coscienza del prof. Francesco Faà di Bruno, che si avviava verso i cinquant’anni. Nella sua sincera umiltà sentiva di non fidarsi troppo del desiderio, che lentamente andava in lui maturando, del sacerdozio. L’attirava soprattutto la sua insaziabile fame eucaristica. La messa, a cui partecipava con profondo raccoglimento, rappresentava per lui, secondo la spiritualità del tempo, il mistero venerando e tremendo a celebrare il quale degnamente occorrevano virtù e disposizioni eccezionali. Confidava la sua intima angoscia al confessore padre Felice Carpignano. Ne riceveva forza e incoraggiamento.

Intanto il tempo passava; egli, preso dall’insegnamento , dalle cure dell’Opera, dalla costruzione della chiesa, non riusciva a realizzare il “si decida” di mons. Ghilardi. Quando la chiesa nel 1876 fu quasi terminata, s’impose con urgenza una soluzione. Gli sarebbe stato caro celebrare su quell’altare la messa, nel giorno dell’inaugurazione.

Con altri vescovi non ci sarebbero state difficoltà, ma a Torino c’era un vescovo di eccezione, mons. Lorenzo Gastaldi. È stato affermato, non si sa su quale fondamento, che mons. Gastaldi avrebbe preferito che il Faà di Bruno, un laico cristiano di notevole rilievo sulla cattedra universitaria, tale rimanesse perché la sua testimonianza era più valida ed eloquente di quella data da un prete.

Ora mons. Gastaldi era un uomo di idee molto aperte, ma non in modo tale da ritenere che un laico, di quei tempi, potesse continuare a dirigere un’Opera di carità con popolazione femminile e una nascente congregazione di suore. Nessuno ostacolo quindi da parte dell’Arcivescovo alla vocazione sacerdotale del maturo professore, anzi incoraggiamento e approvazione. Ma … c’era nella visione di mons. Gastaldi un grosso “ma”. L’aspirante al sacerdozio, uomo di scienza e di pietà, avrebbe dovuto attendere, almeno in un corso accelerato, a regolari studi teologici. Non bastava, secondo l’arcivescovo, la sua preparazione morale e ascetica, che gli aveva permesso di scrivere articoli e volumetti in materia religiosa. Era un punto irremovibile per mons. Gastaldi, quello della adeguata preparazione teologica dei candidati al sacerdozio, preparazione che l’aveva messo in contrasto, insieme con altri, anche con S. Giovanni Bosco, ch’egli aveva pure protetto e difeso da canonico e da vescovo di Saluzzo. Per il Faà di Bruno non si trattava di un brav’uomo che avrebbe poi fatto il cappellano di una borgata di campagna; si trattava di un docente universitario, la cui ordinazione avrebbe attirato l’attenzione di tutta Torino e l’arcivescovo non voleva si dicesse che i preti si facevano a macchina. Ce n’erano purtroppo già molti preti soltanto … da messa. Aveva già fatto attendere oltre un anno altri due aspiranti anziani come  e più di lui. Quindi non demordeva; studi regolari e spazi di tempo stabiliti dal diritto canonico per i singoli ordini. A nulla valsero i buoni uffici dei venerandi sacerdoti, amici del Faà e dell’arcivescovo. Quando mons. Gastaldi, scriveva mons. Carpignano che era pure suo confessore, “credevasi in dovere dinanzi a Dio di fare una cosa, non guardava più a nulla e stava fermo a qualunque costo”.

Questa posizione dell’arcivescovo acuì ancora il problema spirituale del Faà di Bruno, che sentì gravare sull’anima sempre più pesante la responsabilità della scelta. Non gli andava poi molto giù la ragione portata da molti: doveva farsi prete perché il popolino si scandalizzava a vedere un laico dirigere un’istituzione femminile. Il p. Carpignano ne sorresse con prudenza la resistenza interiore e, per gli aspetti canonici, gli diede il consiglio decisivo, che collimava con quello del fratello p. Giuseppe: “Vada a Roma”. Nella sua umiltà il Faà obiettò: “Chi mi conosce a Roma?”. La risposta fu chiara e precisa: “A Roma lei è conosciuto forse più che a Torino”.

 

L’ordinazione sacerdotale

 

P. Carpignano aveva ragione. A Roma c’era l’influente cardinale piemontese Luigi Origlia di S. Stefano, c’era il fratello p. Giuseppe, superiore generale dei Pallottini, c’erano molti altri amici sull’una e sull’altra sponda del Tevere. Don Bosco aveva fatto giungere lettere di raccomandazione. Il Papa stesso, l’angelico Pio IX, ormai al tramonto del suo lunghissimo pontificato, conosceva l’uomo e la sua opera, per relazioni che gli erano giunte favorevolissime, e l’aveva aiutato inviando larghe oblazioni.

Con l’autorità pontificia fu superato l’ostacolo della curia torinese. Il Faà di Bruno, che aveva rifiutato l’ospitalità in palazzi patrizi e si era stabilito presso i “Cento preti”, ebbe un’udienza paterna e cordiale dal vecchio Pontefice il 21 agosto 1876. “Jeri dunque alle 12,30 vidi il Santo Padre: baciai la pantofola, come si usa, e poi la mano. Fu assai buono con me; e nella confusione ciò che dissi di meglio fu della sua grandissima offerta; gli parlai poi dei miei desideri, del mio sacerdozio, ecc. Il S. Padre indovinò le mie brame e mi disse che alla mia età già bisognava essere ordinato presto. Mi diede la sua benedizione e mi lasciò sperare un calice per la chiesa”. Il calice gli fu dato il giorno dopo, quando venne chiamato d’urgenza in Vaticano ed ebbe un tuffo al cuore pensando che il suo progetto fosse naufragato e invece si trovò dinnanzi la bella sorpresa. Il Faà ne fu commosso e scriveva a Torino: “Ecco un bel tratto del S. Padre, che prova la delicatezza e la squisitezza del suo sentire. Io gli mandai il calice magnifico da lui regalatomi per mezzo del suo Cappellano, onde dicesse una messa con esso, come altri hanno ottenuto. Così restava consacrato di sua natura e noi avremmo avuto una bella memoria di più del Papa. Il Papa stette un po’ perplesso, quasi volendo dire di sì; poi rispose: No, si deve far prete: ditegli piuttosto che con questo dica la sua prima messa. E così riservò a me l’onore di usarlo per primo!”.

Francesco nella sua stanzetta ai “Cento preti” presso ponte Sisto studiava teologia e attendeva gli eventi. Sempre forte era in lui il timore di non essere chiamato e raccomandava per lettera alla direttrice dell’Istituto di fare celebrare una messa nel santuario della Consolata ed una allo Spirito Santo per essere aiutato in quei momenti di trepidazione. L’arcivescovo Gastaldi aveva dato il permesso di ricevere l’abito talare e gli ordini minori. Si pensò che fossero sufficienti le lettere “dimissorie” del suo vescovo di origine, quello di Alessandria. Così il Papa Pio IX ruppe gli indugi e con Breve Apostolico in data 22 settembre concesse l’ordinazione agli ordini maggiori e al presbiterato nel più breve tempo possibile. Nelle domeniche 8 e 15 ottobre 1876, sempre per mano dell’amico card. Luigi Origlia di S. Stefano, ricevette il suddiaconato e il diaconato e la domenica 22 ottobre, sempre nella cappella privata del cardinale, fu ordinato sacerdote.

La meta, dopo tante traversie, era raggiunta. Nell’anima di Francesco Faà di Bruno subentrò una calma e una serenità ammirevoli; nel suo tratto, nel suo comportamento non cambiò nulla; eppure sembrava che fosse stato prete da sempre. Incominciò ad essere chiamato, secondo l’uso piemontese nei riguardi dei sacerdoti di famiglie nobili, “signor abate” e così verrà chiamato fino alla morte. I giovinastri di borgo S. Donato avrebbero avuto a disposizione un altro titolo per insolentirlo: “abate d’le pate (abate degli stracci), oppure quello, carico di invereconde allusioni: “prete-uomo”.

Ma non era questa per lui una grossa preoccupazione pensando alla sua bella chiesa e alla sua Opera, che a Torino l’attendevano. Celebrò con grande fervore le prime messe in vari santuari romani cari alla sua devozione, come la cameretta di S. Luigi Gonzaga, di S. Filippo, di S. Ignazio, nelle catacombe presso la tomba di S. Cecilia, la patrona della musica che egli tanto amava, rimettendosi completamente nelle mani di Dio. Ebbe ancora la gioia di una affettuosa udienza di Pio IX, ormai ingobbito e macilento, ma ancora pieno di vivacità e pronto sempre a captare i segni della grazia divina nell’anima di chi si avvicinava a lui. La benedizione di Pio IX fu l’ultimo viatico per il Faà di Bruno, che il 30 ottobre partiva da Roma. Il 31 ottobre a Torino l’arcivescovo mons. Lorenzo Gastaldi doveva benedire solennemente la nuova chiesa del Suffragio. Con fine gesto di riguardo dettato anche da timore riverenziale, l’abate si fermò nella natia Alessandria privandosi di partecipare a quella solenne cerimonia. Soltanto a sera inoltrata giunse all’Istituto, che ora si chiamava Conservatorio di N. S. del Suffragio, accompagnato dal fratello p. Giuseppe, accolto a festa da tutta la multiforme sua famiglia spirituale e il giorno dopo – festa di tutti i Santi – cantò la messa all’altare della sua chiesa riversando la piana del suo cuore presso quel tabernacolo, che l’avrebbe visto continuare le lunghe veglie di meditazione e di preghiera.

Restava il problema dei rapporti con l’arcivescovo. Lui stesso si era preparato al peggio quando scriveva da Roma: “Pazienza, un angolo da pregare sulla terra mi rimarrò e d’un altare per dir messa. Sarà sacrificio con sacrificio”. Francesco Faà di Bruno non conosceva a fondo mons. Gastaldi, che se aveva una scorza dura, era animato dalle più rette intenzioni. In mezzo poi c’era p. Carpignano e c’era anche la pietà, l’umiltà e la prudenza dell’abate, virtù tutte che il Gastaldi riconosceva e stimava. Così nulla venne mutato nella sua posizione di fondatore del Conservatorio e di rettore della chiesa annessa, anche se l’arcivescovo, venuto a conoscere dalla comunicazione ufficiale del vicariato di Roma che era stato considerato suddito del vescovo di Alessandria, gli fece scrivere che doveva considerarlo prete extradiocesano e che facesse dare dal suo vescovo il permesso di risiedere fuori diocesi.

Si doveva intanto decidere la ripresa o meno dell’insegnamento universitario. Francesco Faà di Bruno, che aveva chiesto inutilmente la nomina a professore ordinario, era pronto a farne sacrificio per riguardo alla sua nuova situazione. Non era dello stesso parere il famoso astronomo gesuita p. Angelo Secchi che gli scriveva: “Questa sua consacrazione alla Chiesa nello stato sacerdotale è per il clero un grande guadagno e sia lodato il Signore che glielo ha ispirato. Ella mi domanda se in questo nuovo stato ha da rinunziare alla Università ed abbandonare la cattedra o continuare nella scuola. Il mio sentimento non è punto esitante su questo punto. Ella deve continuare come prima. Ella era decoro dell’Università italiana e stimato da tutti i professori, perché ha trafficato industriosamente il talento delle matematiche, le più astratte e difficili, che il Signore le ha dato ed ora sarà nuovo decoro del clero insieme e del Paese. Potremo così aggiungere uno alla scarsa lista delle notabilità scientifiche le quali onorino la Chiesa”.

Mons. Gastaldi era dello stesso parere di p. Secchi e fece comunicare, per il solito tramite del p. Carpignano, il suo pieno e incondizionato assenso perché “continuasse ad insegnare come professore straordinario”.

L’abate Faà di Bruno, sereno e taciturno come sempre, rientrò all’Università portando sulla cattedra la nera talare del prete. E riprese a lavorare nel Conservatorio con energia giovanile, come sembrava rinascergli dalla quotidiana celebrazione della messa. “Egli voleva – leggiamo in una bella pagina dell’amico teol. Biginelli – l’istruzione della mente congiunta coll’educazione del cuore, lo studio unito alla pietà, il silenzio santificato dal lavoro, il canto alternato con la preghiera, e tutta la giornata rivolta alla gloria di Dio, all’amor del prossimo e alla salute dell’anima. Egli stesso ne deve, per primo, l’esempio: la sua vita era una sintesi, un compendio di tutte queste virtù. Egli scienziato, egli artista, egli musico, egli uomo d’azione; egli uomo di carità; egli l’uomo dell’antico e del moderno progresso, inglese nel tesoreggiare il tempo, tedesco nella serietà di vita, francese nell’ispirazione del genio, italiano nell’ostinazione dei suoi propositi. Sospirava da lunghi anni di elevare un tempio dove Dio avesse un culto degno di lui e dove la coscienza dei poveri e delle poverelle di spirito trovassero riposo e conforto. E quel che egli volle, fu; quello che egli concepì, eseguì con nobili ed eroici sacrifici”.

 

I dieci anni

 

Non durò molto la freddezza di mons. Lorenzo Gastaldi verso l’anziano sacerdote che, contro la sua volontà, Roma aveva ordinato. Una lettera umilissima dell’abate Faà di Bruno ringraziava per la comunicazione di totale perdono fattagli nel maggio 1877 per mezzo di p. Carpignano e affermava nello stile di allora: “Procurerò impertanto, coll’aiuto del cielo, di rimarginare, mercè una filiazione devota, la piaga fatta al paterno suo cuore e spero che, col tempo, V. E. consolata dalla mia condotta mi rivolgerà un giorno quelle parole: Euge, serve bone et fidelis, intra in gaudium Domini tui; Vieni, servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore.

Francesco Faà di Bruno aveva già lanciato uno sguardo al suo futuro, quando aveva scritto una lettera proprio a mons. Gastaldi l’8 luglio 1876 nei disperati tentativi di strappare il suo consenso per l’ordinazione. “Supplico V. E. a pensare che purtroppo per li miei peccati e la mia indegnità sono l’operaio dell’ultima ora; epperciò ad aiutarmi molto ma molto, onde in questi 10 anni, che ancora mi avanzano di vita, attiva ed efficace, possa operare alcun che di bene ed essere un po’ di consolazione al paterno suo cuore, che così zelantemente vorrebbe portare tutte le sue pecorelle all’ovile di Cristo”.

In questi dieci anni … aveva calcolato da matematico che l’età media di allora l’avrebbe ancora tenuto al mondo per un decennio. E non si sbagliò che di un anno.

Come furono laboriosi e pieni di impegno quegli anni. L’insegnamento universitario, che per lui non poteva essere di ruotine, gli procurava l’attenzione e la stima degli allievi, ch’egli seguiva ad uno ad uno. “Il suo corso – testimoniò uno di essi – aveva un ordinamento tutto speciale. Non si può dire che fosse un professore metodico del tipo tedesco. Educato ed istruito in Francia, aveva ereditato da quella nazione lo spirito intraprendente, pronto e geniale, che lo portava, direi quasi involontariamente, a far delle dissertazioni sulla materia più con amore di artista che con la meticolosità dell’insegnante. Ma quando si accorgeva che le trattazioni d’integrali di ordine superiore, che egli maneggiava con singolare disinvoltura, non penetravano nei nostri cervelli, si affrettava a riprendere la dimostrazione e qualche volta, mancandogli il tempo, c’invitò alla sera al suo Conservatorio di S. Zita dove ci ripeté buona parte della lezione”. Aveva un forte senso dell’umorismo, che veniva nutrito anche dalla sua umiltà, umorismo sereno e pacato, da vecchio piemontese, come quando, avendo portato in curia per il controllo lo stato delle spese per l’erezione della nuova chiesa, il bravo contabile gli fece osservare che c’era una addizione sbagliata. “Val la spesa – commentò il Faà di Bruno – di essere professore di calcolo sublime per non saper fare le quattro operazioni”. E corresse l’errore. Un giorno una suora gli portò in camera un recipiente con l’acqua calda per la barba e, non volendo posare sul tavolo il coperchio, lo infilò nel beccuccio del recipiente stesso. L’abate guardò attento l’armeggio della suora e poi commentò: “Guarda, io che ho studiato tanto non sarei arrivato dove sei arrivata tu”.

Nella sua giornata trovavano ancora posto le invenzioni di apparecchi utili ed ingegnosi soprattutto per l’uso scolastico, che erano stati la sua passione giovanile, come l’apparecchio dimostrativo del movimento dei nodi e del perigeo della luna o il barometro differenziale. In una invenzione di tanti anni prima aveva messo tutto il suo cuore di fratello, lo scrittoio Bruno per i ciechi. Lo studiò quando la sorella Maria Luisa, che aveva sposato il conte Radicati, per una malattia perse la vista mentre era ancora giovane. Lo scrittoio permetteva ai ciechi di scrivere correntemente nel modo tradizionale. Lo scopo era duplice: 1) fornire il mezzo di scrivere  nel modo ordinario a chi ha la disgrazia di perdere la vista sapendo già leggere e scrivere; 2) fai imparare ai ciechi, che non sanno ancora scrivere, anche la strutturazione usata dai veggenti.

Lo scrittoio Bruno ebbe riconoscimenti autorevoli in Italia e all’estero.

Ma il più alto riconoscimento gli venne dal pianto di felicità della amata sorella, commossa per il delicato gesto fraterno, che lo ispirò e lo fece costruire con vero intelletto d’amore.

Il cuore di Francesco, così sensibile di fronte ad ogni sventura, sembrò ancora dilatarsi nel carisma dell’ordinazione sacerdotale. Senza perdere nulla della concretezza dei suoi disegni, dei suoi svariati progetti, che miravano spesso ad aiutare le istituzioni di carità, esistenti in Torino, verso le quali si sentiva in accordo e sintonia. Non tutti comprendevano il suo dinamismo, pacato e testardo nello stesso tempo, né tutti i suoi progetti andavano in porto facilmente. Da buon alessandrino non disarmava mai, portando sulle sue spalle il peso maggiore, senza recriminazioni per nessuno. È suo il progetto di una macelleria e di un panificio che fossero gestiti in cooperativa dagli istituti religiosi di Torino. Se ne interessò anche S. Leonardo Murialdo, sempre carico di debiti! Così aperse l’Emporio cattolico, dapprima per i paramenti sacri, e poi anche per altre forniture similari; potenziò la Biblioteca circolante che aveva già fondato nel 1863; impiantò la tipografia, di cui abbiamo già parlato, scrivendo articoli per il bollettino mariano e per quello missionario, di cui curava la stampa, facendo nuove edizioni delle sue opere scolastiche (i Sunti di morale ad uso delle scuole normali e i Sunti di fisica, di meteorologia e chimica con 132 figure e tavole ad uso dei licei, edito da Paravia). Pubblicò libri di cultura religiosa e altri (pensò ad un Lexicon agiografico, una piccola enciclopedia dei santi) mise in cantiere, lavorandoci intensamente; soltanto la morte gli fece cadere la penna di mano. Tradusse dal tedesco, dall’inglese, dal portoghese opere ascetiche, che trattavano soprattutto dell’Eucaristia. A chi gli chiedeva dopo il pranzo, se andava a riposare, con occhi meravigliati rispondeva: “Ma io devo lavorare”. Anche la produzione scientifica non ebbe sosta; articoli di impegno furono da lui inviati a riviste estere qualificate; si dedicò alla composizione in francese e alla stampa della sua opera somma su la Teoria delle funzioni ellittiche. Il primo volume era quasi compiuto: l’opera fu interrotta dalla morte dell’autore.

Sembrerebbe impossibile che il Faà di Bruno potesse attendere a tutte queste attività se un metodo collaudato di studio, una razionale utilizzazione di ogni ritaglio di tempo (a chi lo dissuadeva di fare qualcosa perché c’era solo un quarto d’ora a disposizione, il vecchio ufficiale ribatteva che in quindici minuti si può vincere una battaglia!), una resistenza fisica e psichica allo sfibrante lavoro di tavolino e soprattutto un grande spirito di sacrificio non l’avessero sostenuto.

Questo poi non era che un aspetto, e per lui secondario, del suo impegno quotidiano.

Era sacerdote. A prezzo di quali sacrifici, dopo un travaglio drammatico di coscienza, aveva salito i gradini di quell’altare da lui preparato, in quella chiesa da lui amorosamente e faticosamente costruita in onore della Madonna del Suffragio. È il centro ormai questo della sua vita. Ne cura con meticolosità il funzionamento e gli orari, preoccupato di non intralciare l’azione pastorale della vicina parrocchia e nello stesso tempo di non inaridire le possibilità di bene, che può offrire la sua chiesa non solo alle ospiti, permanenti od occasionali, del Conservatorio, ma anche alla popolazione torinese.

Egli celebrava quotidianamente la messa nella chiesa del Suffragio con dignitosa consapevolezza. Molti ricordavano la sua lunga persona raccolta quando, anni addietro, si avvicinava, nella cappella dell’Opera, alla comunione accompagnandosi con la buona Maria, una nanerottola sciancata, che accudiva alla stalla e che non poteva arrivare in tempo a comunicarsi con le altre. L’abate, con la talare e con i paramenti sacri, acquistava una maggiore dignità. Ma egli nelle funzioni solenni e in quelle straordinarie (come la celebrazione da lui voluta del mese dei morti in novembre) sceglieva il posto di organista. L’hobby per la musica era diventato per il rettore di S. Zita un impegno consapevole di diffondere e appoggiare il canto sacro. Organo singolare, quello voluto nella nuova chiesa: l’organista intanto non volgeva le spalle all’altare, ma lo guadava di fronte; c’erano tre tastiere, due per l’organo ed una per l’harmonium, che poteva essere unito all’organo per ottenere particolari effetti di sonorità e di espressione. Le 2250 canne erano divise in due scomparti; un altro organista poteva suonare una quarta tastiera, collocata di fianco, accompagnandosi all’organista principale. La descrizione di quest’organo, qual era quando fu inaugurato nel 1883, ci fa capire da sola il genere di musica che si prediligeva al Suffragio. È una dotta ricerca, che ha avuto i suoi studiosi competenti, quella di individuare i canoni artistici inspiratori della musica eseguita in chiesa, nella seconda metà dell’ottocento, sino alla riforma di S. Pio X. La preoccupazione pastorale portava a seguire i gusti romantici del tempo. Per sentire un po’ di musica la massa dei buoni fedeli non aveva che la chiesa. Il teatro era pur sempre per l’élite. L’abate Faà di Bruno non andava controcorrente e pensava che quel genere di musica poteva commuovere salutarmente gli ascoltatori. “Lei dal pulpito – diceva ad un giovane predicatore – ed io dall’organo riusciremo a far meditare”. Il ruolo di organista era da lui prediletto; così per celebrare e per predicare invitava altri sacerdoti, che gli erano amici.  Tra questi spiccava la figura del can. Agostino Berteu, uomo positivo, di forte volontà, sul quale, spinto dagli avvenimenti, incominciò ad appoggiarsi il fondatore del Conservatorio del Suffragio sino a farne praticamente il successore. Non è a dire che questa collaborazione non avesse i lati negativi, ma l’umiltà dell’abate Faà di Bruno era collaudata sì da mettere sempre molto olio per evitare ogni possibile attrito. “Bisognerà sentire il can. Berteu” diceva quando si doveva decidere qualcosa. Il sacrificio della sua indipendenza fruttificava per la sicurezza e l’avvenire dell’amata istituzione.

Dal carisma sacerdotale, con la celebrazione eucaristica che teneva il posto centrale nella sua giornata e nella sua vita, l’abate prese ad esercitare con vigile amore le due componenti fondamentali: la predicazione della parola di Dio e il perdono dei peccati. Circa la confessione, padrone di tre lingue straniere, egli era ricercato dai forestieri, che allora abbastanza numerosi abitavano a Torino o vi erano di passaggio. Si riferisce forse a questa sua disponibilità un gustoso episodio narrato dai suoi biografi. Mons. Anglesio, “padre” della Piccola casa della Divina Provvidenza, aveva ricevuto la visita di una comitiva di inglesi, che erano meravigliati della miracolosa istituzione e dicevano che erano veramente dei santi quelli che si occupavano nel servire così i poveri. Mons. Anglesio, tra il serio e il faceto, non districandosela troppo nel colloquio per la difficoltà della lingua, disse ai bravi visitatori: “Se volete vedere un santo autentico, dovete andare in Borgo S. Donato a trovare l’abate Faà di Bruno”. Andarono e poterono spiegarsi a loro agio in un lungo colloquio con l’abate, che maneggiava perfettamente la loro lingua e, con un lieve sorriso modellato sull’humor di un vero gentleman, ribatteva che erano stati bellamente giocati e che proprio da mons. Angleiso avrebbero dovuto ritornare, se davvero volevano vedere come erano fatti i santi. Non è la prima volta, nella tradizione agiografica, che due servi di Dio si palleggiano … l’accusa di santità!

Francesco Faà di Bruno di fatto predicava già prima di essere sacerdote. Quante volte aveva fatto meditazione ad alta voce dinnanzi alle ragazze di S. Zita e quante volte aveva loro rivolto delle esortazioni morali ed ascetiche. Fatto sacerdote, sentì forte il desiderio di comunicare agli altri quanto urgeva nel suo cuore innamorato del Signore e delle anime. Anche in questo campo, operaio dell’ultima ora, non volle attardarsi in un genere di predicazione, che allora andava di moda: tridui, novene, panegirici. Volle andare al sodo. In una lettera al vescovo di Saluzzo, mons. Alfonso Buglione di Monale, suo amico, che lo invitava per un panegirico, rispondeva che, avendo ormai poco tempo a disposizione, preferiva dedicarsi alle Missioni del popolo, anche i tridui di Quarantore nei paesi di campagna, perché c’è molto da confessare. Aveva dato il nome ai Missionari di S. Massimo, la benemerita associazione che riuniva i predicatori più preparati e popolari e che tanto bene ha seminato nei paesi del Piemonte. Incominciò così a predicare le Missioni. I bravi parroci nel descrivere il predicatore ai loro fedeli avevano buon gioco: un marchese, un ex ufficiale, un professore universitario di matematica, un costruttore di chiese, un apostolo della carità … Ce n’era in abbondanza per accendere la fantasia e la voglia di ascoltarlo. Non era oratore eccezionale, dai grandi gesti, dall’eloquio fluido, come usava allora; ma era chiaro, pacato, semplice e soprattutto convincente. Avevano ragione i parroci a presentarlo nella sua complessa personalità. Più che la sua bocca, era il suo atteggiamento che parlava; convinto, convinceva; immerso nella meditazione della parola di Dio, la trasfondeva nell’animo degli ascoltatori e ne traeva forza di conversione.

 

Le ragazze di campagna

 

Non pensava l’arciprete di Benevello, piccola terra nel pittoresco panorama delle Langhe, a 13 chilometri da Alba, quando in occasione del Natale 1879 aveva pregato l’abate Faà di Bruno di predicare gli esercizi spirituali alla sua popolazione, che questo invito avrebbe avuto un seguito e avrebbe legato al ridente paese il venerato sacerdote per gli ultimi anni della sua vita. La predicazione riuscì a meraviglia e il predicatore si innamorò di Benevello. Il suo cuore in ebollizione, guardando i paeselli appollaiati sugli innumerevoli cocuzzoli, pensò subito alle ragazze che vi abitavano e pensò di istituire un nuovo Istituto sotto la protezione di S. Giuseppe per riempire, come egli stesso più tardi scriveva, “una lamentata lacuna in fatto di benefica e religiosa educazione femminile nella vasta e popolosa regione delle Langhe”. Quanto aveva fatto per le ragazze della periferia operaia di Torino egli intendeva estenderlo alle ragazze della campagna piemontese cercando di prevenire, con una adeguata opera di promozione sociale, l’esodo delle giovani contadine che andavano a rinfoltire il proletariato urbano come operaie o persone di servizio.

I rapporti fra mondo operaio e mondo contadino sono ancora irti di problemi insoluti, tanto più se si considera la determinate condizione femminile nelle due aree sociali. L’abate Faà di Bruno se ne rese conto e studiò la soluzione per quanto gli era possibile. Non riuscì a lungo il suo tentativo, per la resistenza opposta proprio dalla mentalità contadina, che riteneva improduttivo risparmiare delle braccia nel lavoro dei campi per arricchire la personalità delle proprie figlie con un’adeguata istruzione, particolarmente religiosa, e con l’apprendimento del cucito, del rammendo, del ricamo, dell’uncinetto. Il vescovo stesso di Alba, il paterno mons. Lorenzo Pampirio, domenicano (poi arcivescovo di Vercelli), amico ed estimatore del Faà di Bruno, esortò i parroci a farsi propagandisti presso le popolazioni del nuovo Istituto. Per circa otto mesi esso funzionò a Benevello, ma poi, con la morte dell’abate, l’esperimento terminò. Resta a lui il merito di avere prevista la necessità di elevazione della ragazza contadina per toglierla da una condizione di inferiorità sociale ed economica, che gravò lungamente su di essa, mentre la mentalità comune, che vedeva soltanto il valore e il reddito della terra, continuava a favorire i figli maschi.

Quando viene fatta, in clima di acceso femminismo, la domanda provocatoria: “Che cosa ha fatto la Chiesa per la donna?”, possiamo additare innumerevoli figure di donne e di uomini, che non hanno certo predicato un codice rivoluzionario e non hanno trasformato di colpo strumenti giuridici, che non dipendevano da loro, ma hanno creato una mentalità aperta ai problemi femminili (naturalmente con tutte le limitazioni culturali  dell’epoca in cui vissero) e soprattutto hanno intensamente lavorato per portare immediatamente un soccorso e avviare una soluzione alle esigenze del momento.

In questa linea devono essere collocati il pensiero e l’opera di Francesco Faà di Bruno.

Sempre dalla vicinanza comprensiva delle popolazioni, soprattutto rurali, era venuta a battere al suo cuore una necessità, che si copriva di vergogna e spesso di tragedia: quella delle ragazze incinte, giovani, molte minorenni, il più delle volte ingenue e sprovvedute, che sentivano con spavento il battito di una nuova vita dentro di loro e rischiavano di espiare in modo pesante per tutta la vita le conseguenze del loro gesto. Spesso più disgraziate che colpevoli, erano condannate senza appello e rifiutate dal loro ambiente, proprio quando avevano per la loro particolare insicurezza psicologica maggior bisogno di comprensione.

L’austero abate volle soccorrere anche questa necessità. Nel silenzio e nella riservatezza aprì una Casa di preservazione, in un alloggio di via Consolata, n. 8 a Torino, affidandone la direzione ad una donna dal grande cuore, Giustina Carozzo, anziana e fidata, già maestra nel Conservatorio di N. S. del Suffragio, che dedicò gli ultimi quindici anni della sua vita alle ragazze ospiti della Casa, ricambiata da esse con un amore riconoscente che la faceva chiamare con il nome di madre. E tale essa fu, sorretta e guidata dal fondatore, che data la delicatezza dell’istituzione non appariva mai al pubblico, ma lavorava intensamente come un motore nascosto. “Mancava ancora fra tante pie opere, di cui si onora la città di Torino, un ricovero, che era pur assai desiderato, per le giovani incinte prima che arrivi il tempo di passare all’Ospizio della maternità. Quante di esse sospirano di sfuggire al disonore nel proprio villaggio ed alla maledizione dei parenti! Quante sono esposte ai pericoli di suicidi, infanticidi … Una circolare a stampa portava la firma della Carozzo, anche se era stata redatta dall’abate: “La sottoscritta pertanto è lieta di partecipare che coll’aiuto di qualche benefattore, si tiene aperto a loro vantaggio un piccolo ritiro, ove si ricoverano le giovani per vari mesi, intendendo che le recidive non si accettano più”.

La Casa di preservazione fa la prima e l’unica per allora istituzione del genere in Italia, raccolse più di trecento ragazze, anche al di fuori del Piemonte, avviandone la maggioranza ad una vita normale quali madri di famiglia. Qualcuna si ritirò in un convento di clausura per le penitenti.

Nel 1900 la singolare Opera, per difficoltà sopravvenute, cessò di esistere. Ma nel “ricupero delle esperienze” la Casa di preservazione aveva fatto scuola. Furono avviati altri esperimenti e un sacerdote torinese, Carlo Della Porta, nel primo dopoguerra diede vita ad una istituzione similare, chiamata con ispirazione evangelica all’episodio della samaritana, il Pozzo di Sichar, Opera sociale di prevenzione e di riabilitazione delle minorenni.

Il problema delle ragazze madri potrà forse domani trovare adeguata soluzione nelle strutture sociali di una società progredita. Ma occorrerà sempre nell’impostazione di base e nella preparazione tecnica degli operatori immettere quel “supplemento d’anima” indispensabile perché tutto non si riduca ad una forma evoluta di zootecnia; quel “supplemento d’anima” che solo può venire da una carica interiore di carità quale sentiva dentro di sé Francesco Faà di Bruno.

 

Oasi di pace

 

Abbiamo parlato dell’Istituto S. Giuseppe di Benevello, ma non abbiamo ancora detto dove era stato alloggiato. Come su ogni cresta langarola che si rispetti, anche lassù c’era un antico castello. Non aveva più l’aspetto imponente che gli avevano dato i marchesi di Monferrato; si era fatto più casalingo ed era diviso tra vari proprietari. L’abate Faà di Bruno non ebbe grandi difficoltà ad acquistarne a poco a poco tutta la proprietà, allargandola anche con delle zone prative di rispetto. Il castello di Benevello divenne per lui l’oasi di pace e di serenità, il “buen retiro” nei giorni di disimpegno dalla città. Così lo descriveva in una circolare con cui indiceva lassù dei corsi di esercizi spirituali per signore e signorine: “L’elevatezza del castello, l’aria ed acqua saluberrime che vi si assaporano, un panorama spaziosissimo che vi si prospetta, la solitudine quietissima del sito, che appaga affatto l’animo affranto dai secolari negozi, fanno di questa località uno dei siti più deliziosi sia per l’educazione del cuore, che per la concentrazione delle anime sull’affare importante della salute”.

È una pagina che sa di meditazione autobiografica. A una trentina di chilometri in linea d’aria, al fondo della stessa valle del Belbo, c’era un altro castello, quello di Bruno, che lo aveva visto scorazzare negli anni della fanciullezza. Ancora a un castello egli ritornava, ormai fiaccato dagli anni e dalle fatiche, con un senso di nostalgia per i liberi orizzonti della buona terra. Non lo attirava soltanto il rigoglioso sboccio dell’estate, quando vi soggiornava tutto il mese di agosto, ma da intenditore gustava anche il paesaggio innevato d’inverno. A natale, come negli ultimi giorni di carnevale e a pasqua, quando l’università era chiusa per le vacanze, l’abate si recava a Benevello.

In quei prolungati allontanamenti dal Conservatorio del Suffragio c’era, possiamo pensare, una segreta volontà di cedere lentamente le armi, preparando il suo definitivo distacco. La congregazione delle suore Minime del Suffragio, che il 16 luglio, festa della Madonna del Carmine, del 1881 aveva celebrato la vestizione delle prime cinque novizie, incominciava ufficialmente il suo cammino nella Chiesa L’abate che alla diletta e per tanti anni preparata congregazione dava il meglio di se stesso, infondendovi il suo spirito di austera pietà e di carità generosa, sapeva che non avrebbe potuto seguirla a lungo. Il can. Agostino Berteu era destinato dalla Provvidenza a rassodare la gracile struttura organizzativa e canonica della congregazione. Bisognava lasciargli spazio ed autonomia. Ecco forse spiegata l’umile rinunzia di un padre che si ritirava a Benevello, dove passava lunghe ore in preghiera.

Anche il viaggio, nella traballante vettura presa in affitto ad Alba, era compiuto in preghiera. A Benevello la prima visita era alla chiesa parrocchiale. Vi giunse un giorno d’inverno mentre nevicava abbondantemente e la campana suonava per l’accompagnamento del viatico ad un moribondo. L’abate andò subito in sacrestia e chiese al parroco di potere lui stesso compiere la funzione. Rimase interdetto il bravo sacerdote perché sapeva che il venerando confratello soffriva di una varice dolorosa per cui trascinava una gamba, e la strada da fare era lunga, ma non osò contraddirlo. Quando fu di ritorno zoppicante in sacrestia, l’abate commento con un sorriso più aperto di quelli che raramente spuntavano sul suo volto: “Sono contento di aver potuto compiere almeno una volta l’ufficio di vicecurato”.

Quali risonanze interiori di umiltà nell’animo di quest’uomo di eccezione, che sentiva nostalgica invidia per l’ultimo posto!

 

Il tramonto sereno

 

L’anno 1887 era stato segnato da diversi lutti, che avevano colpito il cuore dell’abate Faà di Bruno. Era morto dapprima l’amico canonico Antonio Paschetta, docente di diritto e di storia ecclesiastica nel seminario metropolitano. Poi il teologo Pietro Baricco, poliedrica figura di sacerdote, di educatore, di amministratore pubblico, che fu ispettore nelle scuole primarie, preside del liceo-ginnasio Cavour, assessore municipale per la pubblica istruzione in Torino. Uomo di scuola aveva una grande stima per la personalità del fondatore del Conservatorio del Suffragio e ne aveva appoggiato tutte le iniziative scolastiche.

Come un patriarca carico di anni era spirato il Vicario generale mons. Alessandro Vogliotti, rettore in anni difficili del seminario. Il vegliardo era diventato cieco e viveva di ricordi, che comunicava a quanti lo avvicinavano; tra questi ricordi erano frequenti quelli che riguardavano la testimonianza eccezionale data dal cavaliere Faà di Bruno, uomo di profonda pietà, grande scienziato cristiano, apostolo di ogni opera buona.

Ci fu pure in quell’anno una morte che particolarmente commosse il nostro, riservandogli però una consolazione piena di accorata dolcezza, quella del famoso Carlo Passaglia, nominato da Cavour professore di filosofia morale all’Università di Torino. Teologo di non comune valore (basterà ricordare il suo determinante contributo, sollecitato da Pio IX stesso, agli studi preparatori della definizione della Immacolata Concezione), uscì dalla Compagnia di Gesù per la sua opposizione alle tesi ufficiali circa la questione romana. Abbandonò anche l’abito sacerdotale, divenendo deputato al parlamento subalpino, ma nei suoi scritti e nelle sue lezioni universitarie conservò piena ortodossia, mentre coltivò sempre il desiderio del ritorno completo alla Chiesa. Molti sacerdoti torinesi gli restarono accanto con fraterna comprensione per le sue perplessità a sottoscrivere ritrattazioni quali erano richieste da Roma, che consideravano il grave scandalo provocato dalla sua defezione a gonfiato ad arte nell’opinione pubblica.

Tra gli altri furono vicini al Passaglia, nel suo travaglio interiore che durò per molti anni, il p. Marcantonio Durando dei Missionari di S. Vincenzo e l’abate Faà di Bruno, che era suo collega nell’insegnamento universitario. Fu solo quattro giorni prima della morte che Carlo Passaglia sottoscrisse la formula di ritrattazione, della quale presso l’archivio del Suffragio si trova una copia con annotazioni di pugno dell’abate Faà di Bruno. Questo significa che una parte notevole dell’aiuto morale venne al morente dall’amico sincero, il quale mischiò certamente le sue lacrime di gioia con quelle di lui che, rivestito della stola sacerdotale, riceveva il corpo del Signore come viatico sul letto di morte, riconciliato pienamente con la Chiesa.

Questi avvenimenti luttuosi non facevano che richiamare Francesco Faà di Bruno ai pensieri della tomba, verso la quale si sentiva ormai incamminato. Imperterrito non desisteva dal suo consueto lavoro all’Università e al Conservatorio, ma comprendeva di essere ormai alla fine. Una serie di acciacchi abbastanza gravi lo stava ormai minando; egli li accettava in silenzio, ma non poteva nascondere il dolore alla gamba che lo obbligava ad usare il bastone; non poteva mascherare la debolezza della vista, che andava diminuendo.

Il 31 gennaio 1888 Torino cattolica si fermò pensosa attorno alla bara di S. Giovanni Bosco, che chiudeva la sua operosa giornata, consumato anch’egli dalle grandi fatiche e dai grandi sacrifici. L’abate sentì particolarmente dolorosa la dipartita del grande amico, che gli era stato consigliere e modello. Ma la speranza cristiana, della quale egli era stato convinto assertore e predicatore, con la costruzione stessa della chiesa dedicata al suffragio dei morti, gli addolciva ogni sofferenza.

Pochi giorni dopo aver partecipato ai funerali di don Bosco, volle recarsi ancora a Benevello. Tutti tentarono di dissuaderlo. Ma erano gli ultimi giorni di carnevale, non poteva mancare al tradizionale appuntamento con la piccola comunità di bambine, che lo attendevano a festa, soprattutto con le suore bisognose, in quell’isolamento, di una parola di conforto. Partì ugualmente. Si interessò, come sempre, dei piccoli problemi della casa; a tutte manifestò una paterna predilezione, che si colorava a tratti di una malinconia degli addii. Disse alle religiose: “Ho volontà di fare ancora tante cose e mi sento mancare le forze. Ormai ho finito ed è tempo che io vada a raccogliere quanto ho seminato quaggiù. State buone, ubbidienti ed osservati dei vostri doveri ed io dal paradiso vedrò questo piccolo punto che si chiama Benevello e le cinque suore intente a far del bene a queste piccole ricoverate”.

Il fondatore lasciò la prediletta dimora con un mesto sorriso sul volto. Addio, Benevello, oasi di pace e di serenità: sta per scoccare l’ora di Dio.

Giunto a Torino, un’altra triste notizia lo richiamò ai pensieri del cielo: l’8 marzo moriva il filippino p. Carpignano, compianto anch’egli da tutta Torino; era il padre dell’anima sua, protetto, aiutato. Ormai Francesco Faà di Bruno poteva partire anche lui per il grande viaggio. Il 17 marzo, sabato precedente la allora domenica di Passione, dovette cedere e mettersi a letto. Ebbe cure premurose e attente. Ma il suo fisico era ormai logorato. Ricevette il viatico la domenica delle Palme e l’olio degli infermi il lunedì santo in piena lucidità e consapevolezza, facendo l’offerta al Signore della sua vita.

Alle suore, che venivano piangenti attorno al suo capezzale, chiese perdono per gli scandali, che avesse potuto loro dare; le confortò a rassegnarsi per la sua morte; ricordò che dovevano camminare per la via della perfezione; le esortò ad amare la Congregazione, che avrebbe dovuto prosperare se fossero state zelanti e avessero pregato molto. Con voce rotta dall’asma le assicurò: “Pregate per me e fidate in Dio che è il nostro buon Padre; io continuerò a pregare per voi”. E, pratico come sempre e amante della povertà nello stesso tempo, soggiunse: “Pregherò per voi affinché non abbiate mai grosse eredità, ma pregherò ancora perché la goccia della Provvidenza non vi abbia mai a mancare”.

Il martedì santo, 27 marzo 1888, alle nove del mattino, Francesco Faà di Bruno chinava il capo per sempre. Il canonico Berteu e altri sacerdoti si assunsero il pietoso incarico di rivestirne la salma. Il defunto da molti anni non aveva voluto farsi fotografare; di lui non esisteva ritratto in abiti sacerdotali. Si pensò di collocarlo, vestito con la talare, la berretta in capo, sopra un seggiolone e di ritrarlo così. Anche don Bosco era stato fotografato, dopo morto, sopra un seggiolone con i paramenti sacri. Possediamo così una singolare fotografia, che sembra emblematica dell’opera e della spiritualità del venerato sacerdote. Alle spalle si vedono i volumi di una libreria, che ne gremiscono i piani in ordine sparso; non sono collocati per ornamento, sono gli abituali ferri del mestiere del professore universitario. In alto è un quadretto che riproduce il gruppo statuario della Madonna del Suffragio, venerata nella chiesa di via S. Donato. Di fianco, sopra un tavolino, un bel crocifisso e il breviario. Il defunto con gli occhi chiusi sembra assopito in un sonno tranquillo, che non gli deturpa i lineamenti dignitosi del volto; le belle mani raccolte sorreggono un altro crocifisso di metallo deposto sul petto, quello che portava quando predicava le missioni al popolo.

Dinanzi a questa singolare fotografia, che mette così in evidenza il crocifisso, si rileggono con commozione le parole che una degna figlia di Faà di Bruno, la madre Agostina Gonella, prima superiora generale delle suore Minime del Suffragio, aveva scritto raccogliendole prima dal cuore e poi dal labbro del venerato padre: “La croce è la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto cristiano: chi la desidera è principiante, chi l’abbraccia e la tiene è in stato di farne profitto, ma chi se ne reputa indegno è perfetto. Le anime buone piangono amaramente quel giorno in cui non hanno avuto di che soffrire: esse credono di aver perduto quel tempo e di essere affatto indegne di sì gran bene, qual è il soffrire per Dio. La benedizione di Dio è nella croce: la santità (e quindi la perfezione) è compresa in questo carattere d’amore: la croce; ed una oncia di croce val più di un milione di libbre di orazioni; una giornata crocifissa val più di cent’anni di tutti gli altri esercizi spirituali”.

 

La vita continua

 

Uno dei più grandi ammiratori dell’apostolo di Borgo S. Donato era il canonico prof. Augusto Berta che in occasione della messa di trigesima, celebrata nella chiesa del Suffragio vergò una commossa e nello stesso tempo spiritosa iscrizione posta sulla facciata:

Qui dove il nome del piissimo e nobil sacerdote

Francesco Faà di Bruno

è un gemito di mille cuori ripercosso dall’eco di ogni muro

le otto famiglie istituite e sorrette da lui

si raccolgono nel XXX giorno del suo funesto trapasso

per pregar pace alla guida, al benefattore, al padre.

Onde nelle aule universitarie insegnò la ragione e il calcolo

solo ignorò la grandezza del proprio cuore

e un confine qualunque all’ardore di fare il bene.

Oh quel Dio a cui visse gli conceda ora lassù

quel che egli non avrebbe saputo mai qui consentirsi …

il meritato riposo!

 

Il meritato riposo in paradiso non impediva all’abate Faà di Bruno di mantenere la promessa fatta alle suore Minime di continuare ad aiutarle con la sua sollecitudine paterna. Il Conservatorio di N. S. del Suffragio ebbe laprima grazia nella guida prudente e generosa di mons. Agostino Berteu e di mons. Giuseppe Gilli e nella operosità silenziosa e sacrificata delle superiori generali Agostina Gonella, Brigida Migliorero, Vincenza Defilippi, Secondina Borin e Consolata Tartari.

Lo spirito del Fondatore era coltivato con venerazione dalle sue figlie, che ne conservavano anche i ricordi, gli scritti e la fama di santità.

Fuori delle mura del Conservatorio la personalità del Faà di Bruno continuava ad imporsi a distanza di anni per la sua eccezionale testimonianza di scienziato cristiano e di apostolo sociale. Circa il riconoscimento ufficiale della sua santità eroica da parte della Chiesa, bisogna convenire che nell’ambiente della curia torinese non c’era molta disponibilità a darsi da fare. I responsabili della trafila canonica, quale ad es. mons. Emanuele Colomiatti, non furono mai molto propensi a .. fabbricare dei santi. Chissà quali idee avevano della santità questi uomini del resto integerrimi, che finivano per bloccare in partenza, con una loro sentenza preconcetta e inappellabile, un processo di beatificazione, prima ancora di iniziarlo.

Toccò all’arcivescovo di Torino card. Giuseppe Gamba (che se ne intendeva di santità, perché era un santo egli stesso) di dare il via a molte cause di beatificazione, che si sono poi avviate felicemente. Fra di esse quella di Francesco Faà di Bruno.

Nel 1925, centenario della nascita, le spoglie del Servo di Dio vennero traslate dal cimitero generale nella chiesa da lui eretta in Borgo S. Donato. Nel suo testamento aveva scritto: “La mia salma sarà trasportata al cimitero con nessun altra pompa che quella che si farebbe ad un povero, quale io potrei morire o nel quale spirito almeno vorrei morire”

Ora la pietà delle suore Minime e la volontà della Chiesa imponevano la diligente conservazione di quei resti, che avrebbero potuto un giorno diventare reliquie. Da allora attorno al sobrio sarcofago vennero a pregare innumerevoli anime, che si sentirono confortate ed aiutate. Si parlò anche di grazie eccezionali attribuite all’intercessione di lui, che il Papa Paolo VI dichiarò venerabile proclamando l’eroicità delle sue virtù.

Ora quanti venerano la sua memoria sono in attesa che i segni dall’alto concedano di trasformare in altare luminoso il monumento sepolcrale ancora in penombra. Ma il monumento più autentico e vero dell’abate Francesco Faà di Bruno consiste nel complesso di opere, che nel nome e nello spirito del fondatore, le suore Minime di N. S. del Suffragio (sono attualmente più di trecento) portano avanti da Torino a Roma, nel Lazio, in Toscana, in Liguria. Si seguono ancora i due binari tracciati all’inizio: opere di educazione (scuole superiori, medie, elementari, materne) e opere assistenziali (signore anziane, ragazze minorate, bimbi orfani, handicappati o disadattati).

Un segreto ideale missionario del fondatore (che parlando dei missionari scriveva: “Le loro fatiche sono un commovente esempio per noi ed un vero rimprovero alla nostra apatia”) ha trovato generosa rispondenza in un drappello di suore Minime, che hanno raggiunto l’America Latina e vi lavorano nelle scuole e fra i bambini handicappati a Buenos Aires, a Francisco Alvarez (Noviziato e opere apostoliche) nella provincia di Santa Fè e a S. Antonio Oeste in Patagonia.

L’albero fruttifica e la radice è sana. Così l’ha voluta, con la grazia di Dio, quell’uomo straordinario, che abbiamo incontrato in queste pagine e che non dimenticheremo più.